don Marco Pedron, "Lui dimora presso di te"

Lui dimora presso di te
don Marco Pedron
VI Domenica di Pasqua (Anno A) 
Vangelo: Gv14,15-21 
Lunedì - Un comandamento nuovo... non un altro
"Se mi amate, osserverete i miei comandamenti" (Gv 14,15).
Il vangelo di oggi è la prosecuzione di quello di domenica scorsa. Siamo nell'Ultima Cena e i
discepoli sono terrorizzati dalla possibilità reale e quasi sicura che Gesù muoia.
Gesù ha amato i suoi discepoli completamente, fino alla fine (Gv 13,1). Adesso anche lui chiede amore ai suoi discepoli. Ma l'amore che egli chiede per sé in realtà non è per sé ma per gli altri. Da Dio a Gesù; da Gesù a voi; da voi agli altri: è il processo dell'amore.
Ma quali sono questi comandamenti? Sono i Dieci Comandamenti? No. Per veder quali siano, dobbiamo andare a vedere quando Gesù si riferisce a questi "comandamenti".
Poco prima, sempre nella stessa sera, in Gv 13,14 un attimo dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, Gesù dice: "Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi".
E qualche versetto dopo in maniera inequivocabile Gesù dice: "Vi do un comandamento nuovo (=kainos): che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato (è il servizio che Gesù ha appena fatto con la lavanda dei piedi) così anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34-35).
Nuovo in greco si può dire neos che significa un altro "aggiunto nel tempo" (ho una bicicletta e me ne regalano una di nuova, cioè un'altra e quindi ne ho due). Oppure si può dire con kainos che vuol dire nuovo nel senso di qualità: "E' un'altra cosa!" (prima avevo una bicicletta e adesso ho una moto nuova: è su di un altro livello, di un'altra qualità).
Allora: gli ebrei avevano già i 10 Comandamenti e Gesù non ne dà un undicesimo. Avevano già 613 regole da seguire, bastavano quelle, erano più che sufficienti! Gesù non aggiunge, ma toglie.
Gesù ne dà uno unico, totalmente nuovo ma su di un altro piano; è un'altra cosa che soppianta tutto ciò che c'è prima.
Avete presente il mare di Sottomarina: carino! Ma volete mettere quello della Sardegna, delle Isole Tremiti, ecc. Sempre mare, ma tutta un'altra cosa. Lo stesso mare... due mari diversi.
Martedì - L'amore di Dio si prova nell'amore al fratello
Qui si parla di comandamento: ma si può comandare l'amore? No!
Nel film Spartaco si vede il console Crasso che, presa la moglie del defunto Spartaco, la implora di amarlo: "Amami! Amami! Per favore amami! (ed era la sua schiava)". Poteva comandarla, ucciderla... ma il cuore di Varinia (la moglie di Spartaco) non era per lui.
Ma perché allora Gv lo chiama comandamento visto che non si può comandare? Gli ebrei conoscevano molto bene i Dieci Comandamenti e tutti i comandamenti della Legge. La Legge (i comandamenti) dovevano essere obbediti. "Vuoi che Dio ti ama? Vuoi essere in regola? Devi seguire e rispettare i comandamenti". Era un dovere.
E il signor Mosè, fedele a queste regole, fece lapidare un uomo che raccoglieva legna in giorno di sabato (Nm 15,32-36). Non è che la rubasse, la raccoglieva. Solo che era di sabato! E di sabato non si poteva.
Vedete cosa può fare l'ideologia religiosa? E chi crede di agire per conto di Dio si sentirà in dovere di farlo, in dovere di "uccidere", di correggere, di condannare e di giudicare.
Gesù parla di "comandamento" (e capite che lo fa di proposito) proprio per contrapporlo ai Dieci Comandamenti e a tutti gli infiniti comandamenti e regole dell'A.T.: "Basta! L'amore non si guadagna: l'amore è offerto".
Vi ricordate? Quando si andava a confessarsi lo schema era: l'amore verso Dio, poi verso gli altri, poi verso se stessi. Ma qui si dice una cosa incredibile: se non fosse scritta non potremo crederla vera. Gesù non ci chiede di amare Dio, ma di amarci gli uni gli altri. Sembra strano ma Gesù non ci chiede di amare Dio ma gli altri.
Non è che ami Dio perché vai in chiesa o perché preghi tanto o perché vai in pellegrinaggio al Santo o a Medjugorie o a Fatima o perché fai meditazione trascendentale. Tutte cose buone: ma si vede se ami Dio se ami e rispetti tua moglie... tuo marito... se ami senza pretese tuo figlio... se ami il tuo vicino e non lo inganni... se ami il tuo collega non umiliandolo... se ami il tuo capo non fregandolo, ecc.
