Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio Domenica «della SS. Trinità»

Lectio
Domenica «della SS. Trinità»

Gv 3,16-18 (leggere 16-21); Es 34,4b-6.8-9; Cant. Dan 3,52.53.54.55.56; 2 Cor 13,11-13

Antifona d’Ingresso
Sia benedetto Dio Padre,
e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo:
perché grande è il suo amore per noi.

L’antifona d’ingresso è una dossologia trinitaria composita. Dalla classica eulogia, la berakah
ebraica, la benedizione rivolta al Signore Unico «che operò verso noi la Bontà» sua, dell’alleanza divina, il Signore Unico è acclamato nella Trinità delle Persone, nelle quali tutto e per intero sussiste in eterno, si manifesta agli uomini, e nelle quali essi Lo amano contemplano adorano con un atto unico indivisibile.

Canto all’Evangelo Cf Ap 1,8
Alleluia, alleluia.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
a Dio, che è, che era e che viene.
Alleluia.

Come il testo precedente, questo canto è la dossologia trinitaria più nota e usata, il «Gloria al Padre», integrato con Ap 1,8. Il Signore Unico, il Vivente, si è rivelato a Mose nel Roveto ardente (Es 3,14) come «Colui che esiste», l’Unico Esistente in etemo. E tuttavia anche come «Colui che viene» dall’eternità nella storia degli uomini, e si manifesta nel Figlio con lo Spirito Santo, l’Unico Dio che sussiste e si fa contemplare nelle Persone divine.
Rimane sempre difficile tuttavia quando dalla contemplazione si passa al raccontare di Dio. Come parlare di Dio? e chi potrebbe comprenderlo? Di fronte a lui siamo come quel bambino che si trovava davanti all’immensità sconfinata del mare: attingeva acqua, ed era come se non avesse preso nulla; versava l’acqua sulla sabbia, e la vedeva infiltrarsi e scomparire. Come definire ciò che trabocca da ogni lato? Come cercare di esprimerlo, senza avere almeno una certa esperienza dell’infinito delle acque? Per conoscere l’oceano, la cosa migliore sarebbe spingersi al largo fino a perdersi in esso. Non si può parlare di Dio se prima non si è imparato a parlare a lui: gli uomini di preghiera ce ne danno una prova. La nostra è sempre una risposta all’iniziativa di un Dio che si rivela nell’intimità della fede, per dire il suo nome. Perché Dio solo è veramente capace di parlare di Dio, e lo fa diventando uomo in Gesù Cristo. Gesù di Nazaret è il volto umano dell’amore di Dio: nella sua persona, la pienezza della divinità ha dimorato nella nostra carne, e il suo Spirito mormora in noi il nome segreto: «Abbà», Padre! Tuttavia la rivelazione del Dio trinità rimane quella di un mistero, cioè di una realtà che supera i limiti di qualsiasi definizione: quanto ci viene detto di Dio non può che rimandarci continuamente a un Dio inesprimibile. «Dio ha tanto amato il mondo...» (Gv 3,16). San Giovanni apre uno spiraglio sul mistero di Dio e del suo disegno nei nostri confronti. Come i tre stranieri divenuti ospiti di Abramo alle Querce di Mamre (Gen 18,1-18), così Dio ci vuole compagni della sua eternità: per spezzare il suo pane con noi, per dividere il cibo della vita in un’intimità senza fine. «Dire a qualcuno: ti amo, è dirgli: non morirai!» (G. Marcel). Bisogna risalire fino alla vita profonda di Dio per comprendere che l’amore del Padre per l’umanità procura la vita eterna a chi crede in Gesù Cristo.
Dopo la Pentecoste, Manifestazione trinitaria, la Chiesa d’Occidente verso la fine del medio evo volle conferire solennità speciale alla Santa Trinità, consacrando ad essa una Domenica. Questa solennità ebbe un successo straordinario nella Chiesa d’Occidente. Essa nacque da forme devozionistiche del nord europeo, che ignoravano del tutto la Lex orandi e la sua prima efficacia, la partecipazione attiva, ma si ponevano piuttosto sul piano psicologico della contemplazione del Mistero fuori della partecipazione attiva ad esso, che è la comunione all’altare. In sostanza, la fede nella Trinità si deve esprimere anzitutto ascoltando la Parola e comunicando al Corpo e alla Coppa del Signore, essa non consta di astrazioni di teologia contemplativa .
