padre Raniero Cantalamessa, " In agonia fino alla fine del mondo"

 In agonia fino alla fine del mondo
padre Raniero Cantalamessa
Domenica delle Palme (Anno A) 
Vangelo: Mt 26,14- 27,66 
La Domenica delle Palme, è l'unica occasione, a parte il Venerdì Santo, in cui si legge il Vangelo
della Passione di Cristo nel corso di tutto l'anno liturgico. Non potendo commentare tutto il lungo racconto, ci soffermiamo su due suoi momenti: il Getsemani e il Calvario.
Di Gesù nell'orto degli ulivi è scritto: "Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: 'La mia anima è triste fino alla morte"; restate qui e vegliate con me'". Un Gesù irriconoscibile! Lui che comandava ai venti e ai mari e gli obbedivano, che diceva a tutti di non temere, ora è in preda a tristezza e angoscia. Quale la causa? Essa è tutta contenuta in una parola, il calice: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!" Il calice indica tutta la mole di sofferenza che sta per abbattersi su di lui. Ma non solo. Indica soprattutto la misura della giustizia divina che gli uomini hanno colmato con i loro peccati e trasgressioni. È "il peccato del mondo" che egli ha preso su di sé e che pesa sul suo cuore come un macigno.
Il filosofo Pascal ha detto: "Cristo è in agonia, nell'orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo". È in agonia dovunque c'è un essere umano che lotta con la tristezza, la paura, l'angoscia, in una situazione senza via d'uscita, come lui quel giorno. Noi non possiamo fare niente per il Gesù agonizzante di allora, ma possiamo fare qualcosa per il Gesù che agonizza oggi. Sentiamo ogni giorno di tragedie che si consumano, a volte nel nostro stesso edificio, nella porta dirimpetto, senza che nessuno si accorga di niente. Quanti orti degli ulivi, quanti Getsemani nel cuore delle nostre città! Non lasciamo soli coloro che vi sono dentro.
Portiamoci ora sul Calvario. "Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed emesso un alto gridò, spirò". Sto per dire, ora, quasi una bestemmia, ma poi mi spiegherò. Gesù sulla croce è diventato l'ateo, il senza Dio. Ci sono due forme di ateismo. L'ateismo attivo, o volontario, di chi rifiuta Dio e l'ateismo passivo, o subìto, di chi è rifiutato (o si sente rifiutato) da Dio. Nell'uno e nell'altro si è dei "senza Dio". Il primo è un ateismo di colpa, il secondo un ateismo di pena e di espiazione. A quest'ultina categoria appartiene l'"ateismo" di Madre Teresa di Calcutta, di cui si è tanto parlato in occasione della pubblicazione dei suoi scritti personali.
Sulla croce Gesù ha espiato in anticipo tutto l'ateismo che c'è nel mondo. Non solo quello degli atei dichiarati, ma anche quello degli atei pratici, di coloro che vivono "come se Dio non esistesse", relegandolo all'ultimo posto nella propria vita. Il "nostro" ateismo, perché, in questo senso, siamo tutti, chi più chi meno, degli atei, dei "noncuranti" di Dio. Dio è anche lui oggi un "emarginato", emarginato dalla vita della maggioranza degli uomini.
Anche qui bisogna dire: "Gesù è sulla croce fino alla fine del mondo". Lo è in tutti gli innocenti che soffrono. È inchiodato alla croce nei malati gravi. I chiodi che lo tengono ancora legato alla croce sono le ingiustizie che si commettono verso i poveri. In un campo di concentramento nazista un uomo era stato impiccato.
Qualcuno, additando la vittima, chiese con ira a un credente che gli stava accanto: "Dov'è in questo momento il tuo Dio?" "Non lo vedi?, gli rispose: è lì sulla forca".
In tutte le "deposizioni dalla croce", spicca sempre la figura Giuseppe di Arimatea. Egli rappresenta tutti coloro che, anche oggi, sfidano il regime o l'opinione pubblica, per accostarsi ai condannati, agli esclusi, ai malati di AIDS, e si danno da fare per aiutare qualcuno di essi a scendere dalla croce. Per qualcuno di questi "crocifissi" di oggi, il "Giuseppe di Arimatea" designato e atteso potrei benissimo essere io e potresti essere tu.
Fonte:http://www.qumran2.net

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