Monsignor Francesco Follo, Lectio"Il dono dell’Amore che porta all’Amore.

Il dono dell’Amore che porta all’Amore.
Pentecoste – Anno A - 4 giugno 2017

Rito Romano
At 2,1-11; 1Cor 12,3-7.12-13; Gv 20,19-23

Rito Ambrosiano
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

1) Il significato cristiano della Pentecoste.
Cinquanta giorni dopo la Pasqua, la Liturgia ci fa celebrare la Pentecoste, cioè la discesa dello Spirito
Santo sulla Chiesa nascente e sulla Chiesa di oggi. Non facciamo memoria di un fatto accaduto circa duemila anni fa, ma di un evento che riaccade perché “la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo” (Paolo VI).
Dunque celebriamo oggi l’annuale festa della discesa dello Spirito Santo; ma lo Spirito Santo dobbiamo averlo nel cuore tutti i giorni. “Non celebriamo la Pentecoste per un giorno solo ma in ogni tempo, se vogliamo essere non riprovati ma approvati dal Signore nel giorno della sua venuta. Avendoci in antecedenza dato il pegno, ci voglia condurre al possesso eterno [dei beni]. Cristo infatti ha sposato la sua Chiesa e ha mandato a lei lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è come l’anello nuziale; e chi le ha dato l'anello le darà anche l'immortalità e il riposo. Lui amiamo, in lui speriamo, in lui crediamo (Sant’Agostino, Discorso 272/ B per la Pentecoste).
Purtroppo, per molte persone e per molti Paesi dove anche il lunedì di Pentecoste è festivo, la Pentecoste non è altro che il nome di un lungo weekend. E sono contenti che la routine dei giorni feriali sia interrotta da quella del tempo libero, che offre il vantaggio del divertimento, l’illusione forse della libertà, ma veri momenti di elevazione e di contentezza per il tempo che si può passare con le persone amate.
È ovvio che chi vive coscientemente non potrà accontentarsi di passare in modo non riflesso e passivo dal lavoro al tempo libero e dal tempo libero al lavoro. Di tanto in tanto, dovrà fermarsi e chiedere in che direzione si muova la sua vita, verso dove si dirigano tutte le cose, gli uomini ed il mondo. Dovrà assumersi un po’ di responsabilità per questo movimento e per la sua direzione e non potrà limitarsi a partecipare semplicemente all’offerta consumistica, che costantemente si diffonde, senza chiedersi da dove essa venga e dove conduca.​
Dunque questa Solennità della Pentecoste è un invito a passare dalla logica del fine settimana a quella della festa, nella quale
facciamo memoria di un fatto accaduto nel passato;
celebriamo un fatto o che accade ora fra noi discepoli di Gesù;
viviamo l’attesa che quanto è ricordato e vissuto raggiunga la sua pienezza nella vita eterna.
Nella Pentecoste facciamo memoria, celebriamo e viviamo il fatto che quello che avvenne nella Vergine Maria, avviene in ogni credente in Cristo, che “con il dono dello Spirito Santo riallaccia la nostra relazione con il Padre, rovinata dal peccato; ci toglie dalla condizione di orfani e ci restituisce a quella di figli” (Papa Francesco, 15 maggio 2016)
Vengono i brividi solo a pensarlo che Dio
non solamente ha visitato la terra, discendendo quaggiù nel mondo,
non solo ha pagato con la Croce il prezzo del suo amore per noi,
ma Dio si dona a noi, vive in noi. Ciascuno di noi diventa capace di Dio, accoglie Dio in sé, perché in ognuno di noi si rinnovi il mistero della nostre unione col Verbo.
Il fatto che oggi ricordiamo e celebriamo è che il Regno di Dio nel quale Gesù vuol introdurci e al quale noi siamo chiamati è un cielo interiore, dentro di noi perché come dice San Gregorio Magno: “Il cielo è l’anima del giusto”. E noi siamo giusti perché immersi nel Battesimo in Cristo, che oggi si immerge in noi con il suo Spirito.
L’unione nostra con Dio e di Dio con noi si realizza in questo dono dello Spirito e in questo dono dello Spirito che ci unisce a Dio, si realizza anche, come frutto divino di unione, la nostra trasformazione in Cristo, Figlio di Dio e fratello nostro. A questo riguardo Papa Francesco insegna “Mediante il Fratello universale, che è Gesù, possiamo relazionarci agli altri in modo nuovo, non più come orfani, ma come figli dello stesso Padre buono e misericordioso. E questo cambia tutto! Possiamo guardarci come fratelli, e le nostre differenze non fanno che moltiplicare la gioia e la meraviglia di appartenere a quest’unica paternità e fraternità” (Omelia di Pentecoste, 15 maggio 2016).

