dom Luigi Gioia "Non subire più"

Non subire più
dom Luigi Gioia  
XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (02/07/2017)
Vangelo: 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 89; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
L'elemento più affascinante del messaggio cristiano è la sua promessa di novità. Non solo annuncia
cieli nuovi e terra nuova, ma un rinnovamento del nostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Grazie a Cristo, come dice Paolo nella seconda lettura di oggi, anche noi possiamo camminare in una vita nuova, e lo ripete ovunque: se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
E' inevitabile prima o poi provare stanchezza nelle nostre vite, disperare della nostra capacità di ripartire, diventare consapevoli di quanto difficile sia sottrarsi ai circoli viziosi nei quali ci hanno iscritto la nostra storia, le nostre paure, i nostri fallimenti. Ci sono degli scenari che continuano a ripetersi ed ai quali sembra impossibile scampare: ciclicamente siamo esposti agli stessi litigi, alle stesse impossibilità di perdonare, alle stesse paralisi, agli stessi abusi e non intravediamo nessuna possibilità di spezzare questi meccanismi.
Qui va cercata la nostra croce. Quando parliamo di croce nel cristianesimo, non intendiamo semplicemente la prova o la sofferenza. Non basta che una circostanza, un evento, un aspetto della nostra vita siano dolorosi per poterli considerare una croce. ‘Croce' è solo la prova e la sofferenza che ad un certo punto non temiamo più, non subiamo più stoicamente, ma assumiamo, abbracciamo perché in esse scopriamo possibilità nuove, una presenza nuova, quella dell'Emanuele, del ‘Dio con noi', del Risorto che è ‘ancora con noi', di Cristo. Gesù non ci intima solo di prendere la croce, ma afferma: chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me'. Sofferenza e prova diventano dunque croce solo nell'istante in cui cominciamo a seguire Gesù. Il Vangelo, non solo nel suo messaggio, ma narrativamente consiste in questo: seguire Gesù, aderire a lui, perché lui ci ha chiamati, ci ha guariti, ci ha rialzati e presi per mano e ci guida, si fa il nostro cammino, ci conduce su pascoli erbosi e ad acque tranquille e non ci fa mancare di nulla, specialmente la sua consolazione.
Una luce nuova è così conferita a parole del vangelo che possono sembrarci particolarmente inumane o dure: Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. La vita che siamo invitati a non tenere per noi stessi, a perdere, è quella diventata prigioniera del circolo vizioso e dei meccanismi di ripetizione evocati più in alto. Un paradosso di questi ultimi è che sviluppiamo spesso nei loro confronti una forma di complicità: siamo quasi contenti di fronte al ciclico riprodursi di quel determinato fallimento o di quell'altra prova perché confermano il copione interno che continuiamo a riproporci, legittimano i nostri vittimismi e i nostri risentimenti. Per cambiare mentalità ci vuole non solo forza di volontà, ma una guarigione interiore, una conversione, cioè una morte e una resurrezione.
Al vangelo fa eco Paolo nella seconda lettura precisando in cosa consistano la morte e la vita annunziati da Cristo. Se possiamo camminare in una vita nuova è perché siamo stati battezzati nella morte di Cristo, siamo stati sepolti con lui. Cristo muore di morte vera, è veramente sepolto. Grazie alla conversione, alla fede e al battesimo, siamo guariti dalla morte perché siamo uniti a colui che l'ha vinta una volta per tutte: la morte di cui si parla qui è simbolica, ma non la vita nuova che essa ci conferisce, poiché se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Il paradosso è che ci è chiesto di perdere la nostra vita, di prendere la croce non per morire, ma per non morire più, perché la morte cessi di esercitare il suo potere su di noi, perché possiamo essere liberati da tutti i meccanismi mortiferi che avvelenano le nostre esistenze.
Ed un esempio di questa liberazione è quello suggerito dalla frase iniziale del vangelo: Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Chi volesse denunciare il cristianesimo come alienante, disumanizzante, crederebbe di trovarne una prova irrefutabile in questa frase. Potenzialmente, la fede cristiana potrebbe slogare i legami delle famiglie o giustificare forme di pressioni indebite al loro interno. Invece proprio l'apparente durezza di questa frase contiene la chiave per redimere i legami di paternità, di maternità e di filiazione dalle loro inevitabili patologie. Proprio perché così indispensabili alla vita e alla crescita sia fisica che affettiva, i legami familiari sono anche quelli nei quali più insidiosamente si insinuano i meccanismi di morte di cui abbiamo parlato più in alto. Le ferite che condizionano più pesantemente le nostre vite sono spesso proprio quelle, reali o presunte, ricevute nella relazione con i nostri genitori: una madre troppo protettiva o ansiosa, un padre assente o troppo autoritario - ce n'è per tutti. L'amore umano, proprio perché è la cosa più bella, è anche la più fragile.
Il solo modo di guarire queste ferite è quello di perdonarle e la dinamica del perdono richiede che anche il padre, anche la madre, anche il figlio o la figlia ad un certo punto diventino il prossimo, il fratello o la sorella in Cristo, che devo saper accettare nel loro mistero e che devo amare non solo a causa dei legami naturali, ma a causa di Cristo. Lungi dall'indebolire i legami familiari, proprio questo processo li purifica, li rinnova, li rafforza. Tutto quello che è vissuto in unione con Cristo, a causa di lui, diventa vita nuova.
Fonte:http://www.qumran2.net

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