Va subito ancora ricordato, con santa monotonia, che ogni Domenica noi tutti celebriamo invariabilmente Cristo Risorto con lo Spirito per la gloria del Padre, adorando con un unico atto d’ amore la Triade santa consustanziale indivisibile.
La Domenica della Trinità non può perciò altro che accentuare questo dato fìsso e originale della fede; il senso deve essere che per il resto dell’anno di grazia resti fortemente nella coscienza storica di tutti i fedeli l’unico centro della loro vita, il Dio Unico nella Trinità delle divine Persone.
Le solennità sono giorni della massima importanza; perciò hanno la precedenza su tutte le celebrazioni e hanno tutte testi propri per la Messa e per l’Ufficio divino.
L’attuale calendario liturgico, per rivalorizzare il giorno del Signore, esclude l’assegnazione perpetua alla domenica di qualsiasi celebrazione, fatta eccezione per le solennità della Santissima Trinità, il Corpo di Cristo e Gesù Cristo Re.
Queste solennità alle quali si aggiunge quella del Sacro Cuore di Gesù, celebrata il venerdì posteriore alla II domenica dopo la Pentecoste, non hanno una data fissa. La loro situazione nel calendario liturgico dipende dalla mobilità della Pasqua. Come già detto, tutte queste solennità, dalla loro particolare prospettiva, sono celebrazioni dell’unico mistero pasquale che determina tutto l’anno liturgico.
La soluzione nostra è: tale festa è superflua. Essa, come è affermato dal testo lucido e coraggioso di Alessandro II (o III vedi nota 1), fa purtroppo della S. Trinità un’“idea” teologica da celebrare.
Tuttavia, poiché esiste, occorre spiegarne i contenuti, e farne in qualche modo approfittare le anime. Questo si ottiene non centrando sul titolo della festa, ma aderendo con fedeltà ai contenuti veri della celebrazione, portati dalla Parola divina e dalla Preghiera della Chiesa.
La riforma liturgica ha dotato queste solennità di tre serie di letture, una per ogni anno, così che ogni solennità ha nove letture. I formulari delle orazioni e dei prefazi esprimono assai bene il senso di quello che la Chiesa intende celebrare.
La devozione alla Trinità incomincia dunque all’incirca nel sec. X, sebbene la tradizione patristica e liturgica non abbia mai ignorato questo mistero. Al contrario, la liturgia intera è impregnata di quel movimento misterioso al quale accenna il vecchio assioma patristico: «Ogni dono salvifico viene dal padre, per la mediazione del Figlio Gesù Cristo, nello Spirito Santo: e nello Spirito Santo, per mezzo del Figlio, torna al Padre».
L’ esempio più chiaro sono le orazioni liturgiche, che si chiudono sempre con la formula: «Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli».
Roma la introduce dunque nel calendario della Chiesa latina nel 1331, durante il pontificato di Giovanni XXII.
La solennità liturgica della Ss. Trinità non deve essere vista come una «festa di idee» o la festa d’ un mistero puramente «concettuale»; la Santa Trinità è un mistero di vita e di comunione, e non solo un mistero di fede e di adorazione:

O Dio Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità, e lo Spirito santifìcatore, per rivelare agli uomini il mistero della tua vita, fa che nella professione della vera fede riconosciamo la gloria della Trinità e adoriamo l’unico Dio in tre persone   (coll.).

