Padre Paolo Berti, “Abbiamo visto il Signore!”

II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia           
Gv.20,19-31 
“Abbiamo visto il Signore!”
Omelia   
L'inno di Pietro, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, è un inno alla misericordia del Padre,
che “ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva…”. Pietro parla della risurrezione, chiaro però che essa presuppone la morte redentrice; tuttavia, ci si può domandare perché Pietro si concentri nel suo inno sulla risurrezione. La risposta la possiamo avere nella sua esperienza e in quella dei discepoli. Erano spaventati, disorientati, chiusi nel cenacolo per paura del tempio, senza la risurrezione si sarebbero sbandati del tutto, sarebbero ritornati al loro lavoro, avrebbero fatto di tutto per dimenticare. Faccio con voi questa considerazione: Se Cristo avesse stabilito di risorgere alla fine del mondo, insieme a tutti gli uomini, la Chiesa non avrebbe fatto che un sol passo e poi sarebbe scomparsa. Infatti, se i discepoli avessero avuto solo un’apparizione del grande defunto, e noi lui risorto, l’avrebbero rifiutata come segno di vittoria; l'apparizione di un defunto non avrebbe dato loro vigore. Ma, ecco, davanti al Risorto gli apostoli prendono forza. Da qui l’exultet di Pietro: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo…”. Da qui l’exultet della Chiesa, che inneggia alla “grande misericordia”. E questo exultet sia il nostro. Eravamo smarriti, peccatori, sbandati, ma ora siamo dei salvati.
Vedete, fratelli e sorelle, Dio nella sua misericordia tiene conto di tutto. Noi spesso ragioniamo solo in termini di vizio e di peccato e di virtù; Dio invece, nella sua grande misericordia, aggiunge anche la considerazione della nostra fragilità, vede anche che su di noi pesano le stimmate delle generazioni passate, cioè i segni genetici causati degli sbagli degli uomini nei millenni dei millenni. Vedete, non tutti abbiamo i nervi ben distesi, non tutti siamo intelligentissimi, non tutti belli, non tutti con un temperamento felice. A ciò poi, si aggiungono le eredità morali dei comportamenti ambientali, non sempre felici. Ebbene, Dio nella sua grande misericordia tiene conto di tutto questo. Non faccio questo discorso perché qualcuno concluda che siamo da buttare; don Mazzolari, che faceva su di sé questi ragionamenti, concludeva che poi “non era male”.
La dignità dell’uomo rimane intatta sempre, come se fosse senza alcuna stimmata del passato. Noi non abbiamo niente in comune con il tristemente famoso Lombroso, che andava alla ricerca di questi segni-ferita per definire la purezza della “razza ariana”.
Ecco, Dio quando giudica del nostro peccato valuta tutto di noi. Quella reazione impulsiva che riceviamo da qualcuno, e che noi a volte giudichiamo superbia, arroganza, può essere invece mossa da altro, cioè da disagi profondi, da situazioni ereditarie. A volte, bolliamo una persona di sospettosità, mentre è solo un ferito che cerca di parare i colpi per evitare di soccombere; e infatti, lo stesso soggetto può poi sorprenderci, per la sua generosità, la sua capacità di amare fino al sacrificio. Ci sono degli aggressivi coi quali va usata tanta pazienza, considerando che è quella la loro indole, che ovviamente devono saper gestire e migliorare. Ci sono i depressi, che si chiudono a riccio: vanno amati, valorizzati. Sia gli uni che gli altri giungeranno, con l'aiuto del Signore, ad una forte stabilità nella carità. Gli aggressivi diventeranno mansueti e comprensivi, e i depressi degli audaci che sostengono insulti ed emarginazioni.
Dio si è piegato e si piega con grande misericordia sul genere umano e continua, continua sempre la sua opera di salvezza e santificazione.
Pensiamo a Caino e ad Abele. Certo, Caino ha peccato, è stato omicida; Dio lo aveva ammonito, aiutato a superarsi, ma a monte c’è anche il comportamento di Adamo ed Eva. Per Caino Eva esulta di gioia, per Abele niente. Caino è il primogenito, l’autorità sul fratello è sua, la proprietà del futuro è sua. Ne seguì che quando Caino vide che Abele era gradito a Dio e lui no, non sopportò la cosa e uccise il fratello.
A questo punto non dobbiamo ragionare in termini di fatali processi psicologici; ci pensano già le telenovele, combinando un vero svisamento della verità. No, il peccato esiste e noi lo commettiamo, liberamente lo commettiamo. E dico, chi ragiona solo in termini di vizio-virtù finisce per essere un acido rigorista, ma chi ragiona solo in termini di psicologia, deresponsabilizzando le azioni degli uomini, finisce per essere un lassista, o meglio un accusatore della società, un accusatore di Dio, un sostenitore, passi l'espressione, del fato psicologico.
Ognuno di noi rientra in una sfida che Dio si è assunta contro il peso della carne dell'uomo, contro le insidie del demonio, contro l’organizzazione del peccato nella società, che costituisce quello che la Bibbia chiama il mondo, e contro anche le stimmate che provengono dalle generazione delle generazioni delle generazioni passate.
Dio non esclude nessuno dalla santità.
Fratelli è bello dar gloria a Dio vincendo il peccato, accettando di sostenere la sfida che Dio ha ingaggiato contro il male. E dobbiamo sapere che tutte le volte che pecchiamo il Principe nero di questo mondo esulta contro Dio: "Vedi, sono più forte io. Vedi, preferiscono me!". Ma noi, fratelli e sorelle, vogliamo dare gloria a Dio scegliendo lui e non il peccato, e Dio darà gloria, la sua gloria a noi.
Dio parte da chiunque per il cammino della santità. C’erano santi che avevano nervi ben saldi, ce n’erano di quelli che li avevano a fior di pelle. Ci sono stati dei santi intelligentissimi, altri di intelligenza mediocre e, addirittura, molto mediocre. Ci sono stati dei santi con un temperamento tosto, come san Gerolamo che diceva al Signore: “Perdonami se sono Dalmata”, cioè se ho il temperamento irruento di un Dalmata. Altri avevano una nativa indole mite, ma all’occorrenza mostrarono però il coraggio e la forza del leone. C’era Pietro, emotivo, sanguigno; c’era Tommaso freddo e raziocinante; c’era Filippo di indole pratica, concreta. C’era Giovanni ardente, ma anche “figlio del tuono”; c’era Giacomo riflessivo, ma anche lui “figlio del tuono”, e gli altri con i loro temperamenti. Che cos'è il temperamento? E' il dato nativo che uno si ritrova. Il carattere invece è il profilo morale e comportamentale che uno ha attraverso le sue esperienza, l'ambiente in cui vive, le sue scelte, le sue virtù o i suoi vizi, e perciò lo si può correggere, difendere dai condizionamenti cattivi, e migliorare con le sollecitazioni del buon esempio degli altri.
Il cammino della santità è cammino di vittoria su tutto. E tutto, proprio tutto, ci ricorda Paolo nella lettera ai Romani (8,28) concorre al bene di coloro che amano Dio.
Dunque, fratelli e sorelle, facciamo nostro l’exlultet di Pietro: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”. E diciamo a tutti gli uomini: “Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre”. Amen. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it