Padre Paolo Berti,“Chi ha visto me, ha visto il Padre”


V Domenica di Pasqua          
Gv 14,1-12 
“Chi ha visto me, ha visto il Padre”
Omelia   
Quello che non deve mai cessare, subire rallentamenti, è l’annuncio del Vangelo. Abbiamo ascoltato
il caso del malcontento nelle mense della comunità di Gerusalemme. Un caso grave perché conteneva una trappola per il Vangelo; infatti, la soluzione proposta era indubbiamente quella di coinvolgere direttamente gli apostoli, con il conseguente rallentamento della loro azione evangelizzatrice. La “trappola”, così mi piace chiamarla poiché certamente vi era interessato il Diavolo, fu sventata con l’istituzione, comandata dallo Spirito, di sette diaconi, alle dirette dipendenze degli apostoli. Così l’azione evangelizzatrice della Chiesa non subì rallentamenti, e si rese adeguata anche quanto alle opere.
“Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense”; dunque l’annuncio della Parola ha il primato sulle opere, che certamente vanno fatte, poiché esse scaturiscono dalla Parola. Va notato pure che insieme all’annuncio della Parola gli apostoli evidenziarono il valore della preghiera: “Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”.
L’azione della Chiesa prolunga così l’azione del Cristo che annunciò il Vangelo, pregò il Padre, compì le opere.
Centro della Chiesa è Cristo, dal quale prende essere e vita. “Stringetevi a Cristo” ci dice san Pietro, poiché solo in tal modo la Chiesa cresce nella compattezza diventando costantemente quello che è nel disegno del suo fondatore: un edificio di pietre vive in cui egli è la pietra angolare.
Cristo, dunque, deve essere incessantemente ascoltato, obbedito, imitato, creduto, annunciato.
Stringersi a Cristo è trovare la forza di superare i momenti di paura, di turbamento di fronte agli ostacoli posti dal mondo, di fronte alle reazioni violente del mondo.
Quante volte si perde l’audacia, ci si lascia prendere dallo sgomento; quante volte ci viene la voglia di battere in ritirata e di costruirci “un castello” protettivo, rassicurante.
Guardiamo i discepoli. L’ebbrezza dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme è terminata. C’è pesantezza nei discepoli, si aspettavano un crescendo di trionfo e invece niente. I discepoli sono smarriti; Gesù ha denunciato la presenza di un traditore in mezzo a loro, mentre a Pietro ha rivelato che egli, il Cristo, sarebbe stato da lui rinnegato per tre volte. La loro consistenza sarà scossa, ma Gesù li invita a reggere, a non turbarsi, a stringersi attorno a lui, a lasciare i sogni di grandezza in questa terra perché la grandezza l’avranno in cielo. “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”.
Ma, come abbiamo ascoltato, Tommaso è lontano dal cogliere il parlare di Gesù: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”. Filippo, parimenti sembra non ricordare più quanto aveva udito da Gesù più volte: (Gv 8,19) “Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”; (12,44) “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato”; (13,20) “Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato”. All’udire che “nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, domanda di poter vedere il Padre, vorrebbe l’evidenza del Padre, e così la sua fede sarebbe sazia (“e ci basta”, dice), senza pensare che l’evidenza gli annullerebbe la fede; infatti, ciò che è evidente, palese, non ha bisogno di essere creduto sulla base della parola di uno; in questo caso di quella di Gesù; così Filippo vuole essere autonomo da Gesù, vuole credere senza la parola di Gesù. Filippo chiedendo una visione del Padre slega dal Padre Gesù, e così mette da parte l’unità di natura tra la persona di Gesù e quella del Padre; e Gesù lo richiama subito: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come tu puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. Credere in Gesù significa vedere Gesù, e vedere Gesù significa vedere il Padre. “Credete a me” - dice ancora Gesù -; “Se non altro, credetelo per le opere stesse”. Le opere, i miracoli di Gesù, chiari, evidenti, sono stati una prova di credibilità delle sue parole, poiché Dio non compie miracoli accreditando un menzognero (Cf. Gv 10,31). “Se non altro”, dice Gesù, cioè in fase minimale, ma si può ben meglio accedere alla fede in lui, vedendo lui, l’agire di lui, le parole di lui, la carità, la dolcezza di lui, la preghiera di lui. Importanti i miracoli, ma bisogna poi arrivare a cogliere lui, a questo conduce la fede viva, solo così si vede il Padre.