I due aspetti del mistero, l’essere divino di Dio e il disegno segreto della sua volontà salvifica, sono stati rivelati da Dio mediante il suo Figlio Gesù Cristo (cf Gv 1,18) e lo Spirito Santo (cf Gv 16,13-15). Quando il mistero è stato conosciuto e vissuto, viene spontanea la professione di fede, l’adorazione e il culto.
Le letture dell’anno A ci invitano a celebrare due grandi realtà salvifiche:
1. Una è il nome divino rivelato a Mose (I lett.) e nella missione terrena del Figlio di Dio (Evang.). Questo nome, in quanto espressione della potenza salvifica di colui che lo porta, appartiene anche a Gesù, che è causa di salvezza per tutti coloro che credono in lui (Evang.).
2. L’ altra grande realtà è l’amore infinito del Padre (Evang.), manifestato nella compassione per il suo popolo (I lett.) e, più ancora, nel mandare il suo Figlio nel mondo (Evang.). Questo amore è sempre identificabile con lo Spirito Santo, autore della comunicazione della grazia di Gesù Cristo e nella carità del Padre (II lett.).
Il testo di oggi è Gv 3,16-18, che è la riflessione dopo l’incontro del Signore con Nicodemo. Considerandolo con attenzione, non si comprende bene se Giovanni qui riporti le parole di Gesù, o la sua contemplazione su Gesù, nel qual caso il discorso di Gesù si arresterebbe al v. 13.
Nella solennità della Santa Trinità, il testo si vuole come “trinitario”. Nicodemo, maestro di verità in Israele, viene invitato a «fare verità » (v. 21). Comunque, la breve pericope di Gv 3,16-18 non presenta uno schema “trinitario” puro, con la nomina delle Tre Persone divine. Esso invece si distingue, e quindi si deve classificare, come “binitario” nei vv. 16 e 17, poiché nomina 2 volte, in quest’ordine, solo il Padre e il Figlio.
Gesù si presenta a Nicodemo come il rivelatore divino: egli non è uno dei tanti maestri terreni che parla per sentito dire, ma è una persona trascendente che viene direttamente dalla comunione con Dio. A Nicodemo dunque Gesù si rivela come «il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (3,13) e, proprio perché ha una conoscenza personale di Dio, può rivelare pienamente l’opera divina e il suo progetto: «chiunque crede in lui ha la vita eterna» (3,15).
Nicodemo credeva di trovarsi di fronte a un rabbi e incontra la luce del mondo (vv. 2 e 19).
Credeva che Dio fosse «con» Gesù e scopre che è «in» Gesù (cf vv. 2 e 21).
Attendeva un figlio dell’uomo che, esteriormente e con gran rumore avrebbe giudicato il mondo, e invece gli viene insegnato che il giudizio si fa nel segreto dei cuori, dove ognuno deve accettare o rifiutare l’invito del figlio di Dio che gli è rivolto (v. 18).
II giudizio, dunque, non è un avvenimento esteriore che mette a posto le cose del mondo; è la nostra risposta alla volontà di Gesù di restituire ciascuno alla propria verità e di illuminare il mondo.
Nicodemo è un fariseo e dunque un pio ed ossequente alla santa Legge. Inoltre è un personaggio di rilievo, perché è uno dei 71 membri del sanhedrin, il synédrion o consessus, l’assemblea ebraica presieduta dal sommo sacerdote in carica, con rappresentanza dei sadducei e del popolo, che seguiva invece i farisei, più vicini all’applicazione equa delle norme penali e religiose, contro la durezza sadducea. L’assemblea era consultiva e deliberativa per l’intera vita religiosa e civile del popolo, con competenza anche per la diaspora. Nicodemo si troverà poi in un contesto polemico, quando, crescendo l’avversione contro Gesù, cerca di riportare il giudizio su Lui dentro la legalità: non si deve condannare senza averne ascoltate le ragioni (Gv 7,50-51), ed è accusato di essere anche lui un “Galileo”, dunque un seguace di questo predicatore non tollerato (v. 52). Poi Nicodemo apparirà nella sepoltura di Gesù, portando circa 100 libbre di mirra e di aloe (Gv 19,39). Si noti qui che la mirra è nominata solo qui, e a proposito dei doni dei Magi (Mt 2,11), “segno” profetico evidente della Morte redentrice.
Struttura dell’intera pericope.