2) Da Babele a Pentecoste, dalla divisione all’unità.
La luce della Pentecoste ci conduce all’essenziale: ci rivela la dignità e la vocazione che ci sono donate: quella di essere figli destinati all’immortalità e testimoni dell’uguaglianza nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.
San Luca racconta la discesa dello Spirito (I lettura: At 2,1-11) utilizzando i simboli classici che accompagnano l’azione di Dio: il vento, il terremoto e il fuoco. Sotto forma di lingue questo fuoco si posa sui presenti nel Cenacolo, che “cominciarono a parlare in altre lingue”. Con questo diventa chiaro il compito di unità e di universalità a cui lo Spirito chiama la sua Chiesa.
Con la venuta dello Spirito a Pentecoste e la nascita della comunità cristiana inizia in seno all’umanità una storia nuova. Alla luce del racconto della torre di Babele comprendiamo meglio l’evento di Pentecoste, di cui oggi facciamo memoria. E’ iniziata dentro l’umanità la costruzione di una vera comunione fra le persone: vera, perché donata dall’alto, per opera dello Spirito di Gesù e l’annuncio apostolico delle grandi meraviglie di Dio. Con il dono dello Spirito Santo il seme dell’unità è posto nel campo dei conflitti umani.
La celebrazione che siamo chiamati a vivere in questa domenica rende attuale l’evento accaduto circa duemila anni fa. Mediante la fede noi diventiamo contemporanei ad esso e possiamo testimoniare che esso è la risposta vera al desiderio di unità che è insito nel cuore umano.
A Babele uomini della stessa lingua non si capirono più. A Pentecoste, di allora e di oggi, invece uomini di lingue diverse si incontrano e si intendono. Il compito che lo Spirito affida alla sua Chiesa è di imprimere alla storia umana un movimento di riunificazione: movimento nello Spirito, nella verità, nella libertà e attorno a Dio.
Anche nel Vangelo di oggi (Gv 20,19-23) è detto che lo Spirito ricrea la comunità degli apostoli, la apre alla missione (allora come oggi), ricordando che lo Spirito è il dono di Cristo: “Ricevete lo Spirito Santo”.
San Giovanni mette un relazione stretta tra lo Spirito, la comunità dei discepoli e la missione di portare nel mondo il Vangelo di Cristo e il suo perdono.
Le vergini consacrate sono chiamate in modo particolare ad essere testimoni di questa misericordia del Signore, nella quale l'uomo trova la propria salvezza. Queste donne tengono viva l'esperienza del perdono di Dio, perché hanno la consapevolezza di essere persone salvate, di essere grandi quando si riconoscono piccole, di sentirsi rinnovate ed avvolte dalla santità di Dio quando riconoscono il proprio peccato.
Le vergini consacrate accettano con umiltà le indicazioni che San Cipriano, lodandole, rivolge loro nel suo libro De habitu virginum in cui descrive come deve essere il loro comportamento: “Ora il nostro discorso si rivolge a voi, vergini, delle quali quanto è più sublime la gloria, tanto maggiore deve essere la cura; fiore della stirpe della Chiesa, decoro ed ornamento della grazia spirituale, stirpe eletta e lieta, opera integra ed incorrotta di lode e di amore, immagine di Dio che rappresenta la santità del Signore, la più illustre porzione del gregge di Cristo. Attraverso le vergini gode e nelle vergini abbondantemente fiorisce la gloriosa fecondità della Madre Chiesa”.
La loro vita è da considerare come una scuola della fiducia nella misericordia di Dio, nel suo amore che mai abbandona. In realtà, più ci si avvicina a Dio, più si è vicini a Lui, più si è utili agli altri. Le persone consacrate testimoniano la grazia, la misericordia e il perdono di Dio non solo per sé, ma anche per i fratelli, essendo chiamate a portare nel cuore e nella preghiera le angosce e le attese degli uomini, specie di quelli che sono lontani da Dio.



