Abbazia Santa Maria di Pulsano,Lectio “DI COLUI CHE PUO’ PERDERE NELLA GEHENNA”

Domenica 
“DI COLUI CHE PUO’ PERDERE NELLA GEHENNA”
XII del Tempo Ordinario A

Mt 10,26-33; Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15


Il Cristo non ha promesso ai suoi discepoli un fascino speciale, capace di renderli facilmente
vittoriosi in ogni circostanza: la precarietà e le persecuzioni accompagneranno sempre il loro cammino. Se l’Evangelo è una forza di contestazione del male in tutte le sue forme, la Chiesa non può evitare la porta stretta del mistero pasquale, la croce che conduce alla gloria. I compromessi col potere politico ed economico si pagano inevitabilmente con la perdita del sapore e del vigore della testimonianza. Ma pur nella condivisione delle persecuzioni del messia, quale sicurezza già ci viene data! «Non temete, non abbiate paura». Opera di Dio, l'apostolato porta in sé la certezza del successo. Basta annunciare in piena luce la condizione divina del Cristo, un tempo nascosta e segreta, oggi manifesta nella sua risurrezione. Senza timore, perché non bisogna aver paura che del peccato. I persecutori possono uccidere il corpo, ma la vera vita appartiene a Dio, che veglia come un padre anche sulla più piccola delle sue creature.
In passato, il martirio era una liturgia: si saliva sul rogo come all'altare. Interrogatori e supplizi erano un’occasione per proclamare la fede in Cristo, prima dell'offerta sacrificale. Il martirio faceva una buona propaganda all’evangelo. Oggi abbiamo piuttosto l'anonimato di un carcere o di un campo da cui nessuno ritorna. Ma la voce dei martiri, chiamati a un più grande eroismo e a una più grande purezza, continua a salire fino al cielo. All'ultimo giorno, il Cristo stesso presenterà i suoi testimoni al Padre.

Antifona d'Ingresso Sal 27,8-9
Il Signore è la forza del suo popolo
e rifugio di salvezza per il suo Cristo.
Salva il tuo popolo, Signore,
benedici la tua eredità,
e sii la sua guida per sempre.

L’antifona d'ingresso è presa dal Sal 27,8-9. SI. Il Salmista riafferma la sua fede e la sua fiducia nel suo Signore, che è unica Forza del suo popolo, con il quale si è vincolato in forza dell'alleanza. Inoltre Egli è il divino Sovrano che protegge, e dirige la salvezza, e invia anche a portarla al suo popolo il suo Unto, il suo Re messianico consacrato dallo Spirito del Signore (Is 11,2; 61,1-2) (v. 8). L'Orante poi fa seguire un'epiclesi, quella che si chiama la «supplica per la nazione»: «Salva, Signore, il popolo tuo!», reiterata con un'altra epiclesi al Signore per ottenere la benedizione (28,11) per l'eredità preziosa e santa del Signore, che è il suo popolo (77,71-72). Poi innalza ancora un'epiclesi affinché il Signore di questo suo popolo sia il Sovrano potente e il Condottiero infallibile (Is 63,9) per l'eternità (v. 9).

Canto all’Evangelo Cf Gv 15,26b.27a
Alleluia, alleluia.
Lo Spirito della verità darà testimonianza di me,
dice il Signore,
e anche voi date testimonianza.
Alleluia.

