Padre Paolo Berti, “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!”

III Domenica di Pasqua       
Lc.24,13-35                  
“Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!”
Omelia   
Abbiamo ascoltato, fratelli e sorelle, come Gesù spiegò ai discepoli di Emmaus le Scritture che si riferivano a lui: “E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. L’espressione “tutti i profeti” la ritroviamo nel discorso di Pietro dopo la guarigione dello storpio presso la porta del tempio detta “Bella” (At 3,18s), e nel discorso circa l'incontro con il centurione Cornelio (At 10,43). Colpisce la forza dell’espressione, la sua pienezza. 
Mosè, al quale un tempo si attribuiva tutto il Pentateuco, parlò di Cristo scrivendo di Abramo e delle promesse a lui fatte. Inoltre, annunciò la morte di Cristo mediante la celebrazione dell’agnello pasquale. Il sangue posto sugli stipiti delle porte degli Israeliti per salvare i primogeniti, cioè il germogliare primo degli sposi, era una figura del Sangue dell'Agnello che toglie i peccati del mondo, che salva facendo passare le genti nelle acque del battesimo affinché il faraone infernale non le raggiunga più. E non vengono salvati solo i primogeniti ma tutti, poiché il Sangue di Cristo ha fatto di ogni uomo un primogenito, infatti tutti siamo uni in Cristo. 
Mosè aveva poi parlato di Cristo annunciando il futuro profeta, che Israele avrebbe dovuto accogliere e ascoltare (Dt 18,15). 
Il profeta Natan parlò di Cristo presentando un suo futuro discendente che avrebbe regnato in un regno stabile per sempre (2Sm 7,12-13) della sua discendenza. Pure Davide parlò di Cristo, come si legge nel Salmo 109/110,1: “Oracolo del Signore al mio signore.: Siedi alla mia destra”, come pure nel salmo 15/16,10 (At 13,35): “Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa”. Anche il Salmo 21/22 parla di Cristo, presentando quasi letteralmente le sue sofferenze. 
Isaia parlò del servo sofferente di Jahvéh annunciando così le sofferenze del Cristo (Is 50,4-9; 52,13; 53,10-12; 54,5). Giona, annoverato tra i profeti minori, parla nell’episodio della balena della morte e risurrezione di Cristo (Cf. Mt 12,40).
Geremia annunciò la purificazione di Israele e la pace come dono dall’alto e non frutto di guerra (33,8s; 33,15). 
Daniele parlò di un consacrato messo a morte (9,26): “Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui”. 
Ezechiele parlò del regno messianico come improntato al dono di un nuovo spirito (11,19; 36,26). Gioele parlò del dono dello Spirito (3,1s). Osea parlò di un incontro nuziale di Israele con Dio (2,21). Amos (9,11), Abdia (v. 21), Michea (4,1s, 5,1), Naum (2,1), Abacuc (2,14), Sofonia (3,9.17); Aggeo (2,6), Zaccaria (2,8.14-15; 3,8; 9,9; 12,10), Malachia (1,11), parlarono del futuro regno fondato sulla giustizia, sulla pace, e non frutto di guerra. 
E' veramente travolgente la forza dell’annuncio pasquale di Pietro, nel quale è presente l'istruzione di Gesù ai discepoli di Emmaus sulle Scritture. Pietro ripercorse, nella luce dello Spirito Santo, tutte le Scritture, traendo la forza gioiosa di dire che di Cristo avevano parlato “tutti i profeti”. 
Dio ama tutti gli uomini e non giudica con riguardi personali, ci dice Pietro dopo aver superato la ristrettezza mentale di pensare che la salvezza per i pagani richiedeva che passassero attraverso la circoncisione (At 10,34). Dio è giusto e perciò giudica “senza fare preferenze”; giudica ciascuno “secondo le sue opere”, cioè secondo la sua corrispondenza al Vangelo. Ben avendo presente che innanzitutto (Gv 6,29): “Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Da quest'opera seguono le opere segnate dall'imitazione di Cristo (Gv 14,12): “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio”. 
La prima opera è credere in Cristo; e credere in Cristo vuol dire seguire, ascoltare, imitare, il Maestro. Credere in Cristo significa fidarsi di lui e seguirlo lungo la strada che lui ha tracciato. 
Quanta pesantezza abbiamo ancora in noi! Crediamo che per ingraziarci Dio basti andare a Messa, dire le preghiere, fare beneficenza. Certo ciò è corretto, ma se la fede non è viva tutto si riduce a formalità e non siamo dissimili dai farisei che credevano di ingraziarsi Dio con le opere della Legge. Credevano di poter catturare Dio a loro, quasi che l'iniziativa d'amore non procedesse da Dio, ma da loro. Ma ciò assolutamente non è (1Gv 4,10): “In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. 