Il breve brano liturgico (Gv 3,16-18) è stato ritagliato all’interno di una unità letteraria più ampia (3,1-21) che, nell’economia del Quarto Evangelo, ha il ruolo di mostrare un’ulteriore sostituzione operata dal Messia nelle istituzioni di Israele. A Cana Gesù ha significato la stipulazione di una nuova alleanza in sostituzione dell’antica (2,1-12); nella purificazione del tempio ha annunciato che il proprio corpo risorto sostituirà il vecchio luogo di culto, divenendo l’autentico santuario dell’incontro con Dio (2,13-25); ora, nell’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, l’evangelista intende significare la sostituzione della Legge con il dono dello Spirito e l’affermazione iniziale di Cristo ne è la sintesi programmatica: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3).
L’intera pericope si può dividere innanzi tutto in due partii nella prima (3,1-10) assistiamo al dialogo fra Gesù e Nicodemo, mentre la seconda parte (3,11-21) è interamente occupata da un discorso di Gesù, senza che si faccia più menzione del suo interlocutore. Il tipico procedimento giovanneo imposta il dialogo sul fraintendimento: infatti attraverso una serie di incomprensioni il “titolato” Nicodemo, un fariseo capo dei Giudei, è portato a riconoscere la sua "notturna" incapacità di comprendere.
Nicodemo visita Gesù di notte, per timore dei confratelli ebrei, e al Rabbî, il Maestro riconosce sia l’insegnamento divino, sia i “segni” potenti che opera, perché viene da Dio (Gv 3,1-2). Nicodemo si presenta a Gesù come uno che "sa": in base alla sua competenza teologica egli è sicuro di saper riconoscere l’opera di Dio ed afferma che nessuno può fare quei segni senza l’appoggio divino. Si tratta solo di un’introduzione per ottenere la benevolenza dell’interlocutore; ma Gesù non lo lascia continuare e, prima che imposti un suo discorso, gli mette di fronte la solenne affermazione dell’impotenza umana a raggiungere la salvezza. Il linguaggio simbolico del dialogo è caratterizzato in primo luogo dal verbo "potere": l’uomo da solo non può né vedere né entrare nel regno di Dio, non può coi propri mezzi impadronirsi dell’opera divina. Per essere salvo l’uomo deve nascere di nuovo/dall’alto (ànōthen): ma Nicodemo non sa come sia possibile questa nuova nascita e riconosce la sua incomprensione ed impotenza.
Gesù gli annuncia con anagennáô la “rinascita” e la «nascita dall’Alto» per entrare nel Regno (v. 3), e Nicodemo gli chiede come si debba “rinascere”, comprendendo così solo il primo senso di anagennáô (v. 4). Gesù gli spiega che si deve nascere «dall’acqua e dallo Spirito Santo» (v. 5), e chi nasce così si diventa “spirito” (v. 6). Paolo dirà lo stesso in 1 Cor 6,17. Qui l’acqua non indica solo il battesimo d’acqua, bensì l’Acqua Vivente divina che è lo Spirito Santo, nel suo significato completo, quella donata da Cristo Signore glorificato (Gv 7,27-39), che effluirà dal costato trafitto sulla Croce insieme con il Sangue (Gv 19,34), e che è l’Economia misterica nuova, che culmina nei Divini Misteri in cui si riceve lo Spirito Santo.
Questa visuale giovannea tornerà alla fine dell’Apocalisse, nella visione del Trono divino da cui emana in eterno l’Acqua della Vita, lo Spirito Santo (Ap 22,1).
Gesù prosegue spiegando a Nicodemo il secondo senso di anagennáô: occorre «nascere dall’Alto», ánôthen (Gv 3,7), nella libertà sovrana dello Spirito Santo, che come l’infinito, il senso originario di “spirito”, sotto il simbolo del vento, che spira dove vuole, e trasforma i fedeli a sua somiglianza (v. 8). Alla domanda di sorpresa di Nicodemo (v. 9), Gesù spiega che porta le Realtà del Padre, che ha visto di persona, mentre il «maestro in Israele» avrebbe dovuto saperle dalla lettura della Legge santa (vv. 10-11). Perciò richiama a credere alle realtà celesti, non credendo i contemporanei neppure alle realtà terrene di cui pure ha parlato (v. 12).
Infatti il Figlio dell’uomo è asceso al cielo, accenno prolettico alla sua glorificazione, perché vi dimora e ne è disceso (v. 13). Mosè esaltò allora il serpente di bronzo come “segno” di momentanea guarigione del popolo prevaricatore (Num 21,8-9), e segno prefigurativo dell’esaltazione del Figlio dell’uomo, il Guaritore universale (Gv 3,14), posto come oggetto di fede per avere la Vita eterna (v. 15).