L’alleluia all'Evangelo da Gv 15,26b.27a. Nella Cena, il Signore promette cinque volte lo Spirito Santo, e alla terza di esse ne manifesta una qualità propria, di rivelarsi come lo Spirito della Verità, Spirito che è la Verità (1 Gv 5,6), lo Spirito di Cristo che è la Verità del Padre (14,6). E lo Spirito Santo, così «testimoniando» Cristo, Lo rivelerà totalmente, affinché a sua volta Egli possa rivelare totalmente il Padre. Così i discepoli sono associati dal Signore a questa testimonianza su di Lui che si deve portare al mondo.
Il Signore sta dando la prima formazione ai suoi discepoli, per renderli idonei al futuro invio in missione. E adesso dà alcuni avvertimenti in modo da porli in guardia, ossia che siano preparati per quando dovranno incontrare gli uomini, almeno certi uomini, nella loro missione e nel loro ministero di predicazione. Aveva detto infatti che li avrebbe inviati «come pecore in mezzo ai lupi», con l'intelligenza proverbiale dei serpenti ma con la semplicità altrettanto proverbiale delle colombe (v. 16). Certi uomini non faranno altro che perseguitare fino alla morte questi discepoli, odiati a causa del Signore, posti nella sorte del Signore (vv. 17-23). I discepoli del Signore però non dovranno temere quegli uomini, poiché il Maestro si terrà di continuo presente ai suoi discepoli, e invierà anche l'assistenza continua dello Spirito Santo del Padre (v. 21).
I lettura: Ger 20,10-13
Geremia è forse l'unico profeta che lasci lunghe pagine autobiografiche, dolorose e lucide. Così qui (20,7-9) narra come il Signore lo sopraffece con la violenza, imponendogli di annunciare la sua Parola, un oracolo di sventura per Gerusalemme impenitente perfino di fronte all'imminente catastrofe. Per la sua predicazione, il Profeta ebbe feroci oppositori nel tempio, nella reggia, nell'amministrazione (20,1-6), con tentativi anche di eliminazione fisica poiché a causa della Parola divina che porta al suo popolo, intorno al Profeta di Dio si è ormai diffuso il terrore.
Ed ecco i nemici di Geremia, che si accaniscono su lui: Terrore all'intorno, denunciatelo, lo vogliamo denunciare (34,15-16). Geremia lo ascolta con le sue orecchie (Sal 30,14). Perfino gli amici si attendono che egli abbia il crollo finale: Si farà ingannare, noi lo prenderemo e ci vendicheremo su lui (v. 10). È curioso, ma Geremia sta proprio nel terrore, però solo del suo Signore; si è autodenunciato come rivendicatore dei diritti di Lui; è stato da Lui sedotto, e catturato, e attende adesso la divina giustizia. Ma nemici e amici non lo sanno.
E lui reagisce Con la fede, riaffermando il Dio Immanuel: Con me sta il Signore (1,8; 15,20). Era questa la formale divina promessa per lui. Il Signore sta come un Eroe forte, che abbatte ogni nemico, e i nemici del Profeta cadono о restano confusi e perduti (17,18; Sal 34,4-8), hanno fallito l'impresa iniqua, la loro obbrobriosa vergogna resta con essi, e Dio non la dimenticherà (23,40), secondo la sua Legge santa (v. 11).
Il Profeta prega. Invoca il suo Dio, il Signore delle Seba'ót, in mezzo a cui Egli ama risiedere in trono (Is 61-3; Ap 4,1-11). Egli mette alla prova il giusto, ma scruta le intenzioni profonde (il cuore e i reni), e perciò procede in modo infallibile (11,20; 17,10). Il suo fedele gli chiede di poter assistere alla giusta vendetta sui nemici. Egli non si vendica di persona, perché ha rimesso il suo processo all'unico Giusto (v. 12; Sal 108,21-29).
Consapevole della sicurezza in cui sta, nonostante la condizione disastrosa in cui versa, Geremia adesso invita a cantare al Signore (Sal 34,9-10; 108,30-31), a lodarlo, perché è il Salvatore potente dell'anima del suo povero, che ha finalmente scampato dalle mani degli empi malfattori (v. 13).

