DON PaoloScquizzato, "Siamo cercatori di perle e di tesori"


OMELIA 17a Domenica Tempo Ordinario. Anno A
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va,
pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.51Avete compreso tutte queste cose?. Gli risposero: “Sì”. 52Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”». (Mt 13, 44-52)

Sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là» (Eugenio Montale, Maestrale).

Qualunque cosa tu dica o faccia
c’è un grido dentro:
non è per questo, non è per questo! (Clemente Rebora, Sacchi a terra per gli occhi).

Siamo cercatori di perle e di tesori, perché abbiamo il presentimento del Vero, di ciò che è in grado di compierci il cuore. Siamo esseri inquieti, palombari dello spirito, assetati di una bellezza in cui poter finalmente far riposare il cuore.
La cosa migliore che ci possa capitare è riuscire a distinguere nella vita ciò che conta da ciò che è superfluo, ciò che ha consistenza da ciò che è effimero, ciò che è essenziale da ciò che è solo necessario.
Scoperto il vero tesoro e la perla di grande valore, allora tutto il resto può essere lasciato.

Il Vangelo ci svela in cosa consiste la perla e il tesoro di grande valore: l’Amore.
Fatta propria la logica dell’amore, viene vinta la logica del mondo incentrata sul potere l’avere e il successo. La luce dissolve la tenebra, il bene abbraccia il male sconfiggendolo. San Paolo, fatto esperienza dell’Amore, arriverà a considerare tutto ciò che fino ad allora gli sembrava essenziale e necessario per il suo compimento, semplicemente sterco: «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura (lett = sterco), per guadagnare Cristo» (Fil 3, 8).
E per ‘conoscenza di Cristo Gesù’ egli intende l’amore, il bene vissuto da Gesù di Nazareth.

La terza parabola (vv. 47-50) del Vangelo di oggi ci aiuta poi a comprendere dove può condurre una vita che non arrivi a far propria questa logica dell’amore. Il risultato di non essersi giocati nel bene è simboleggiato qui dal “pesce cattivo”, inteso come guasto, fallito, inutile. Una vita spesa fuori dell’amore, è come essere gettati fuori dalla rete. Una vita guasta, fallita, non buona, a cosa può servire? Come la zizzania (Vangelo di domenica scorsa) verrà presa, e bruciata; semplicemente distrutta. I giusti, i buoni della parabola saranno invece coloro che hanno vissuto del medesimo amore che hanno ricevuto e sperimentato nella propria storia. E questa vita sarà conservata, come il grano che andò a finire nel granaio di Dio.  Ma occorre fare un passo ulteriore. La separazione non avviene tra due parti di umanità, i buoni e i cattivi, ma tra la parte di me che si è formata amando, e quella che si è distrutta attraverso il male compiuto.
Quando il mondo, la storia giungerà a compimento, allora la Parola di Dio (gli angeli, v. 49b) mi giudicherà, ovvero distinguerà in me ciò che si è costruito nell’amore e ciò che ha fallito nel male. E l’amore di Dio che è fuoco divorante, distruggerà questo male, ovvero quella parte di me che ha fallito nell’egoismo, nel potere, nell’incentramento sull’io. E rimarrà – ancora una volta – solo ciò che è bene.
In questo modo non avrà più senso domandarsi: ma allora se Dio salverà tutti (la rete che accoglie tutti) che bisogno c’è ancora di far qualcosa? Tanto son salvo, vivo come voglio! No, perché l’amore reclama la responsabilità. Dio ama tutti, perdona tutti e tutto, ma proprio per questo ora lo stesso amore che mi ha raggiunto, mi chiede di vivere, di spendermi secondo il medesimo amore riversandolo sui fratelli. Si risponde all’Amore divenendo responsabili. Il resto è fallimento.
Fonte:www.paoloscquizzato.it