Stringersi attorno al Cristo, come c’invita Pietro significa credere in Gesù, con una fede viva.
A questo punto voglio fare una serie di considerazioni perché noi viviamo in un tempo dove la fede è attaccata da ogni parte; e, dico, non è tanto il pericolo dell’ateismo, ma quello del razionalismo, niente affatto scomparso nei suoi rivoli più astuti, meno facili da cogliersi.
Noi sappiamo, dalla parola di Dio, che la fede senza le opere è morta in se stessa (Cf. Gc 2,17). Ora la morte segue le infermità, e le infermità della fede si hanno quando poco si hanno le opere, cioè poco si imita Cristo, poco si obbedisce alla sua parola, e spesso si tronca la vita di grazia con il peccato. Così si ha una fede smorta, languente. Chi è in queste condizioni sostiene la sua fede con le prove di credibilità: miracoli, storicità dei Vangeli, esistenza dei campioni della fede nella Chiesa, coerenza dogmatica lungo i secoli da parte della Chiesa. Crede, ma crede per ragionamento, il che non vuol dire che l’intelligenza sia soppressa nel credere, ma, voglio dire, ciò non accede alla fede viva, che vive di un'intima unione con Cristo nel dono dello Spirito Santo. A chi ha fede languente, e nello stesso tempo è pieno di cultura, di letture le più varie, le difficoltà si presentano con la forza del dubbio, non sapendo che scarsamente vederle come problema, che la fede può risolvere. Costui si condanna a non essere un “convinto di Dio”, cioè ad avere una vera fede, non disgiunta dall’amore operante. I dubbi lo assalgono ed egli in fondo li macina, fino ad accoglierli come test positivi della sua intelligenza; si vanta di avere dubbi, si sente intelligente proprio perché ha dubbi. E quando vede chi crede veramente, poiché la fede esclude il dubbio, definisce quel credente un mistico, dimenticando che ogni cristiano vero é un mistico, anche se non ha doni mistici straordinari. E che la dottrina della Chiesa e tutti coloro che hanno doni mistici straordinari dichiarano d’avere solo la grande certezza comunicata dalla fede, la quale è bene espressa dalle parole della lettera agli Ebrei (11,1): “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”; e, dunque, non sono fuori della necessità di credere, di aderire e obbedire alla Parola, sapendo bene che i misteri della fede per quanto sondati restano tali; solo nella visione beatifica di Dio essi non saranno più tali, e per questo cesserà la fede (Cf. 1Cor 13,10-12). Il fatto è che il vero cristiano non macina e macina sulle prove di credibilità; una volta esaminate le trattiene nel cuore, poiché sono importantissime, ma non macina e macina, poiché vive l’incontro con Cristo, e in questo incontro nello Spirito Santo cresce la sua fede; e si rinnega secondo la parola del Vangelo, prende la sua croce e segue il Signore, cioè lo imita (Mt 16,24).
La fede non è un fatto statico, o cresce o decresce. La fede viva va sempre esercitata. Chi macina e macina sulle prove di credibilità senza slanciarsi nell’incontro con Cristo ha una fede in stato di coma profondo. Certo ogni credente si trova di fronte ad interrogativi, ma appunto sono tali e chi ha fede viva sa che la parola di Dio lo illuminerà e riuscirà a sciogliere gli interrogativi, e che rimane sempre la consultazione di sacerdoti di sana dottrina e profonda preghiera; e, in ogni caso, li scioglierà nei cieli.
La fede, fratelli! Conserviamola veramente viva perché è il nostro bene supremo. Essa ci unisce a Cristo il quale è la via che ci conduce al Padre e ai fratelli; è la verità che ci libera dalle menzogne; è la vita che ci dona la comunione viva con il Padre nel dono dello Spirito Santo, e che ci lancia nelle strade per portare ad ogni uomo il Vangelo. Nessuna avarizia in Gesù, nessuna grettezza: “Chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Amen, fratelli e sorelle! Ave Maria. Beata te, Maria, che hai sempre creduto (Cf. Lc 1,46).

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/

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