Nella prima lettera di Gv 4,20-21 l'Apostolo dice: "Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio ami anche il fratello".
L'amore di Dio non si vede quindi da quante preghiere dici ma dall'amore per il fratello. Dio non vuole che noi ricambiamo il suo amore: ma vuole che l'amore che Egli ci dà si riversi negli altri. Dio vuole che ci amiamo gli uni gli altri. Se facciamo così e solo se facciamo così, lo amiamo.
Ricordate la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30-37): il sacerdote e il levita, che erano religiosi, pensavano di essere graditi a Dio e non si contaminano, proprio in nome di Dio, per essere puri e per poter pregare nella purezza. Solo che non sono loro ad amare Dio ma l'eretico e impuro Samaritano.
Ci sono ancor oggi persone che donano la propria vita a Dio: ma Dio non vuole (non ne ha bisogno) la nostra vita. La vita si dona ai fratelli, a questo mondo, ad una causa, non a Dio. Ci sono ancor oggi persone che dicono: "Lo faccio per Dio... lo faccio per carità cristiana...". Ma non si fa per Dio, lo si fa per il bene delle persone, per aiutarle, perché soffrono. Altrimenti è come dire loro: "Mi fate schifo, ma siccome c'è Dio, vi amo". E' come dire: odio Mario ma siccome è sposato con Luisa e Luisa, sua moglie, è mia amica, lo invito a cena da me. Non c'è amore qui.
Mercoledì - Non siete mai soli
"Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi" (Gv 14,16-17).
Gesù annuncia che Lui se ne va ma che i discepoli non rimarranno soli: infatti c'è il Paraclito. Parakletos=colui che viene in soccorso, che aiuta, che viene in aiuto. Non è un nome dello Spirito ma una funzione.
Finché era in vita ci pensava lui a proteggere ed ad aiutare i discepoli. Adesso lui non c'è più e c'è il suo Spirito. E questo è un vantaggio. Infatti il suo Spirito rimane con loro per sempre.
Gesù non ci poteva essere sempre e per tutti in ogni momento. Ma il suo Spirito sì: per tutti e in ogni momento.
Ma perché "il mondo (=kosmos) non lo può ricevere"? Kosmos, in Gv, è il mondo che rifiuta Dio. Le autorità non hanno lo Spirito di verità perché non possono accettare di servire, di mettersi a servizio (che è l'amore) della verità. Loro, invece, lo conoscono ("dimora") perché l'hanno ricevuto da Gesù e sanno che di questo spirito (=lo spirito dell'amore della lavanda dei piedi) devono vivere ("sarà in voi").
"Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete" (Gv 14,18-19).
Gesù assicura che quella sembra una fine, la sua morte, in realtà sarà invece una presenza ancor maggiore.
Il mondo (=kosmos), invece, non lo vedrà, non tanto perché Gesù muore, ma perché non ha occhi per vederlo. Il mondo si è fermato al corpo di Gesù: morto Gesù, per il mondo è finito tutto.
Ma i discepoli, invece, lo vedranno perché avranno altri occhi: sono gli occhi del cuore, dell'amore, dello spirito. Sono gli occhi dell'amore che si fa servizio. I discepoli lo vedono perché sanno che Gesù è Amore e dovunque c'è l'amore Lui c'è.
"Perché io vivo e voi vivrete": la vera vita, dice Gesù, è proprio questa, quella che non si vede con gli occhi fisici ma con gli occhi interiori. La vera vita, ciò che fa vivere, è l'amore, il darsi, il servire.
"In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi" (Gv 14,20).
"In quel giorno" è il giorno della sua morte. In quel giorno Dio è nel Padre, cioè nell'Amore. Ma non solo: noi siamo in Lui e Lui è in noi.
Cioè: come la morte non è la fine della vita di Gesù, ma anzi la sua pienezza (perché Gesù è nell'Amore), così per i discepoli la separazione non è la fine ma un'unione ancor più intima e vicina con lui.
Anzi ancor di più: se Lui è in noi, vuol dire che Dio assume il nostro volto. E se noi siamo in Lui vuol dire che noi assumiamo il volto di Dio.
E' chiaro che durante l'Ultima Cena i discepoli non capiscono queste parole; ma dopo la resurrezione tutto sarà chiaro a loro, così chiaro che "lo vedranno"... ma non con gli occhi fisici!
Giovedì - Amatevi gli uni gli altri
"Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14,21).
"Chi accoglie i miei comandamenti": sono i suoi comandamenti, quelli di Gesù e non quelli di Mosè. Sono comandamenti al plurale perché diventano gesti e comportamenti, ma in sé il comandamento è unico: "Amatevi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Ecco il comandamento nuovo.
L'amore verso Gesù non è rivolto verso di lui ma nella pratica verso gli altri. L'amore di Dio si vede nell'amore verso gli uomini. Più gli uomini sono umani e più il divino emergerà in loro.