Il Salmo responsoriale:  68,8-10.14 e 1733-35, SI col versetto responsorio «Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio» v. 14c, è un'epiclesi per ottenere l'esaudimento dell'immensa divina Misericordia.
Questo poema dolente si presenta come il canto del Giusto sofferente di fronte al suo Signore, mentre si trova ormai in procinto di finire la sua esistenza, circondato da ogni parte da minacce, sommerso dalle «grandi acque» (vv. 2-6). Eppure si rimette nella fede al suo Signore (v. 7). Egli sa che il suo destino fa parte del divino Disegno, e che solo a causa del Signore si trova nell'obbrobrio e nella confusione (v. 8; Ger 15,15; Sal 43,22). Per questo perfino i fratelli non lo riconoscono, la sua carne lo rigetta (v. 9; 30,12; 37,12; 87,9; Giob 19,13З; e Gv 1,11; 9,29). Egli si è assunta la causa di Dio, del suo santuario profanato dagli empi, e verso il quale è divorato dallo zelo (118,139; Mal 3,1-3; Gv 2,17). Ma lì sta la Presenza divina, lì sta il rifugio d'ogni salvezza, lì sta la gloria del suo popolo. Così gli empi, che si rivoltano oltraggiosamente contro Dio, fanno ricadere questo sulla testa del suo fedele (v. 10; 88,42.51-52; Rom 15,3).
Però questi si raccoglie in preghiera, come ogni pio e giusto (108,4), nel tempo opportuno, segnato dal Signore (Is 49,8), e si rimette alla Fedeltà divina soccorrevole, che lo esaudisce per le molte sue misericordie (v. 14; Sir 5,14). Egli allora insiste ancora epicleticamente, facendo memoria al Signore che la sua Misericordia è sempre benevola (62,4; 108,21), e deve prendere in considerazione la preghiera del fedele, guardando a lui (24,16) e soccorrendolo secondo l'infinita Misericordia, ossia secondo il comportamento divino dell'alleanza (v. 17; 105,45).
Il soccorso portato a lui sarà poi motivo positivo per gli umili, che lo contempleranno (21,27; 33,3). Così a questi potrà rivolgere l'esortazione a cercare sempre il Signore, per avere l'esistenza investita dalla vita e ricolma di essa (v. 33). Infatti il Signore sempre ascoltò e intervenne in favore dei suoi poveri, e sempre liberò i suoi prigionieri (67,7), come la prima volta, dall'Egitto. Gesta esemplare, dalla quale derivano le altre gesta magnifiche. Infatti il Signore ripete sempre la medesima opera con la medesima efficacia (v. 34).
L'invito alla lode al Signore per tutto questo è adesso esteso dall'Orante (con iussivo innico, imperativo della terza persona) a «cielo e terra», ossia all'universo indicato dalle due estremità, con tutti i mari e gli animali che lo popolano. La lode divina diventa cosmica e corale (v. 35; 95,11; Is 44,13; 49,13; Sal 148,1-13 e Dan 3,57-88).
L’evangelo continua il "discorso di missione" del c. 10 (cfr. Lectio Dom XIT. Ord. A per il contesto), la cui lettura si concluderà con i vv. 37-42 nella XIII Dom., con Gesù che pone in guardia i suoi discepoli dagli uomini che incontreranno e rincoraggiamento ad essere intrepidi nella proclamazione del messaggio evangelico.
Il Signore incita i suoi ad essere impavidi nella proclamazione dell'Evangelo, certi che tutto quello che potrà accadere loro non avverrà senza il consenso del Padre celeste. Tre inviti a «non avere timore» ( cfr. vv. 26.28.31) caratterizzano il brano; si tratta di un ripetuto incitamento al coraggio anche
nelle situazioni di più cupa disperazione (cfr. Geremia, I lett). L'efficacia delle esortazioni contenute in questi vv. è affidata molto alla tecnica letteraria della contrapposizione: tenebre-luce, corpo-anima, cielo-terra.
Dal confronto sinottico notiamo che questa raccolta di detti, secondo i critici proveniente da Qumràn (cfr. la numerosa sottolineatura delle parole nel testo sinottico) è presente neir e vangelo di Le 12,2-9 con tracce anche in Me 4,22. In Luca tali vv. hanno un contesto e un significato alquanto differenti; il significato dato da Me 4,22 si avvicina maggiormente a quello dato da Matteo.
Luca ha fatto di questi detti un ammonimento contro l'ipocrisia dei farisei (Le 12,2-3); è impossibile che «voi» diciate qualcosa in segreto che non diventi poi noto a tutti; voi non potete tenere nascosti i vostri reali pensieri.
Matteo riferisce il detto all'insegnamento di Gesù (cfr. Le 8,17).
L'insegnamento ha raggiunto per ora soltanto cerchie limitate, ma attraverso l'opera dei discepoli verrà diffuso su scala molto più vasta. Il detto non implica che Gesù abbia insegnato una dottrina segreta, ma semplicemente che il numero di coloro che ascoltano il suo insegnamento dalle sue stesse labbra è molto più piccolo di coloro che l'ascolteranno dai suoi discepoli.