Esaminiamo il brano

v. 16 «amato»: in gr. egàpesen dove troviamo quell’agapao che è l’amore più grande: quello che obbliga Dio a donare il proprio Figlio per la salvezza dell’umanità.
«il mondo»: in gr. kòsmon qui si intende gli abitanti del cosmo (ricorda il personaggio regale nell’icona della Pentecoste). Nel linguaggio giovanneo il termine kósmos, tradotto con la parola "mondo", assume alcune differenti sfumature: in senso negativo indica la struttura corrotta di questo sistema terreno che si oppone accanitamente alla rivelazione di Dio, mentre in senso positivo indica tutto il creato e più propriamente l’umanità nel suo insieme. Nel caso presente è quest’ultimo il significato più confacente: l’amore di Dio per l’umanità è così grande che lo ha portato a donare il suo unico Figlio perché ogni persona umana possa avere la vita eterna.
«il Figlio unigenito»: Il Figlio dell’uomo, umile e mansueto, in realtà è il divino Monogenito, l’unico Amore del Padre, donato al mondo per solo amore del mondo, al fine che consegua la Vita eterna (Gv 3,16). Qualche teologo nei secoli ha ipotizzato che si sarebbe potuto incarnare il Padre (o lo Spirito Santo), risparmiando così il Figlio. Ma a questo si oppone la Scrittura stessa:
- il Monogenito è la Realtà più cara del Padre. Se il Padre si fosse donato agli uomini, non avrebbe donato l’intero suo Amore che è il Figlio unico;
- già Abramo, che per amore obbedienziale verso il Signore gli offrì «il figlio suo, l’unico, quello diletto, Isacco (Gen 22,1-2), ebbe dal Signore l’elogio e la conferma della benedizione (Gen 22,12.16-18);
- Paolo conferma da parte sua il gesto supremo dell’Amore paterno:
Che diremo su questo?
Se Dio è per noi, chi è contro noi?
Egli che il proprio Figlio non risparmiò,
bensì per tutti noi Lo consegnò [alla morte],
come non ci gratificherà con Lui di tutto? (Rom 8,31-32).
«la vita eterna»: Il «gratificare di tutto» in modo liberale e gratuito di Paolo, è per Giovanni la Vita eterna. La Vita eterna è il dono positivo. Essa non è donata attraverso un implacabile giudizio sugli uomini, dal quale nessuno si salverebbe, come dice la Scrittura (ad esempio il De profundis, Sal 129,3: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere?»).
La vita, come obiettivo massimo e finale, è caratterizzata dall’aggettivo eterna (in greco: aiṓnion) ed è facile ridurne la portata ad una espressione che nega il limite temporale ed orienta all’esistenza ultraterrena; ma il concetto giovanneo di vita eterna è molto più ampio. Esso comporta la pienezza e la perfezione, senza limitarsi alla fase ultraterrena: quindi la vita eterna è la realizzazione piena e perfetta dell’esistenza in ogni sua dimensione, è la reale possibilità fin da ora di raggiungere la pienezza del proprio essere personale, portando a pieno sviluppo le umane potenzialità. Infatti per presentare il contrario di vita eterna, l’evangelista adopera il verbo greco apóllymi che non indica semplicemente la morte, ma piuttosto la rovina: esso evoca infatti la distruzione di sé ed il fallimento dell’esistenza. Dio non vuole che l’uomo sia un fallito e fa di tutto per evitare il suo fallimento: gli vuole tanto bene che è disposto a perdere il proprio Figlio. Il contesto in cui la frase ricorre (cfr. 3,14) ci induce a pensare che il dono del Figlio corrisponda alla sua morte in croce e proprio questo drammatico evento diventa il segno più eloquente dell’amore del Dio trinitario. Nella croce di Cristo infatti si rivela pienamente il mistero delle tre divine persone: la loro mutua e perfetta comunione si apre all’umanità incapace di amare ed il generoso dono di sé che caratterizza sia il Padre che il Figlio e lo Spirito Santo mette ogni persona umana nella condizione di realizzarsi pienamente in un simile dono generoso di sé.
v. 17 «Dio infatti... mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo...»: Di fatto, il Padre invia il Figlio non anzitutto come Giudice del mondo, bensì come unico Salvatore del mondo. Dio non entra nella storia umana per giudicare, cioè per formulare sentenze e condannare: il suo fine non è la morte del peccatore, ma la possibilità di una vita nuova.