Una suora ha detto: "Dio lo amo tantissimo: sono le mie consorelle che odio".
Sugli elmetti dei nazisti c'era scritto: "Dio è con noi".
Un uomo è scivolato in montagna, si è fratturato e ha avuto una perdita interna. Un passante l'ha preso sulle spalle e l'ha portato al rifugio, ha chiamato il Pronto Soccorso e un elicottero gli ha salvato la vita. L'uomo salvato non ha mai saputo chi è stato il suo salvatore. Ma lui non ha dubbi. Quando gli dicono: "Non sai vero, chi è stato", lui risponde: "Certo che lo so!". "Lo sai?". "Sì, è stato Dio!".
Siamo in un centro per disabili. Fra di loro c'è Pietro, un ragazzo fisicamente molto disabile che è seguito da Giovanni, un volontario. Giovanni va tutte le domeniche, con amore, cura e attenzione lo porta a far colazione al bar, poi gli fa fare una passeggiata e lo porta perfino allo stadio. Un giorno il prete va a fare la messa nel centro e racconta di come Gesù sia stato pieno di amore per tutti (e racconta alcuni episodi della vita di Gesù). "Allora - dice il prete - avete capito chi è Gesù? Chi è Gesù?". Pietro alza la mano: "Gesù è come Giovanni!". Se davvero ami Dio si rivela e si mostra in te.
"Chi mi ama", cioè ama gli altri (perché Gesù l'ha appena detto: non vuole essere riamato ma che il suo amore vada verso gli altri), "sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò", cioè questo è quello che Dio vuole e "mi manifesterò a lui": Dio si mostra, si fa vedere nell'uomo che ama. Il vero santuario, la chiesa vivente, è la comunità, la persona che ama.
Ma non solo: più l'uomo ama l'uomo e più Dio, amandolo, lo renderà capace di amare, con l'effusione di nuove potenzialità, di nuove capacità, di nuove forze, riuscendo in ciò che prima gli sembrava impossibile. La realtà è che non siamo mai soli perché Lui, lo Spirito, vive dentro di noi.
Venerdì - Tu non sei solo perché io vivo in te
"Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete" (14,18-19).
E' l'esperienza dei primi discepoli: all'inizio si sono sentiti orfani, soli, abbandonati, ma poi hanno scoperto che Colui che li aveva abbandonati fisicamente era invece vicino, reale e vivo dentro di loro. Per questo non erano più soli.
La tradizione della chiesa da sempre parla dell'inabitazione di Dio nell'uomo: Dio ha posto casa in noi. Dio abita in me.
Quando mi chiedo: "Dov'è Dio?", la prima risposta è: "Qui in me". La grande ricchezza è dentro di noi!
Quando nell'800 gli Olandesi arrivarono in Sud Africa vi trovarono gli indigeni che giocavano con delle pietre: erano diamanti. Ma gli indigeni neppure sospettavano della preziosità di quelle pietre. Vi giocavano come fossero delle semplici biglie: neppure conoscevano la ricchezza della loro terra.
La grande scoperta degli apostoli fu proprio questa: Lui era il Presente, Colui che stava, Colui che accompagnava, Colui che c'era in ogni situazione.
Una bambina su di un compito ha scritto: "Alla sera, quando sono a letto, mi volto verso il muro e mi parlo, perché io mi ascolto". E' terribile sentirsi soli.
Un bambino un giorno torna a casa piangendo disperato. "Che cosa c'è?" chiede la mamma. Tra singhiozzi e parole biascicate il bambino dice: "Io, Giovanni, Andrea e Luca giocavamo a nascondino. Io mi sono nascosto bene... e aspettavo. Il tempo passava e loro non mi trovavano. Quando sono uscito erano tutti andati a casa. Nessuno è venuto a cercarmi, capisci? Nessuno!".
Essere soli vuol dire essere nessuno: che ci siamo o no è la stessa cosa. Allora è terribile. Se posso percepire che Lui è con me non sarò mai più solo e mai più abbandonato.
Sabato - Consolare non è minimizzare ma stare
Le parole di Gesù vogliono consolare gli apostoli.
E' morto il figlio quindicenne di una donna. Che cosa vuoi dirgli? Qualcuno le ha detto: "Dio si prende i fiori migliori". Era un incoraggiamento ma la donna: "Bel Dio, questo!". Un altro: "Dio si porta via sempre i più buoni". E lei: "Che mi dia dei figli cattivi, ma che me li lasci!". Un altro: "E' la vita... dai poi col tempo passa... almeno tu eri pronta, lo sapevi...". A volte noi diciamo delle belle parole, ma le belle parole non toccano la persona. A volte basterebbe solo far silenzio, non dire nulla ed esserci.
