Don Paolo Zamengo,"Piaghe trasfigurate "

Piaghe trasfigurate    Gv 20, 19-31
Tommaso fratello mio, ti stai tormentando per come, tu e gli altri, vi siete comportati nell’ora più
impegnativa di Gesù. Ti vergogni, Tommaso, e senti che questa ferita sanguina ancora e te ne vai lontano da tutti a cercare ragioni e un balsamo per il tuo cuore. Non sopporti la tua fragilità.

Da bambino io mi vantavo delle ferite sulle ginocchia e facevo a gara con gli amici, nelle infinite corse in bici o saltando i fossi della campagna, a chi poteva esibire più abrasioni sulle gambe o sulle braccia. Erano le nostre medaglie, le prove del nostro coraggio.  Da grandi ci vergogniamo, come te, dei graffi che la vita ci procura.

Ma la visita inattesa e rinnovata di Gesù risorto è per te, Tommaso, e per noi, la certezza che le nostre piaghe non sono mai, per lui, un problema ma l’occasione per dirci che ci vuole bene, per sanare e rimarginare quanto ancora ha bisogno di guarigione. Se glielo permettiamo.

Gesù ti viene a cercare. E tu ti nascondi perché sei un uomo che ha rispetto della sua dignità. Prevedi almeno un rimprovero e già ti prepari ad abbassare gli occhi. Le sue parole invece sono piene di tenerezza. Gesù non ha bisogno di rivalsa o di rivendicare qualcosa ma solo darti la grandezza del suo amore e del suo perdono.

La tenerezza di Gesù risorto ti commuove, Tommaso, e ti disarma. Si è preoccupato di venirvi a cercare, te e gli altri, impauriti, bloccati e nascosti nella mistica penombra del cenacolo. Viene ma non per dirvi la sua delusione. Avrebbe potuto ricominciare da capo con altri, da altre rive o da altre barche, deluso per le vostre paure, la tiepidezza della fede e la durezza del vostro cuore, il vostro sguardo cieco e l’udito rigido.

Invece, Gesù continua a insistere e a investire su di te e su voi. Perché questo è il paradosso dell’amore. È il miracolo di Pasqua. A te mancava l’aria. Nel luogo in cui vi eravate rinchiusi c’era aria di paura, aria viziata, aria morta. Hai scelto di uscire, di andartene, di cercare, di provare.

Ma questo tuo coraggio, forse tardivo, ti porta di nuovo davanti a Gesù. E ti senti dire dal Maestro quello che a noi bambini la maestra, invece, proibiva. “Bambini, guardare ma non toccare”. A te invece il Maestro dice: “Tommaso, tocca e vedi”. Toccare per credere.

Solo a te è stato chiesto di toccare e vedere. A noi, discepoli di Gesù, a distanza di oltre duemila anni, non è data questa possibilità. E tuttavia proprio a noi è offerta una consolante promessa, la gioia di credere in lui, senza averlo visto.

Come un innamorato che esce da sé stesso per gettarsi nelle braccia di chi ama. Come un amico che si fida ciecamente dell’amico, senza cercare prove e senza calcolare quello che dà.

A te, Tommaso, Gesù non dice che sei beato perché hai creduto, ma a noi sì. A noi è riservata questa carezza. E siamo invitati a rovesciare la tua pretesa. Non vedere per credere ma credere per vedere.

Tommaso, volevi toccare con la tua mano le sue ferite, ma oggi è il Risorto a toccare il nostro cuore e a chiederci di lasciarci toccare dalla sua misericordia. Noi non possiamo vedere per credere ma vogliamo credere per vedere e per vivere.

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