v. 18 «Chi crede... chi non crede»: L’adesione dell’uomo alla persona storica di Gesù Cristo è poi determinante ai fini della salvezza: il giudizio o la salvezza dipendono dall’atteggiamento con cui ogni uomo risponde all’offerta amorosa compiuta da Dio. Non è Dio che giudica e condanna, emettendo dall’esterno una sentenza punitiva contro chi si rifiuta di credere; ma, così insegna con insistenza Giovanni, è la persona stessa che, con la fede, si apre all’accoglienza della salvezza realizzando pienamente la propria vita; e, viceversa, è ugualmente la persona che, non accettando la rivelazione di Gesù Cristo, si chiude alla salvezza rovinando così la propria vita.
Anche rimmenso amore di Dio è vulnerabile: proprio perché ama, accetta pure di essere rifiutato. Eppure resta sempre disponibile: grazie all’amore eterno dei Tre il mondo può realmente trovare la salvezza ed entrare in questa divina dinamica d’amore.
Certo, il Giudizio avviene, ma per così dire è un autogiudizio. Ne scampa chi crede nel Figlio di Dio, che è attratto da Lui alla comunione con il Padre. Si autocondanna, invece, chi «non crede nel Nome del Monogenito Figlio di Dio» (v. 18). Giovanni nel Prologo aveva già affermato che chi crede nel Nome di Lui diventa figlio di Dio, e crede ed è così generato non da movimento umano, ma dal fatto che nasce da Dio. Questo è uno dei grandi testi sulla divinizzazione (Gv 1,12-13).
v. 19 «E il giudizio è questo...»: È opportuno adesso completare la pericope liturgica . L’evangelista torna a precisare in che consista il “Giudizio”. È la terrificante lotta, che investe in modo tragico e coinvolge senza scampo tutti gli uomini. Essa si combatte da due principi che si escludono. Non si tratta di dualismo metafisico, poiché dei due principi quello eterno è solo la Luce, l’altro è terreno e temporale:
- la Luce divina eterna increata, è il simbolo principe della Vita divina. La Luce Vita (Gv 1,1-4) per amore venne dal Padre nel mondo, ed è il Verbo Dio incarnato (Gv 1,14), la «Luce del mondo», dirà Gesù di se stesso (Gv 8,12). La Vita è purezza trascendente, santità, gioia della vita;
- la tenebra è la trista creatura di satana che rifiuta la Luce Vita. E da satana che la diffonde, la tenebra morte è anche patrimonio, per così dire, degli uomini peccatori, che, accettandola, ne vivono, se ne compiacciono, vi si involtolano, la aumentano e la propagano per la loro rovina. Infatti la tenebra, in opposizione alla luce che è simbolo della vita, è il simbolo plastico della morte. I peccatori hanno optato per la tenebra della morte, e il segno più appariscente di questo sono le loro «opere malvage», che producono ancora di più la tenebra e la morte.
v. 20 «Chiunque fa il male odia la luce...»: il v. 20 fuori lettura di oggi, spiega anche che gli operai della malvagità odiano la Luce. E la ucciderebbero se potessero. Chi infatti è sotto l’influsso del maligno, il principe delle tenebre, odia Gesù , luce del mondo:
1. non vuole credere alla sua Parola
2. non vuole aderire alla sua Persona
«non viene alla luce»: l’espressione andare verso la luce indica infatti il processo della fede ed è analoga alla locuzione “credere in Gesù”, come appare con chiarezza dal passo di Gv 6,35 («Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.») che pone in parallelo le frasi “andare verso Gesù” e “credere in Gesù”. Radice delle opere malvage è dunque l’incredulità.
v. 21 «Invece chi fa la verità...»: il v. 21 è formulato in antitesi con il passo precedente, come appare in particolare dalla particella avversativa “dé”, posta all’inizio del versetto. La frase “chi fa la verità” è quindi l’opposto della locuzione “chi fa il male” del v. 20 e indica il processo di assimilazione della rivelazione di Gesù:
1. interiorizzare la Parola
2. comunione con Gesù, Figlio di Dio.
«le sue opere sono state fatte in Dio»: Le opere del discepolo sono fatte in Dio, perchè hanno la loro origine nel Padre e tendono a creare una vita di comunione con Dio: Dio è l’origine e il fine della vita di fede.
L’Antifona di comunione, che canta Gal 4,6, esprime che la certezza che si è figli di Dio viene dallo Spirito del Figlio, che fa dimora nel cuore dei fedeli (vedi qui Rom 5,5: «La speranza poi non delude, perché l`amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato») ed Egli stesso grida Abbà, Padre!
La partecipazione al Convito divino è dunque dei figli nel Figlio, sollecitati in questo dal Padre attraverso l’operazione dello Spirito Santo.