Una bambina di nove anni torna a casa dopo essere stata dalla vicina che le era morto il figlio. "Cosa sei andata a fare dai vicini? Lo sai che stanno soffrendo!". "Sono andata a consolare la mamma!". "E come potevi consolarla tu?". "Le sono salita sulle ginocchia e abbiamo pianto insieme".
Con-solare è cum-solus, stare con chi è solo. A volte non c'è niente da dire. A volte non c'è niente da fare. A volte si tratta solo di esserci. Il dolore, la fatica, l'angoscia, le separazioni, fanno parte della vita. Non si può toglierle.
Consolare non è minimizzare: "Ma sì, dai che non è niente! Ma sì, dai che passa! Ma sì, ne hai tanti di amici!".
Un bambino di otto anni è arrabbiato perché il suo amichetto non lo ha invitato alla festa. Per lui è una grande sofferenza. Se tu minimizzi non lo comprendi. Se gli dici che "non è niente" gli dici che è sbagliato quello che prova e così lui pensa di essere sbagliato. Se gli dici "passerà" lui penserà: "Neanche la mamma mi capisce!". Stai con lui, lo abbracci, gli dici che capisci il suo dolore, che ti dispiace e che non ci puoi fare niente.
Consolare non è far finta di niente: sta soffrendo perché vuoi toglierli un dolore che non si può togliere?
Un ragazzo viene bocciato a scuola oppure viene lasciato dalla fidanzatina. Per lui è un dolore immenso. E' inutile non parlarne, fare come se non fosse niente perché la cosa è successa. E' inutile schivare il discorso perché la realtà è questa. "Come stai? Cosa provi? Raccontami! Se vuoi io ci sono! Non ti posso togliere il tuo dolore ma ti posso ascoltare". Il dolore espresso è condiviso, minore (come dice la parola condiviso).
Consolare non è dire qualcosa, è esserci, stare. Ti prenderò la mano, non dirò niente e starò con te. Ti guarderò negli occhi e saprai che io ci sono. Non posso vivere per te ma posso vivere con te.
Lo Spirito Consolatore fa proprio così.
Cosa succedeva agli apostoli? Il mondo gli cadeva addosso, tutto quello per cui avevano lottato e vissuto adesso finiva. Allora si dicevano: "E' la fine! L'angoscia ci sommerge! Andremo tutti a fondo!". E Gesù: "Non abbiate paura amici miei, non sia turbato il vostro cuore. Io fisicamente non ci sarò più ma continuerò a consolarvi. Mi sentirete e non vi sentirete mai soli. Credetemi sarà così". E fu così.
Domenica - Io per te ci sono
Vi rendete conto cosa vuol dire avere il Consolatore dentro di sé?
Quando il mondo ti cade addosso... quando ti ritrovi di fronte ad uno sbaglio colossale... quando devi fare una scelta che nessun altro può fare per te ed è una scelta difficile o dolorosa... dove vai?
Vai dentro di te... rientri in te... e cerca, cerca, cerca. Perché da qualche parte c'è Lui: il Consolatore. Nessuno di noi è solo. C'è sempre una parte di noi che ci può consolare, che ci può stare vicino, che ci può dare una mano, che ci sarà per noi qualunque cosa capiterà o dovremo vivere.
Quando tutto mi cade addosso, allora io mi dico: "Marco, io per te ci sono". E non mi sento più solo. Mi dico: "Se anche tutti ti abbandonassero, io non lo farò, Marco". E poi mi fermo, mi ascolto e sento che Lui mi dice: "Marco, anch'io per te ci sono!". E questo è una consolazione enorme: so che Lui c'è, che non mi abbandonerà. E mi dico: "Per fortuna!".
Questa fu l'esperienza degli apostoli: "Sentivano che Lui, lo Spirito, il Signore Risorto, era vivo e presente dentro di loro. Per questo non si sentivano mai soli". Se ti senti abitato da qualcuno sei sempre in compagnia.
Soffriamo di solitudine perché non lasciamo entrare nessuno (né Dio né le persone).
Il vangelo di oggi, poi, ci ributta dentro di noi. La tua forza è dentro: lì c'è lo Spirito, il Dio in te. La forza di un albero non sta in quello che si vede, nelle foglie, nei rami o nel tronco. La sua forza sta nelle sue radici, in ciò che non si vede, in ciò che ha dentro. Nessun albero è più alto delle sue radici. La forza di un uomo è in ciò che ha dentro.
Se amiamo veramente i nostri giovani dobbiamo insegnargli dov'è la loro vera forza. A che serve farli belli, grandi, grossi, laureati, quando poi non hanno la forza di vivere?
Pensiero della Settimana
Se tu stai con te non sarai mai solo.

Fonte:http://www.qumran2.net

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