MONASTERO DI RUVIANO, "SANTISSIMA TRINITA’"

SANTISSIMA TRINITA’
Es 34, 4-6.8-9; Dn 3; 2Cor 13, 11-13; Gv 3, 16-18

            La Pasqua che abbiamo celebrato nello spazio santo dei cinquanta giorni ci ha posto dinanzi
ad un bivio.

            L’ora della Croce ci ha narrato il più grande amore di fronte al più grande odio; ci ha narrato, come dice il passo di oggi del Quarto Evangelo, che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, un Figlio che viene offerto e si offre per raccontare l’amore più grande dell’odio e della morte … il mondo, invece, sul Golgotha ha raccontato a pieno il suo peccato ed il suo odio, ha raccontato la sua iniquità e la sua tenebra, la risurrezione del Figlio che ha scelto di “annegare” in quell’odio del mondo (“c’è un battesimo – una immersione – che io devo ricevere” cfr Lc 12,50) è risposta d’amore totalmente gratuita a quell’odio, è proposta di una via altra nelle tenebre del mondo.

            Il bivio a cui a cui la Pasqua ci conduce, e questo riguarda anche noi che ci diciamo discepoli di Gesù, è lasciarsi afferrare e prendere dall’amore del Padre e del Figlio oppure avvoltolarsi nel fango e nelle tenebre di un egoismo che sembra vincente ed è invece solo tragicamente perdente ed ingannevole.

            Il mistero di Dio si intreccia al mistero dell’uomo: la vita discende dall’amore del Padre, si rende visibile nel grande segno del Figlio innalzato e donato e diventa vita nuova dei credenti rinati ad opera dello Spirito Santo.

            A Nicodemo, sempre in questo capitolo di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto,  Gesù aveva detto  che è necessario “rinascere dall’alto per vedere il Regno di Dio” (cfr 3,3); Nicodemo non aveva capito che Gesù parlava di una nuova nascita ad opera di Dio stesso, ad opera dello Spirito Santo. Se questo è vero come è vero allora vuol dire che la nostra vita di discepoli non è innanzitutto una morale diversa; la vita nuova scaturisce da una nascita nuova che ci fa uscire dal grembo buio e mortifero del peccato per farci entrare nella luce di Dio, per farci realizzare quella somiglianza che è la meta della nostra carne creata ad immagine di Dio.

            Questo Dio della rivelazione cristiana, allora, è tutt’altro che un Dio lontano dalla vita e distante, un Dio irraggiungibile ed inconoscibile. Certo il suo agire è misterioso perché legato ad i suoi tempi ed alle sue logiche (“lo Spirito soffia dove vuole … ma non sai di dove viene e dove va” cfr Gv 3,8) ma è reale ed agisce nel profondo; chi permette allo Spirito di agire ne avverte concretamente, ed oserei dire “carnalmente”, l’opera e l’azione.

            I tre versetti che oggi si leggono sono il cuore di questo grande discorso di Gesù a Nicodemo e, possiamo dire, sono un Evangelo nell’Evangelo! In realtà questi versetti non sono parole di Gesù – gli esegeti su questo sono universalmente concordi – anche se i nostri lezionari (forse non sapendo come introdurre i tre versetti!) iniziano il passo con “In quel tempo Gesù disse a Nicodemo …”; sono parole dell’evangelista che commenta quello che Gesù ha appena detto davvero a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (cfr Gv 3,14 e Nm 21, 8-9); è quel serpente di bronzo che Mosè, per ordine di Dio, costruì durante l’esodo perché volgendo a lui lo sguardo fossero guariti quegli israeliti che erano stati morsi dai serpenti velenosi del loro peccato. Il Quarto Evangelo concluderà, infatti, la scena della croce, dell’innalzamento del Figlio, con quella parola del profeta Zaccaria: “volgeranno lo squardo a colui che hanno trafitto” (cfr Gv 19,37); volgere lo sguardo al Figlio innalzato guarisce dal veleno dell’antico serpente.

            L’Evangelista commenta tutto questo con i tre straordinari versetti che abbiamo letto, versetti che, a loro volta, hanno un cuore: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché  chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.

            Ecco la meta della Pasqua! Ecco la via da prendere, ecco da cosa deriva e dove approda quel rinascere dall’alto! Una sola è l’opera da compiere: “Credere in Colui che Dio ha mandato” e Gesù lo dice chiaramente durante il discorso sul pane di vita (cfr Gv 6,29).

            Questa Domenica della Santissima Trinità ci chiede allora non tanto di fare un discorso teologico sul mistero trinitario (questo va lasciato ad altre sedi necessarissime “a rendere ragione della speranza che è in noi” cfr 1Pt 3,15) ma a farci ancor più coscienti che, dal giorno del nostro Battesimo, siamo immersi nell’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E’ una domenica contemplativa, è una domenica in cui lasciarsi avvolgere dal Dio che ci ha creati, amati e redenti. E’ una domenica in cui, volgendo lo sguardo alla sorgente della vita che è l’eterna Comunione trinitaria, scopriamo l’iniziativa creatrice dell’amore del Padre che sempre tutto incomincia, scopriamo la presenza dell’amore liberante del Figlio che tutto si è donato, scopriamo la spinta verso il futuro di un amore che tutto si compie nella potenza dolcissima dello Spirito.

            Lo sguardo sull’Amore trinitario cambia la vita perché dona a noi lo stesso sguardo del nostro Dio sulla storia tutta e su tutti gli uomini nostri fratelli. La Pasqua di Gesù così ha compiuto in noi il sogno di Dio.

p. Fabrizio
Fonte:www.monasterodiruviano.it

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