Padre Paolo Berti, “Signore, - gli dice la donna - , dammi di quest'acqua”

III Domenica di Quaresima                  
Gv.4,5-42 
Omelia 
“Signore, - gli dice la donna - , dammi di quest'acqua”
L'accusa che il popolo rivolse a Mosè non ammetteva repliche. Era in forma interrogativa, ma
racchiudeva una presa di posizione contro Dio, dubitando della sua fedeltà: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Dio, in altre parole, se voleva esser seguito doveva dimostrare di essere al servizio del popolo con attenzione costante alle loro necessità quali: mangiare, bere, stare allegri. Nessun diritto veniva riconosciuto a Dio di metterli alla prova come fece con Abramo, con Isacco, con Giacobbe, con Giuseppe, ma al contrario l'assurdità di poter essi mettere alla prova Colui che li aveva liberati dalla schiavitù del faraone. In poche parole, il loro pensiero era quello di essersi affidati ad un liberatore che li aveva delusi. Badate, fratelli e sorelle, di non dare qualche scusa a quella ribellione dicendo: “Poverini avevano sete; erano nel deserto, chi non si sarebbe lamentato! Dio dava prove troppo dure per loro!”. No amici! Non sarebbero morti di sete, bastava che avessero fatto un servizio di trasporto d’acqua con otri dall’ultima oasi dove erano partiti e nessuno sarebbe morto di sete. Poi, bastava far mandare in esplorazione per la prossima oasi con un altro servizio di trasporto d’acqua durante il percorso e tutto era fatto, solo bisognava avere un po' di solidarietà per organizzarsi, ma al posto della solidarietà c'era tanto egoismo. Del resto, lungo l’itinerario solo due volte si trovarono in difficoltà per mancanza d’acqua. Infatti, non era privo il deserto del Sinai di sorgenti. Ma, il popolo voleva un Dio che satollasse la loro carne, che desse il bengodi, come popolarmente si dice. Gli dei d’Egitto sembravano a quel punto più promettenti, dimenticando che il faraone nel nome di quei falsi dei aveva decretato la distruzione dei loro primogeniti. Loro, in Egitto, avevano resistito - in parte - all’idolatria, ma cominciarono a pensare che era meglio che non fossero usciti dall’Egitto e si fossero integrati con gli Egiziani, ricordando con nostalgia la pentola della carne, i porri e il resto.
Il miracolo dell’acqua, che scaturì dalla roccia, fu così una sovrana iniziativa di Dio “per amore del suo nome” e per amore di Mosè, prossimo ad essere lapidato. Come pesa su di noi la carne e come la lasciamo pesare! Lo vediamo anche nei discepoli. Questi videro Gesù che parlava ad una donna Samaritana e ne rimasero meravigliati. Ma di più, pur potendo porgli qualche interrogativo, non lo fecero per paura delle risposte, e così rimasero nel concreto, il mangiare: “Rabbì, mangia”. E poiché Gesù parlava di un altro cibo che loro non conoscevano, conclusero: “Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?”. Proprio peggio della Samaritana, la quale sente un discorso su di un’acqua viva, che chi la beve non avrà più sete, e subito la vuole così non farà più la fatica di andare al pozzo. Ma non è tutto, perché la fatica di non andare più al pozzo la Samaritana la presenta come una provocazione, per saperne di più su quell’acqua. Quel suo modo di esprimersi così utilitaristico non è proprio per nulla una chiusura al mistero di Dio. Peggio della Samaritana, ho detto prima, e questo perché con la Samaritana Gesù aveva scambiato solo poche parole, ma con i discepoli no.
Non allarmatevi, non sto parlando male degli apostoli, sto parlando bene di Gesù, che con infinita misericordia non scelse i migliori d’Israele, e questo per dirci che egli è pronto a partire per opere grandi anche dal più misero di noi.
 discepoli non fecero domande, ma Gesù conosceva quanto avevano nel cuore e diede loro una lezione al proposito: “Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Gesù sollecita nei discepoli uno sguardo alla messe che cresce, che è pronta. La messe è stata fatta crescere da Dio per mezzo della grazia e dei suoi servi: i profeti, i patriarchi. Lui, la Parola, sta portando a maturazione quella messe.
La Samaritana fa parte della messe e lui la sta portando a maturazione per la mietitura che porterà alla gloria dei cieli.
Gesù insegna ai discepoli, che anche una sola persona, anche una donna sola, una popolana, in stato di peccato a causa della convivenza con un uomo, merita tutta l’attenzione. Anche lei fa parte della gran messe cui i discepoli sono stati chiamati da Gesù come operai a proseguire, nella pienezza portata da lui, il lavoro già fatto: “altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica”. Continuità nel lavoro, pienezza nel messaggio, che è Cristo stesso.
La donna di Sicar sapeva che doveva venire il Messia, “chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”; era, dunque, messe pronta a biondeggiare.
