don Marco Pedron, "Non scambiare Dio per un fantasma"

Non scambiare Dio per un fantasma
don Marco Pedron
XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) 
  Visualizza Mt 14,22-33
Il vangelo di oggi è un vangelo forte, potente. E' un po' inutile chiedersi cosa sia successo. Possiamo
ipotizzare che in un momento di crisi, una tempesta dei discepoli sia stata riletta e interpretata così tanto alla luce della figura di Gesù e della sua resurrezione da produrre questo vangelo.
Gli ebrei non erano un popolo marinaro e il mare ha sempre destato loro una grande paura. Dio stesso viene definito dalla Bibbia, come il Signore del mare, come colui che solo lo può sedare, controllare, fermare. Giobbe (9,8) descrive Dio come "colui che cammina sulla schiena del mare". Il Salmo 69 dice: "Salvami, o Dio, l'acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l'onda mi travolge. Sono sfinito dal gridare, riarse le mie fauci; i miei occhi si consumano nell'attesa del mio Dio". Solo grazie all'intervento di Dio gli ebrei poterono varcare il Mar Rosso. Il mare per gli ebrei rappresentava il mostro del caos, il principio del male, il disordine, la paura. Nel mare non ci sono riferimenti, si è in totale balia, non ci sono appigli, si è nelle sue mani. Alcuni degli apostoli, d'altra parte, erano pescatori e quindi sapevano come muoversi nel lago di Genezareth.
Ma il lago di Genezareth è traditore. E' chiamato dagli Arabi Ajn Allah (l'Occhio di Dio) proprio perché quasi sempre è calmo e tranquillo. Essendo situato a oltre duecento metri sotto il livello del mare, in una depressione molto profonda, è circondato da alte montagne. E ogni tanto succede che all'improvviso delle correnti discensionali piombino perpendicolarmente sullo specchio del lago, sollevando alte ondate. In un attimo e all'improvviso si scatena l'inferno come in un attimo ritorna ad essere tranquillo e pacifico. I discepoli si devono essere imbattuti in una di queste situazioni.
Prima di questo vangelo Gesù ha moltiplicato i pani (14,13-21; vangelo di domenica scorsa). Era stato un grande successo: con cinque pani e due pesci sfamò cinquemila persone (e donne e bambini non contavano!). Notizie così, circolano facilmente e rapidamente; storicamente possiamo pensare che temesse l'arrivo degli sbirri di Erode. Per questo ordina (14,22) ai discepoli di andarsene subito. Gesù, finché ha potuto, le noie e i problemi li ha evitati. Quando poi si è trovato di fronte a scegliere tra tradire se stesso, il proprio cuore e il Dio che aveva dentro di cui Egli era la trasparenza oppure scontrarsi apertamente con l'autorità, lì non poté evitare il contrasto e il conflitto. Nel vangelo troviamo spesso che Gesù fugge, scappa e in tutti i modi cerca di evitarsi noie e problemi.
D'altra parte c'è un senso ben più profondo. Gesù e i suoi amici erano personaggi "famosi", stimati (e ti credo: aveva sfamato cinquemila persone!); tutti li volevano vedere; avevano ascendente e successo.
Avere successo, "essere qualcuno", ti infonde un senso di grande riconoscimento: sei visto, tutti ti guardano, ti apprezzano, ti elogiano, ti innalzano. Anche se tu non credi molto in te stesso quando hai successo ti senti veramente "qualcuno". E' questa la fregatura: se dentro non sei nessuno, poi ne hai bisogno assoluto perché senza successo, senza notorietà, ma anche senza gli status symbol del successo (auto, gioielli, case, soldi, vacanze, barca, moto, ecc.) non sei nessuno. Allora diventa una droga e farai di tutto pur di avere la tua dose di successo, apprezzamento, di riconoscimento.
Una volta Freddie Mercury, il leader dei Queen disse: "Non sono nessuno senza il mio pubblico". Quando si vedono i dvd dei concerti dei grandi gruppi musicali famosi si capiscono tante cose. Se sei uno dei Queen, dei Rolling Stones, dei Nirvana o Elvis Presley e hai davanti centomila persone, ti senti un Dio. Hai centomila persone tutte per te, che ti adorano, che ti idolatrano, che pendono dalle tue labbra. E' una sensazione di onnipotenza enorme. E ci vuole una maturità altrettanto enorme per non perdere la testa, per rimanere se stessi e con i piedi per terra.
