CIPRIANI SETTIMIO SDB, Lectio Divina"Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte"

09 aprile 2017 | 6a Domenica di Quaresima_ Le Palme - A | Lectio Divina
Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
Con la presente Domenica inauguriamo la Settimana Santa, quella che nella tradizione della Chiesa si
è soliti chiamare la "grande Settimana" (Hebdomada maior).
"Ma perché la chiamiamo grande?", si chiedeva già san Giovanni Crisostomo. "Perché in essa si sono verificati per noi alcuni beni grandi e ineffabili. In essa infatti si è conclusa la lunga guerra, estinta la morte, cancellata la maledizione, soppressa la schiavitù del demonio e strappata a lui la sua preda; Dio si è riconciliato con gli uomini, il cielo si è fatto penetrabile, gli uomini con gli angeli si sono uniti, le cose che erano distanti sono state congiunte, la siepe è stata tolta, la barriera rimossa, il Dio della pace ha reso pacifica ogni cosa, sia in cielo che in terra".1
Proprio per questi "beni grandi e ineffabili" che in essa si sono verificati, è giusto inaugurarla con una scena di "trionfo", quale è la benedizione delle "palme" e la processione in onore di Cristo-Re, che fa il suo ingresso in Gerusalemme: "Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli" (Mt 21,9). Il trionfo, però, è già motivo di lotta e di resistenza accanita contro Gesù da parte di alcuni, e si muterà ben presto in spietata congiura per sopprimerlo anche fisicamente.

"Ho presentato il dorso ai flagellatori"

È la storia di questo "dramma" della perversità umana, della volubilità degli spiriti, della violenza gratuita contro l'unico "innocente" che sia mai apparso sulla faccia della terra, che la Liturgia odierna preferisce mettere in evidenza. Del resto, proprio di mezzo a questo dramma della follia collettiva emerge sovrana la figura del Cristo, che celebra così il suo vero "trionfo": la "palma" della vittoria Cristo l'ha colta sull'albero della croce!
Ecco perché tutte e tre le letture della Messa sono orientate alla commossa e adorante rievocazione della Passione del Signore.
La prima lettura ci riporta solo una parte del terzo carme del "Servo di Jahvè" che, pur in mezzo alla più avvilente umiliazione, esprime la sua incrollabile fiducia in Dio (Is 50,6-7).
Segue poi il sublime e inesauribile "inno cristologico" di san Paolo nella Lettera ai Filippesi: in poche ma densissime espressioni egli ci descrive l'arco dell'abissale "annientamento" del Cristo.
"Pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio, / ma spogliò se stesso, / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini; / apparso in forma umana, / umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte / e alla morte di croce" (Fil 2,6-8).
Prima e più ancora che di umiliazione, infatti, l'Apostolo parla di "svuotamento", di "spogliamento" del divino che preesisteva nel Cristo. La "morte di croce", accettata in spirito di "obbedienza" al Padre, rappresenta l'ultimo gradino di questo volontario "sprofondare" del Cristo nella più mortificante insignificanza umana.
La prospettiva di Paolo non si chiude, però, su questo abisso dell'annientamento di Cristo: egli fa intravedere anche la fase della sua esaltazione a "Signore" della gloria mediante il prodigio della risurrezione (vv. 9-11).

"Padre mio, se è possibile passi da me questo calice!"

Ciò che Paolo ci dice in termini e in immagini altamente teologizzati, san Matteo ce lo descrive in chiave storica nel suo racconto della Passione, ancora fremente di commozione e di sofferta partecipazione.
E la storia, che l'Evangelista ci rievoca nei suoi momenti più drammatici, non è meno eloquente dell'ardita riflessione teologica di Paolo! Tanto più che, come tutti ben sappiamo, gli Evangelisti non hanno inteso fornirci una nuda cronaca dei fatti, ma un annuncio di fede, per aiutarci a penetrarne le dimensioni e la capacità di "inveramento" e di assimilazione da parte dei cristiani di tutti i tempi.
È proprio per questo aspetto vitale, o "attualizzante", della storia della Passione, che gli Evangelisti, pur essendo sostanzialmente convergenti, introducono alcune varianti narrative, sottolineano di preferenza alcuni particolari, interpretano secondo certe precise finalità passi dell'Antico Testamento, mettono in bocca a Gesù affermazioni che gli altri hanno lasciato cadere. Tutto questo non diminuisce per niente il valore storico dei fatti, ma se mai lo dilata e ce ne fa vedere lo spessore più profondo.
Vorremmo commentare, per rapidi tratti, il racconto della storia della Passione secondo san Matteo, cercando di metterne in luce alcuni aspetti "caratteristici", che lo differenziano dagli altri Evangelisti.
E prima di tutto mi sembra che domini il quadro la sovrana "libertà" con cui Cristo affronta la morte: non è lui che è travolto dai fatti, quasi fossero una fatalità a cui non riesce a sottrarsi, ma è lui che domina gli eventi. Se volesse, potrebbe anche sottrarvisi! È quanto dice in tono di rimprovero a Pietro (cf Gv 18,10) che, per difendere Gesù, aveva tratto la spada, colpendo un servo del sommo sacerdote e staccandogli l'orecchio: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (26,52-54).
Ciò che è determinante per lui è dunque la "volontà" del Padre, espressa nel messaggio delle Scritture: per questo si consegna volontariamente nelle mani dei nemici.
Anche nella prolungata preghiera dell'Orto si affida completamente alla volontà di Dio: "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!" (26,39.42). E quando ritorna per la terza volta dai suoi Apostoli, che nel frattempo si sono di nuovo addormentati, dirà, con una punta di amara ironia, che ormai possono anche continuare a dormire: infatti, "è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori... Ecco, colui che mi tradisce si avvicina" (26,45-46).
Gli studiosi sottolineano a ragione una sorprendente analogia di Matteo col quarto Vangelo, in cui tutta la vita del Cristo è come scandita da un'"ora" misteriosa, che Dio fa scoccare quando a lui piace. È "l'ora" della Passione, attraverso la quale Gesù renderà gloria al Padre: "Padre, è venuta l'ora; glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te" (Gv 17,1).

"Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui"

In questa linea si comprende anche meglio il costante riferirsi alle Scritture, che sappiamo essere tipico di san Matteo e che qui riappare anche più puntualmente: "Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito..." (26,24); "Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto, infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge..." (26,30; cf Zc 13,7). A quelli che vanno ad arrestarlo rimprovererà di essere venuti da lui con spade e bastoni come si va contro un brigante: "Ogni giorno stavo seduto nel Tempio ad insegnare, e non mi avere arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei Profeti" (26,55-56).
Anche nell'acquisto, fatto dai capi dei sacerdoti, del "campo del vasaio" con le trenta monete di argento, gettate da Giuda nel tempio in un momento di disperazione, Matteo vedrà l'avveramento di una profezia biblica (27,3-10), che egli ricostruisce piuttosto liberamente combinando un testo di Geremia (32,6-15) con un altro di Zaccaria (11,12-13).
Abbiamo portato solo alcuni esempi, che potrebbero facilmente essere moltiplicati. Tutto questo dimostra, come abbiamo già accennato, che Gesù non è travolto dai fatti, ma li domina con piena libertà: è il disegno del Padre che egli esegue in piena "obbedienza" (cf Fil 2,8), come espressione del suo amore verso Dio e verso gli uomini. L'amore è commisurabile al grado di disponibilità e di gratuità con cui si esprime: chi, pur potendo non morire, muore per l'amico, è segno che è mosso soltanto dall'amore.
Tutta la storia della Passione, perciò, è messa da san Matteo sotto il segno della libertà e dell'amore.

L'innocente e i colpevoli

Un altro aspetto caratteristico del racconto di san Matteo, intimamente collegato con quello precedente, è la dichiarata "innocenza" di Gesù, nonostante tutti i tentativi per farlo apparire come "reo di morte" (26,66).
Oltre che da tutto il racconto, questo appare da due episodi riferitici dal solo Matteo.
Il primo è quello del sogno della moglie di Pilato, che tenta di mettere in guardia il marito dal compiere qualcosa di male contro Gesù: "Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua"" (27,19). Il secondo è il gesto di Pilato che si lava le mani pubblicamente, per dissociarsi dal delitto che i capi dei Giudei e la folla reclamavano che egli legalizzasse: "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, prese dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: "Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!". E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli"" (27,24-25).
Con queste parole il dramma si consuma in maniera definitiva. E non solo perché Cristo ormai viene condannato a morte dall'autorità romana, ma anche perché il popolo di Gerusalemme dichiara di addossarsi tutta la responsabilità dell'uccisione di Gesù: Israele rivela così il suo vero volto di popolo "infedele", che mette in croce il proprio re e Messia. Il delitto che egli compie, reclamando la crocifissione di un innocente, ricadrà sopra di lui in forma inesorabile, che non Dio ma esso stesso pronuncia. Dissociando la sua sorte da Cristo, egli rifiuta in un certo senso di essere il popolo di Dio: gli subentrerà la Chiesa, ovviamente aperta anche ai Giudei e senza rinnegarli, come comunità messianica escatologica, che proprio nel Cristo crocifisso riconoscerà il Figlio stesso di Dio.
Non è perciò un caso che siano proprio dei "pagani" a emettere la prima confessione di fede ai piedi della croce: "Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era il Figlio di Dio!"" (27,54).

"Il processo a Gesù" è anche "il processo agli uomini"

Nel momento stesso, però, in cui emerge sovrana la innocenza di Cristo, si profila anche in maniera paradossale la colpevolezza degli uomini. Si pensi solo a Pilato che, in fin dei conti, è il più onesto fra tutti i sinistri protagonisti di questa tregenda della falsità e della abiezione morale: mentre proclama Gesù innocente, lo condanna a morte! La "giustizia" diventa nelle sue mani uno strumento per mantenere il potere, anche se deve tramutarla in somma "ingiustizia". I sacerdoti e i farisei, che avevano il compito di custodire la Legge, la violano anche proceduralmente, oltre che nella sostanza; si rifiutano di riconoscere Dio, a cui pur dichiarano di voler essere fedeli, in Cristo. In nome di Dio, condannano l'inviato di Dio!
Non si salvano neppure i discepoli. Giuda lo "vende" per trenta denari; Pietro non ha il coraggio di confessarlo in pubblico, pur avendo dichiarato con tanta sicurezza: "Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai" (26,33). "Tutti" gli altri, poi, al momento dell'arresto, "abbandonatolo, fuggirono" (26,56).
Nella storia della Passione, perciò, non si descrive soltanto l'iniquo "giudizio" su Cristo, ma anche e soprattutto il "giudizio" di Dio sugli uomini. Nella prospettiva degli Evangelisti le parti si rovesciano: il "processo a Gesù" diventa il "processo agli uomini"2 e ai cristiani, che continuano a tradire Cristo oggi come allora.
Perciò quella storia ci interpella direttamente. I protagonisti di quel dramma stanno ancora tutti sul palcoscenico, perché siamo precisamente noi col nostro nome e cognome.

Da: CIPRIANI Settimio,
Fonte:  www.donbosco-torino.it