Esaminiamo il brano

v. 26 - «Non li temete»: (in gr. è tradotto con il cong. aoristo: non fate come in passato) è la prima esortazione di Gesù a bandire ogni timore, un invito che risuona come un grido di vittoria lungo tutto il brano (cfr. Gv 16,33).
«non v'è nulla di nascosto...»: tutto deve essere rivelato e niente deve rimanere nascosto.
v. 27 - «Quello che vi dico nelle tenebre»: il Signore adesso è come se parlasse al buio; la predicazione di Gesù infatti si è limitata all'ambito ristretto della cerchia apostolica (cfr. 13,11 i discorsi in parabole) e poco più.
Con la predicazione degli apostoli al mondo, dopo che essi hanno ricevuto lo Spirito, la proclamazione sarà pubblica e raggiungerà tutte le genti, anche se metterà a repentaglio la vita dei suoi banditori.
«ditelo... predicatelo»: sono imperativi aoristo positivi, che ordinano di dare inizio a un'azione nuova. La rivelazione di Gesù fatta in privato ai discepoli, quasi sussurrata ai loro orecchi, deve essere proclamata apertamente dappertutto: non è un messaggio riservato a pochi iniziati, ma deve risuonare sui tetti..
La Chiesa fondata da Cristo non ha segreti, non tollera ipocrisie, non ha nulla da difendere per sé: tutta vivificata dallo Spirito, si fa Parola da tutti udibile. La sua sicurezza è Dio!
v. 28 - «Non abbiate paura»: la seconda rassicurazione, sulla violenza è nella versione greca un imperativo presente negativo (= continuate a non avere paura).
Gli uomini possono al più uccidere il corpo, non l’anima, dunque non la sopravvivenza in Dio ; questi non vanno temuti (cfr. Is 8,12-13; Lc 12,4).
Invece va temuto, e totalmente, Dio, l'unico che può annientare corpo ed anima nella gehenna.
La lettera di questo passo non ammette scappatoie. Dio può perdere del tutto, anima e corpo, nella gehenna. La contrapposizione «anima e corpo» deve essere letta quindi come una indicazione della totalità della persona e della vita, che è in mano solo a Dio.
«Gehenna»: (dall'ebr. ghè (ben) Hinnon = valle (dei figli) di Hinnon, cioè usata per gli idoli pagani) è un toponimo, è la valle che da Gerusalemme conduce al Mar Morto.
Per disprezzo, gli ebrei l'avevano adibita a depuratore permanente di immondizie, che lì bruciavano fino ad estinzione, un inceneritore utile per gli abitanti della città, che allora, come tutte le altre, non brillava per igiene. La "gehenna" è qui simbolo di una condizione, non di un luogo; perire nella gehenna anima e corpo indica l'opposto dell'essere salvati.
Chi resiste a Dio e Lo respinge per sempre, è destinato al «fuoco eterno», si tratta di «fuoco permanente», che dura fino all'estinzione totale del condannato, anima e corpo. In Mt 5,29-30 per 2 volte Gesù aveva ammonito severamente che un organo del corpo, occhio o mano, che faccia da «scandalo» o inciampo e caduta rovinosa sulla via di Dio è meglio amputarlo, piuttosto che sia occasione per cui tutto il corpo perisca nella gehenna, nello «stagno di fuoco», detta anche «la morte seconda», definitiva ed ultima (cfr Ap 20,11-15; 20,10; 21,4; 20,6).
Il testo è tragico! A chi rifiuta Dio con un «non mi interessa», espressione oggi abituale, può Dio, il Misericordioso, imporre la salvezza con la forza? Violentandoli nella loro libertà? E che bene sarebbe quello imposto con la forza? Possiamo solo pregare il Signore e lavorare molto, affinché la gehenna non distrugga nessuno e resti spenta.
vv. 29-31 - II terzo invito a «non temere» è introdotto con l'appello alla provvidenza del Padre; Dio ha tanta cura della persona umana quanta ne ha per il passero che era l'articolo meno costoso venduto sul mercato.