Hanno intervistato il fratello di una donna diventata famosa all'improvviso: "Cosa dici di tua sorella?". "Finché non era nessuno era una di noi; adesso che è qualcuno noi siamo nessuno".
E che fa Gesù per evitare questo delirio di onnipotenza? Dopo la sbornia del successo, Gesù li toglie da questo pericolo, congeda la folla (14,22-23) e li manda in barca. E lì dovranno fare l'esperienza contraria. Lì faranno l'esperienza non più del vento a favore ma del vento contrario (14,24).
Lì ciascuno sarà solo con sé. Lì emergerà la forza di ciascuno di loro. E Gesù stesso se ne va da solo a pregare sul monte per ricentrarsi e per sbollire la sbornia del successo. Nella barca, in mezzo alla tempesta, tutto l'onore e la stima degli altri non contano più. Perché lì sei solo con te stesso, con le tue paure, angosce, mostri interiori, risorse, capacità. E' quando sei solo che emerge davvero chi sei.
Io ho bisogno di momenti di solitudine, dove io devo stare con me. E, se non lo so fare, lo devo imparare perché ci sono cose che solo io vivrò e momenti della vita in cui nessuno potrà raggiungermi. Magari gli altri ci saranno vicini, ma non potranno vivere quello che io vivo o non potranno aiutarmi. Ci sarò solo io con me e per me. Ma se io non ci sarò, mi sentirò disperato. Devo imparare a stare con me, a confrontarmi con i miei mostri, con le mie ansie, a conoscerle e gestirle. Non posso scappare sempre (non è possibile). Non c'è sempre l'amico di turno o lo psicologo pronto per me, e non è neppure giusto che ci siano. Non posso sempre "scaricare" su qualcuno. Non posso sempre prendere una pastiglia, un antidepressivo, o un tranquillante. Devo imparare a stare con me, con ciò che vivo e con ciò che ho dentro. E' la mia vita!
Il vangelo dice: "Verso la fine della notte" (14,25). E' quindi notte profonda. La notte profonda è l'immagine di un'ora ma soprattutto di uno stato. E' quando non sai più dove andare, dove sbattere la testa, quando tutto ti sembra contrario o nemico. E' quando non c'è direzione, non c'è luce, non c'è speranza, e tutto ti sembra crollare addosso.
Il vangelo dice che la barca distava già qualche miglio ed era agitata dalle onde (14,24): c'è la tempesta, ed è troppo tardi per tornare indietro nella terra ferma. Adesso la tempesta non si può più evitare.
Ti sei dato tutto per il tuo lavoro. Ma un giorno il tuo capo ti dice: "Non c'è più bisogno di te, trovati un altro lavoro". Ti cade addosso tutto: "Ma come, con tutto quello che ho fatto?". Notte profonda. E inizi a dubitare di te e del tuo valore e ti dici: "E chi manterrà la mia famiglia?".
Ti sei dato alla ricerca universitaria, è dieci anni che lavori, ti hanno assicurato il posto di lavoro, ma adesso che c'è un posto libero, favoriscono un altro e non te. Tempesta: "Dieci anni persi?".
Rientra tuo marito e ti dice: "Sto bene con te, ma mi sono innamorato di un'altra". Tempesta: "E adesso? E ciò che abbiamo costruito? E i figli? E' finita?". E ti senti persa, in balia.
Ti chiamano dall'ospedale: "Venga subito al pronto soccorso perché suo figlio ha fatto un incidente in motorino". Tempesta: ti senti perso, shoccato.
La tempesta è qui: troppo tardi per tirarsi indietro, per evitarla. Ci sei dentro e non puoi fare nulla. La tempesta è quando ciò che hai non ce l'hai più e non puoi farci niente, quando ci si sente persi, e non si può fare più niente.
A livello mentale la tempesta ti fa dire: "Oddio, non ce la faccio, è troppo, è la fine, che vita di schifo, ma cos'ho fatto di male, basta non voglio più vivere, impazzisco, ecc.".
A livello emotivo la tempesta è l'angoscia, la paura più tremenda, quella che paralizza, il terrore.
A livello spirituale la tempesta è la perdita di fede: "Dove sei? Dov'è finita tutta la mia fede? Non sento più nulla? Mi hai tradito? Perché non fai qualcosa? Era fede o solo una forte salute? Fede o che tutto andava bene?". E il Dio che sentivi forte in te, sembra lontano, assente, se non addirittura nemico e ostile. In certi giorni ti viene da maledire, da bestemmiare Dio e la Vita per ciò che stai vivendo.
