don Alberto Brignoli "Ma se neppure Dio condanna..."

Ma se neppure Dio condanna...
don Alberto Brignoli  
Santissima Trinità (Anno A) (11/06/2017)
Vangelo: Gv 3,16-18 
Viviamo in una società che ha il giudizio facile. E in genere, non è un giudizio molto "favorevole
all'imputato", anzi: giudizio e condanna sono ormai un tutt'uno. Se poi ci si mette pure la gogna mediatica, quella che condanna non nell'aula di un tribunale o di una procura, ma sui giornali, sugli schermi, sui social, allora il diritto di replica o di difesa da parte del giudicato viene praticamente annullato: ciò che uno è, che dice e che fa, indipendentemente dal suo significato e dalle motivazioni che lo portano a questo, è da tutti bersagliato, oggetto di attacchi indiscriminati che hanno come unico obiettivo eliminare il soggetto. Ma senza riferirci alle gogne mediatiche (che in genere riguardano personaggi famosi o pubblici) o ai giudizi espressi in un'aula, stiamo molto più vicini alla nostra realtà quotidiana, quella in cui ognuno di noi può divenire oggetto o soggetto di giudizio e condanna. Ebbene, nella quotidianità sono sufficienti alcuni atteggiamenti particolari, non necessariamente strani, ma anche solo inusuali per una persona, e quella persona rimane "bollata", e viene sottoposta a giudizi a volte molto taglienti.
È sufficiente che un ragazzo abbia la capigliatura "rasta" per essere giudicato un cocainomane; è sufficiente che una ragazza abbia una minigonna abbondantemente sopra le ginocchia per essere definita una di facili costumi; è sufficiente avere in mano una bottiglia di birra una sera in piazza per sentirsi dire "alcolizzato"; è sufficiente essere di madrelingua araba per essere considerato un terrorista; è sufficiente andare a messa tutte le domeniche per essere tacciato di "bigottismo", o saltare qualche messa domenicale per essere considerato ateo o quantomeno in crisi di fede; è sufficiente parlare con due donne lungo la strada per essere definito un donnaiolo, così come essere giudicato "affettivamente alternativo" se a trent'anni non hai avuto ancora una storia con una persona dell'altro sesso. È sufficiente che un prete, un vescovo o un papa insistano sull'attenzione ai poveri, e vengono subito tacciati di essere "comunisti senza Dio", dimenticando che invece è il Vangelo ad essere annunciato prevalentemente ai poveri. E potremmo continuare all'infinito, con questi esempi di "sufficienza". Pare, oramai, che il metro su cui si basano le relazioni umane sia quello del giudizio, se non addirittura del pregiudizio, cui segue un processo sommario e una condanna spesso definitiva.
Cosa ne sarebbe di noi, se Dio stesso agisse secondo questo criterio del pregiudizio, o anche solo del giudizio e della condanna? Certo, il giudizio di Dio anche noi lo invochiamo spesso, in particolare quando vediamo accadere fatti sconcertanti: "Se Dio venisse a sistemare le cose, staremmo tutti meglio". Ovviamente, purché la cosa non riguardi noi...eh, già, perché il giudizio e la condanna devono essere sempre decisi e inappellabili quando applicati agli altri, ma quando siamo noi a dover essere giudicati da Dio, allora accampiamo sempre mille scuse e giustificazioni.
Per fortuna, Dio non condanna nessuno. O meglio, non è lui che lo fa, ma l'uomo stesso, quando rifiuta di credere in un Dio che è amore: "Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio". Così, Gesù a Nicodemo, quella notte, quando il fariseo in ricerca chiedeva a Gesù di poter conoscere la verità su Dio e sull'uomo. Esattamente come il mistero della Solennità che celebriamo oggi, il mistero di Dio nella sua natura, nella sua essenza, nella Verità delle sue manifestazioni. Nicodemo, da buon "fariseo", ovvero "separato", "distinto" dagli altri perché alla ricerca di Dio attraverso la perfezione delle proprie azioni, ha in testa un'idea di Dio che verrà a giudicare il mondo, "separando" i buoni dai cattivi, portando alla gloria gli uni e alla condanna gli altri. Come farò Gesù verso la conclusione del Vangelo di Matteo, con la parabola del giudizio finale, nella quale, tuttavia, ci dà il criterio di giudizio e di condanna da parte di Dio: è condannato dalle sue stesse opere "chi non crede nel nome dell'unigenito Figlio di Dio", il quale da noi cristiani pretende solo amore verso gli altri, pretende solo che trattiamo ognuno dei nostri fratelli più piccoli e più poveri come tratteremmo lui.
Ecco perché "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui". Che Dio non condanni, non significa che lascia passare tutto, o che permette all'uomo di autodistruggersi facendo del male agli altri e a se stesso; il giudizio di Dio è basato sull'amore, e l'amore non giudica, l'amore ama e basta. L'amore non condanna: l'amore ama, e basta. L'amore non mette nessuno alla gogna: l'amore ama, e basta. L'amore non sparla degli altri: l'amore ama, e basta. È questo che permette al mondo, a ognuno di noi, di essere salvato: la nostra capacità di amare, in qualsiasi modo e in qualsiasi forma, purché sia amore e non giudizio, amore e non condanna, amore e non perdizione. Il mondo non può andare perduto, perché Dio lo ha amato al punto da mandare il suo Figlio per dare a noi la vita eterna.
E con "vita eterna" non pensiamo al paradiso, dove giungeremo come e quando, solo Dio lo sa. Pensiamo a quell'eternità di vita, a quella vita in abbondanza che ci è dato di vivere qui, oggi, nella concretezza di ogni giorno, grazie a un Dio che ci ha creati e che ci ama come un Padre, a un Figlio che ci ha mostrato fino in fondo cosa significhi amare, a uno Spirito che ci permette di fare altrettanto reiterando, lungo la storia, il mistero di un Dio-Amore che mai ha condannato e mai condannerà.
E se Dio non condanna, come ci permettiamo noi di sputare giudizi e sentenze su chiunque incontriamo?
Fonte:http://www.qumran2.net/

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