Dio sa quando muore anche un piccolo uccello; Egli sa quando muore uno dei suoi eletti e salverà la vita che perdura dopo morte. Dio sa e questo deve bastare ad infondere fiducia!
«per un soldo»: moneta di rame che al tempo di Gesù valeva circa sei centesimi; solo qui in tutto Matteo.
«sono tutti contati»: cioè, da Dio; è questa un'iperbole che rafforza l'idea già espressa precedentemente ; si vuol mettere in risalto come Dio si prenda cura anche dei più piccoli interessi dell'uomo.
Dunque occorre rimettersi con fiducia a Lui (cfr. 6,26-31). "Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso... a te ho affidato la mia causa "dice il profeta Geremia nella I lett; egli è difensore del povero, di colui che umanamente non può contare su nessuno (cfr. Sai resp. 68,33-34).
vv. 32-33 Infine una sentenza in forma di parallelismo antitetico; il Signore chiede l'adesione, come quella che gli abbiamo prestata al battesimo: confessarlo davanti agli uomini, costi anche la morte (cfr. Rm 10,9-10; Ap 7,14-15).
Fra Cristo e l'uomo interverrà in qualche modo la legge del taglione: confessione per confessione, rinnegamento per rinnegamento.
L’evangelista Matteo ha limitato la portata universale del detto di Gesù applicandolo redazionalmente ai missionari della sua chiesa degli anni ottanta e alla testimonianza di fronte ai tribunali. In realtà il maestro si riferiva a tutti gli uomini e alla presa di posizione incarnata nella loro esistenza; il riconoscimento e il rifiuto di Cristo, attuati nella storia, hanno una portata escatologica, cioè valgono per il futuro di vita o di morte dell'uomo.
Chi rinnega o si vergogna di Cristo davanti agli uomini, sarà da questi rinnegato (cfr. Mt 7,23; 25,12; Lc 13,25).
«mi riconoscerà... lo riconoscerò»: è interessante l'uso del verbo gr. omologeo (homologeo) che rimanda a un prototipo semitico (hodji he) che rimanda a sua volta a una importante radice dell'ebraico biblico (jdh).
Questa radice in ebr. dà luogo a due significati principali:
1) lodare, esaltare, ringraziare
2) 'confessare' i propri peccati (per quest'ultima accezione cfr. Lv 16,21; 26,40; Nm 5,7; Esd 10,11; Ne 1,9; 9,2; Sal 32,5...).
I due sensi, per quanto, diversi, trovano il loro sfondo comune nel significato primario di «riconoscere»; cioè rispettivamente del riconoscimento di Dio nella sua potenza e misericordia e del riconoscimento della propria colpa (un riconoscimento fiducioso, non smarrito).
Nel’N.T. si conservano alcuni significati del verbo «riconoscere» (homologeo) legati alla presenza di Dio nel mondo, con la sottolineatura che tale presenza è affidata all'opera e alla testimonianza degli uomini.
La presenza di Dio si manifesta "attraverso la concreta esecuzione della volontà del Padre propria dell'operare e del testimoniare".
«Non chiunque mi dice "Signore, Signore" entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... Allora dichiarerò loro (a chi non ha fatto la volontà del Padre): non vi ho mai riconosciuti ! Andate via operatori d'iniquità" (cfr. Mt 7,21-23).
E che altro potrebbe fare, mentire al Padre? O chiedere al Padre il perdono per chi non volle essere perdonato, quelli ai quali Cristo «non interessava», mentre a essi interessava forse piuttosto di salvarsi dagli uomini che possono uccidere solo il corpo?
I Colletta
Dona al tuo popolo, o Padre,
di vivere sempre nella venerazione e nell'amore
per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore…

La Colletta è molto bella, essa chiede di ottenere insieme il perenne «timore e amore» dei Nome divino, poiché il Signore mai fa mancare la sua guida ai fedele che ha stabilito saldamente nella sua Carità.
Fonte:http://www.catechistaduepuntozero.it

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