Come siamo ancora legati al modo di pensare secondo gli uomini (Cf. Mat 16,23)! Tante volte, ad esempio, ho visto fedeli cercare di ingraziarsi il santo meno riverito in una chiesa, poiché in una nicchia oscura, quasi dimenticata. Allora si mettono fiori e si accende una candela, pensando: “Sant’… nessuno lo riverisce, lo invoca; se lo faccio io lui è contento perché certo si deve sentire trascurato, e così mi esaudisce”. 
Come potete capire, siamo ben lontani dalla verità. Non c’è santo che si senta triste perché trascurato dagli uomini, perché ha Dio. In cielo c'è pienezza di carità, così se preghiamo sant’Antonio, piuttosto che altri santi, in cielo nessuno se ne sente frustrato, ma anzi tutti i santi formano un coro con sant’Antonio, nel contempo che sant’Antonio rilancia su tutto il paradiso la preghiera indirizzata a lui. I santi sono tristi solo quando vedono che gli uomini non li considerano, li dimenticano, perché sono superbi e misconoscono la comunione dei santi. 
Altro punto che il brano di Pietro ci presenta è questo: “Ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi”. Negli ultimi tempi, cioè in quelli segnati dalla venuta di Cristo. Ultimi tempi attuati da Cristo, ma pure preparati poiché Paolo ci parla di “pienezza del tempo” (Gal 4,4). 
Proprio vorremmo sapere cosa deve intendersi per “pienezza del tempo”. Dico subito che la pienezza del tempo l'ha vista il Signore, ma certo Paolo nel suo apostolato ha visto che la messe, pronta ad essere raccolta per diventare Chiesa, era abbondante (Cf. Mt 9,37), appunto segno della “pienezza del tempo”. 
Non c’è teologo e storico che non si sia interessato alla questione. Il risultato comune è che la “pienezza del tempo” si riferisce non solo ad Israele, ma anche al cammino dei pagani. Pensiero esatto e indiscutibile, ma va arricchito, perché Israele era piuttosto in una posizione di chiusura a Dio con tutte le divisioni che aveva in sé. Pensiamo ai Farisei, con tutte le loro prescrizioni, ai combattivi Zeloti, ai solitari e sdegnosi Esseni. Nel mondo pagano non c'erano poi, stando al discorso di Paolo nella lettera ai Romani (1,18s), ottimali condizioni morali. Allora bisogna pensare che l’uomo, che si stava avviando verso una civiltà superiore, aveva bisogno, allora, dell’opera salvifica per non precipitare nel buio più oscuro. Poteva infatti il Cristo compiere l’opera della salvezza alla fine del mondo, ma lo fece tempo prima, nella “pienezza del tempo”, per liberare l’umanità dal baratro dove la superbia, per il conseguimento di una civiltà superiore, l’avrebbe condotto. La “pienezza del tempo” è così misericordia per l’uomo. Tutti i tempi e momenti di Dio sono misericordia. Così noi, fratelli e sorelle, che viviamo “negli ultimi tempi”, cioè in quelli inaugurati dalla nuova ed eterna alleanza, abbiamo un immisurabile dono, quello di essere in Cristo nel fuoco dello Spirito Santo, nell'appartenenza alla Chiesa. I profeti videro, annunciarono, ma non poterono accedere a tanto; noi sì. E spinti da questo dobbiamo adoperarci perché tutta la terra conosca e si apra al Signore. Vi immaginate cosa sarebbe diventata oggi la società in cammino accelerato verso tenori nuovi di vita, di conoscenza, senza il Cristo, senza gli altari, sui quali si rinnova l’unico sacrificio della croce? La terra sarebbe già da tempo un vero inferno. Ma, Dio ha mandato il suo Figlio “nella pienezza del tempo”. 
Noi viviamo negli ultimi tempi e i cristiani non possono non sentire tutta la grandezza di questi tempi, nei quali il Vangelo deve essere annunciato in tutto il mondo. E anche se oggi la mediocrità dimora nel cuore di tanti e tanti cristiani, verrà il tempo in cui la Pentecoste diventerà evento palpitante nella grande massa dei cristiani, e allora la Chiesa porterà il Cristo al mondo intero e sarà la civiltà della verità e dell’amore. 
Noi intanto, fratelli e sorelle, non spaventiamoci di fronte ai potenti, come già fecero i discepoli di Emmaus che si allontanarono da Gerusalemme preoccupati di non essere presi e imprigionati dal potere del tempio, ma annunciamo, con forza, che Cristo è risorto. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù. 
Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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