 Gesù vede nella donna di Sicar il fatto più importante, l’apertura al mistero di Dio. Non che la Samaritana presenti questo in modo evidente, sviluppato, ma tale apertura c’era dal momento che si interessa di quell’acqua viva.
La donna di Sicar era una samaritana e perciò aveva nozioni sulle Sacre Scritture, era messe pronta a biondeggiare, ma anche tra i pagani la messe c'era e avrebbe biondeggiato al contatto con la parola del Vangelo.
Oggi tanti erano messe biondeggiante e sono diventati steli secchi senza chicchi.
Tanti uomini oggi si sono preclusi al mistero di Dio. Con costoro si può parlare d’etica, di giustizia, si può trovare condivisione sull’istituto del matrimonio, sulla pace, sul lavoro, ma quando si parla di Dio, che è venuto in mezzo a noi subito noti l'irrigidimento. Se poi parli della presenza reale nell’Eucaristia ti senti dire quello che si sentì dire Gesù (Gv 6.60): “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. E poi costoro chiudono ogni argomento con un educato: “Io sono una persona razionale”.
Ma, se siamo immersi nel mistero! Misteri della costituzione della materia, misteri dei pianeti, misteri dell’universo. Eppure, ecco: “Io sono una persona razionale”. Ma rispondo: “Un credente lo è ancora di più, perché comprende che mille e mille realtà del creato sono di una potenza tale che la nostra intelligenza è costretta ad accettare i suoi limiti. Accettare i suoi limiti; ma ecco, l'intelligenza arriva a raggiungere altezze che sanno di infinito quando riconosce l'esistenza di un Creatore. L'intelligenza capisce poi bene il gran dono di Dio d’essersi rivelato in Cristo, suo Figlio unigenito, e averci dato il dono di aderire a lui nella fede. Fede nella Verità che è Cristo, e la parola di Cristo. Verità che è inesauribile nella sua ricchezza, nel senso che mai sulla terra riusciremo a comprendere i misteri di Dio in tutta la loro luce. L'intelligenza, illuminata dalla fede, intende bene il gran dono di essere in intima unione con Dio.
La donna di Sicar seppe riconoscere i suoi peccati: “Io non ho marito”. Tanti uomini e donne di oggi dicono che invece la menzogna non è peccato, ma verità, emancipazione. Quella donna era una convivente, ma sapeva che viveva in un disordine; oggi passa per una emancipazione.
Ma noi amici, conosciamo il volto di Dio, ce l’ha mostrato Gesù, e avendo accolto la sua Parola, anzi la sua Persona, adoriamo il Padre “in spirito e verità”.
“In spirito”; il Vecchio Testamento aveva parlato alla parte esterna dell’uomo, alla corteccia voglio dire, ora Cristo ha parlato allo spirito dell’uomo ponendo in esso la sua Parola e lo Spirito Santo per poterla comprendere e vivere. “L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna”; quest’acqua è lo Spirito Santo. La Samaritana vede la Verità, anche se con incertezza, perché dirà a Sicar: “Che sia lui il Cristo?”.
Tornando al tema del deserto, tanti del popolo d’Israele venivano meno alla speranza di giungere nella terra promessa, perché dubitavano di Dio, salvo riavvicinarsi a lui quando finalmente sembrava loro il Dio dell’abbondanza materiale.
A noi san Paolo dice che “la speranza poi non delude”. Noi abbiamo la speranza di camminare sicuri verso la meta eterna e questa speranza è fondata su Cristo, datore presso il Padre del dono dello Spirito Santo, che è l’amore con il quale il Figlio ama il Padre. Lo Spirito ci unisce al Cristo, e così in Cristo, con Cristo, per Cristo, nel dono dello Spirito Santo, abbiamo accesso al Padre.
Nelle difficoltà del cammino noi abbiamo nel cuore lo zampillo dello Spirito Santo, e là dove gli uomini cedono e giungono a chiedere forza all’Odio, noi rimaniamo nell’amore e siamo sempre sorgente di buone parole e azioni. Possiamo patire disagi e maltrattamenti, ma nel nostro cuore c’è una sorgente d’acqua viva che ci rinfranca; questa è la vera abbondanza, che non verrà mai meno, se non a chi con un no bieco si separa dalla salvezza.
A Sicar molti credettero in Cristo, a partire dalla relazione della donna del pozzo. Noi, amici, crediamo, aiutati da una donna che ha sempre creduto perfettamente: Maria. In lei vediamo la perfetta adoratrice “in spirito e verità”. E non solo Maria ci è modello di ogni virtù, ma anche aiuto all'esercizio delle virtù, mediante la sua azione materna. Maria ci porta a Gesù, è vincolo di appartenenza a Gesù; infatti Cristo ci ha voluti uniti a sé, non solo nel vincolo dello Spirito Santo, ma anche nel vincolo di una stessa Madre. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù. “Signore, - gli dice la donna - , dammi di quest'acqua”

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