Lettura Patristica
 San Cirillo di Alessandria
Catechesis XVI, De Spir. Sancto, I, 22-24

   
   Qualcosa di grande, e onnipotente nei doni, e ammirabile, lo Spirito Santo. Pensa, quanti ora sedete qui, quante anime siamo. Di ciascuno egli si occupa convenientemente; e stando in mezzo (Ag 2,6) (a noi) vede di che cosa ciascuno è fatto; vede anche il pensiero e la coscienza, ciò che diciamo e abbiamo nella mente. È certamente cosa grande ciò che adesso ho detto, ma ancora poco. Vorrei che tu considerassi, illuminato da lui nella mente, quanti sono i cristiani di tutta questa diocesi, e quanti di tutta la provincia della Palestina. Di nuovo spazia col pensiero da questa provincia a tutto l’impero romano; e da questo rivolgi lo sguardo a tutto il mondo; le stirpi dei Persiani, e le nazioni degli Indi, Goti e Sarmati, Galli, e Ispani, Mauri ed Afri ed Etiopi, e tutti gli altri, dei quali non conosciamo neanche i nomi; ci sono molti popoli, infatti, dei cui nomi non ci venne neppure notizia. Considera di ciascun popolo i vescovi, i presbiteri, i diaconi, i monaci, le vergini, e tutti gli altri laici; e guarda il grande reggitore e capo, e largitore dei doni; come in tutto il mondo a uno dà la pudicizia, a un altro la perpetua verginità, a un altro ancora la misericordia (o la passione dell’elemosina), a uno la passione della povertà, ad un altro la forza di fugare gli spiriti avversi; e come la luce con un solo raggio illumina tutto, così anche lo Spirito Santo illumina coloro che hanno occhi. Poiché se uno che vede poco con l’aiuto della grazia non si dona affatto, non accusi lo Spirito ma la sua propria incredulità.

       Avete visto la sua potestà che egli esercita in tutto il mondo. Ora, perché la tua mente non sia rivolta alla terra, tu sali in alto: sali col pensiero fino al primo cielo, e contempla le innumerevoli miriadi di angeli che ivi esistono. Sempre col pensiero, sforzati di salire a cose ancora più alte, se puoi; mira gli arcangeli, mira gli spiriti; guarda le virtù, guarda i principati; guarda le potestà, i troni, le dominazioni. Di tutti questi è stato dato da Dio chi stia loro a capo, il Paraclito. Di lui hanno bisogno Elia ed Eliseo e Is tra gli uomini; di lui, tra gli angeli, Michele e Gabriele. Nessuna delle cose generate (o meglio create) è pari a lui nell’onore; infatti tutti i generi degli angeli, e gli eserciti tutti insieme riuniti, non possono avere alcuna parità ed uguaglianza con lo Spirito Santo. Tutte queste cose ricopre e oscura totalmente la buona potestà del Paraclito. Quelli infatti sono inviati per il ministero e questi scruta anche le profondità di Dio; come dice l’Apostolo: "Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio" (1Co 2,10ss).

       Fu lui a predicare del Cristo nei profeti: lui ad operare negli apostoli: ed è lui che fino ad oggi segna le anime nel Battesimo. E il Padre dà al Figlio e il Figlio comunica allo Spirito Santo. È lo stesso Gesù, infatti, non io, che dice: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio" (Mt 11,27); e dello Spirito Santo dice: "Quando però verrà lo Spirito di verità, ecc., egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà" (Jn 16,13-14). Il Padre dona tutto attraverso il Figlio con lo Spirito Santo. Non è che una cosa sono i doni del Padre, e altri quelli del Figlio, e altri quelli dello Spirito Santo; una infatti è la salvezza, una la potenza, una la fede. Un solo Dio, il Padre un solo Signore, il suo Figlio unigenito; un solo Spirito Santo, il Paraclito.
Fonte:http://francescofolloit.blogspot.it/

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