I lettura: Es 34,4-9

Il testo, tratto dal libro dell’Esodo, è uno dei più importanti dell’A.T., e si pone senza timore accanto ai più importanti del N.T. E’ il centro della divina Rivelazione, cominciata al roveto ardente dove a Mose è consegnato il Nome divino indicibile, JHVH, «l’esistente unico», «il Signore» (Es 3,14), Colui che sta con Israele per sempre, lo crea, lo accompagna nella storia, lo conduce al suo bene, lo ama - anche con ira gelosa lo riprende e punisce medicinalmente, fino alla correzione.
La pericope di Es 34,4b-6.8-9 è tagliata dai «periti imperiti» in modo sia inabile, sia inconcepibile, al fine evidente di “deebraizzare” il testo e fargli dire meno di quanto contiene di grandioso, e più di quello che vuole comunicare.
L’antefatto è importante: il popolo comincia l’esodo tra dubbi, angosce e mormorazioni, poi tra la sfiducia e la ribellione; per la fame e la sete dubita e si agita. Condotto al Sinai per ricevere 1’ alleanza, il popolo ha paura del suo Signore (Es 19).
Quando Mose è chiamato a salire al Signore per ricevere le Tavole della Legge divina (Es 24,12-18), il popolo s’ impazientisce della lunga assenza del suo capo visibile e si fabbrica un Dio visibile(cfr Es 32,1-6).
Da qui 1’ ira sdegnata del Signore manifestata a Mose sul Monte (32,7-14), e l’ira di Mose che frantuma le tavole e stermina senza pietà i colpevoli.
Quando tuttavia il Signore vuole cancellare tutto il popolo, Mose intercede presso il suo Signore (32,30-35).
Nel c 33 Mose rivolge al Signore una lunga supplica, ripetuta ed articolata con abilità di mediatore, finché si fà ardito e chiede di poter contemplare la sua Gloria, presente finora ma nascosta dalla Colonna di Fuoco e dalla Nube.
Il Signore risponde: farà si passare la sua Gloria ed il suo Nome, ma siccome 1’ uomo non può sopportare 1’ immane presenza divina che si rivelasse completamente, dà le istruzioni per questa sublime teofania.
Il lungo preambolo era necessario per comprendere la scena grandiosa che adesso il Signore si degna di presentare solo a Mose.
Il centro è il v. 6 con i 4 titoli (i rabbini videro nei vv. 6-7 le «13 middôt», i titoli divini del Signore d’Israele): Tenero (ebr. rahùm, indica la tenerezza delle viscere materne generanti; rehem infatti è il seno della madre che concepisce), Gratificante (ebr. hannûn, indica la Grazia misericordiosa e gratuita del Signore che dona sempre), Tardo all’ira (ebr. ‘erek ‘appajim, che indica la divina pazienza nel considerare la fragilità peccaminosa dell’uomo), Grande in Bontà e Fedeltà (indica il comportamento normale del Signore nell’alleanza; ebr. hesed = bontà per indicare l’intervento gratuito amoroso premuroso dell’alleato principale verso l’alleato minore sempre in difficoltà; la Fedeltà è la dichiarazione di principio, Dio è il Fedele, ma Fedele a se stesso, alla sua Parola Donata e mai ritirata, non all’ uomo, ai suoi capricci e tradimenti e infedeltà e pregiudizi. Questo Signore indica di sé anche altri aspetti: Egli conserva la Bontà qui descritta, per 1.000 generazioni (numero infinito), e punisce la colpevolezza dei padri con cui i figli sono complici per natura e per caparbia, volontaria partecipazione (cf Sal 105,6), solo per 3-4 generazioni, dunque per poco.
Questo concetto di Dio «misericordioso e pietoso» sarà spesso ripreso negli scritti biblici (Sai 85,15; 102,8; Giona 4,2; GÌ 2,13; ecc.) e culminerà nella definizione di Gv «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dobbiamo perciò tenere presenti tutti questi titoli, che sono l’introduzione progressiva verso 1’ irraggiare accecante ma rigenerante della Luce divina.
Mose comprende tutto questo, e dal contatto con il Signore riceve la sua «Trasfigurazione»: il suo volto ormai raggiava di Luce divina, tanto che dopo aver riferito al popolo le Parole nuove del Signore, si copriva il volto con un velo (Es 34,29-35).
Per noi quel velo è tolto per sempre, poiché adesso dal volto umano del Figlio di Dio irraggia la Luce dello Spirito, il quale, per dirla con Paolo, ci trasfigura di gloria in gloria, fino a che noi stessi riflettiamo quella Luce (cf 2 Cor 3,18-4,6).
E questo avviene quando ascoltiamo la Parola dell’ Evangelo, che attua la Parola di Mose ricevuta dal Signore.



Il salmo

Invece di un Salmo si fa cantare al modo responsoriale Dan 3,52.53.54.55.56. Tale testo, del resto molto denso e bello, è il «cantico dei tre giovani nella fornace» (Dan 3,51-56), alla quale sono stati condannati dal re Nabucodonosor per essersi rifiutati di tributare culto divino alla sua statua. Esso è una pura dossologia, di rara potenza e bellezza, con i verbi dossologici ripetuti. Qui si omette il v. 51, che narra come i tre giovani decisero nella fornace di «inneggiare e glorificare e benedire» il Signore.
Ognuno dei 5 versetti è diviso in 2 parti. Nella prima si benedice il Signore con diverse attribuzioni divine, mentre la seconda ripete al modo litanico la dossologia «e laudabile e sovresaltato per i secoli», che oggi è qui assunta quale Versetto responsorio.
Al v. 52 il Signore è benedetto perché è «Dio dei Padri nostri», che sono Abramo e Isacco e Giacobbe, ed è poi benedetto «il Nome santo della Gloria» sua.
Al v. 53 il Signore è benedetto «nel tempio della Gloria» sua. Considerato che al momento dell’esilio in Babilonia il tempio di Gerusalemme era stato distrutto, il tempio della divina Gloria è l’immensità del cielo dei cieli.
Al v. 54 ripete il precedente con un parallelismo variante: il Signore è benedetto sul trono del suo Regno. Per i motivi precedenti, essendo anche il tempio di Gerusalemme il trono terreno del Regno divino (Sal 98) ma adesso non esistendo più, si richiama di nuovo il cielo dei cieli da cui il Signore regna sull’universo.
Il v. 55 benedice il Signore con due attributi divini trascendenti: I) «lo Scrutante gli abissi», volendosi indicare l’infinita Trascendenza del Signore, che tuttavia è anche infinita Immanenza, che penetra e conosce anche le lontananze più remote, quelle della profondità dei mari e della terra; II) «il Troneggiante sui Cherubini» nel più alto dei cieli, sul Carro di fuoco (la visione di Ez 1), così rendendosi presente in ogni angolo del cosmo creato. L’espressione «il Troneggiante sui Cherubini» era anche il nome dell’arca dell’alleanza (Num 10,36).
Il v. 56 benedice il Signore come Creatore e Sovrano del “firmamento”, dove dimora nella trascendenza. Tale termine però, visto da vicino, viene da fermare, raffermare, rendere incrollabile, e rimanda all’ordine mirabile con cui il Signore creò il cielo e la terra, conferendo ad essi un “ordine”, il kósmos, che volle immutabile per sempre per il bene delle sue creature.


II Colletta:
Padre, fedele e misericordioso,
che ci hai rivelato il mistero della tua vita
donandoci il Figlio unigenito
e lo Spirito di amore,
sostieni la nostra fede
e ispiraci sentimenti di pace e di speranza,
perché riuniti nella comunione della tua Chiesa
benediciamo il tuo nome glorioso e santo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...


Fonte:http://www.catechistaduepuntozero.it

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