Ma questo vangelo dice qualcosa di meraviglioso: ama le tempeste. Le tempeste non sono belle ma utili. Sì è vero sono dure, difficili, ma necessarie. Certe medicine e certe operazioni sono necessarie per il paziente, anche se sono amare o dolorose. Le tempeste ti sono date perché tu possa cambiare rotta. Senza una tempesta tu continueresti nella tua rotta, nel tuo tragitto, nella tua direzione, ma non è la direzione che Dio vuole per te.
Tu hai la tua direzione e ne sei convinto. Non vedi che non è quella giusta per te. E che cos'altro, allora potrebbe farti cambiare direzione se non una tempesta? Quindi accetta la tempesta perché è un momento chiave della vita, un momento di incontro con Dio, dove nasce qualcosa di nuovo e ci rimette nelle sue mani (fede).
Ma all'inizio tu mica capisci che quella tempesta è Dio. Anzi, come accade dici: "E' un fantasma!" (14,26), un mostro, demonio, una disdetta, una disfatta.
La perdita del lavoro all'inizio sembra un disastro, un fantasma. Ma poi grazie a questo dramma, riscopri i valori importanti della vita: la tua famiglia, l'amore di tua moglie, la bellezza dei figli e della vita. Avevi fatto del lavoro il centro della tua vita: per fortuna che è arrivata la tempesta ad aprirti gli occhi. Avevi dimenticato ciò che fa felici, che riempie la vita e che le dà senso. Benedetta tempesta.
La ricerca universitaria all'inizio sembrava un dramma. Ma poi grazie a questo dramma ti accorgi di quanto vivi dipendente dall'esterno. Lo facevi per sentirti qualcuno, importante: riuscivi bene e pensavi che quel lavoro potesse dimostrare a tutti il tuo valore. Ma il tuo valore va al di là di ciò che fai. Quando diventai parroco, un prete bonariamente mi disse: "Adesso diventi importante!". E io, così senza pensarci, istintivamente, gli disse: "Ma io sono già importante". Si è sempre nessuno se abbiamo bisogno di qualcosa che ci confermi il nostro valore.
Tuo marito: all'inizio scatena una rabbia tremenda e un odio feroce. Ma poi ti accorgi che è da tempo che vi siete allontanati, che anche tu hai dato per scontato tante cose e che presa da altro hai relegato l'amore. Non più tempo per voi, per le coccole, per divertirsi; frasi che vi svalorizzavano; "Il solito!; Gli uomini!", ecc.; non più stima del partner, ecc. Benedetta tempesta, che ti permette di recuperare ciò che hai perso e relegato in un angolo.
Ti chiamano dall'ospedale: tuo figlio è al pronto soccorso. All'inizio è un dramma, ma è solamente lì che ti rendi conto di cosa conta davvero nella vita. Adesso, il tuo aspetto fisico, tutti i tuoi mille problemi su ciò che dicono gli altri, la gente che non fa come vorresti tu, la casa sempre in disordine, il figlio che non fa mai come tu vuoi, che cosa sono? Davvero niente! Benedetta sberla che ti ricentra, che ti riorienta e che ti permette di dare il giusto peso alle cose! Perché se non lo fa questo, che cosa mai lo potrebbe allora fare?
Ciò che noi chiamiamo "fantasma", sfortuna, dramma, in realtà spesso è "Dio". Diciamo "demoniaco" solo perché sono momenti difficili, duri, perché sono un travaglio, e un parto. In realtà sono i momenti in cui Dio si avvicina a noi, ci ridona alla verità di noi e ci accompagna nel nostro cammino. Ma è Lui che c'è dietro; è Lui che ci sospinge in questi deserti (4,1) e in queste tempeste. E lo fa non perché ci vuole male ma perché ci vuole bene. Lo fa perché vuole che cambiamo. Succede spesso che noi scambiamo per demoniaco ciò che è divino e per divino ciò che è demoniaco. In genere definiamo "demoniaco" ogni volta che stiamo male, che soffriamo, che dobbiamo cambiare.
Questo vangelo allora mi dice: "Ama le tempeste", non perché siano belle. A nessuno di noi piace soffrire. Ama le tempeste perché in quel momento Lui si rivela e si rivela in un modo che tu non pensi.
Questo vangelo dice: ciò che c'è da affrontare bisogna affrontarlo. Anche se fa paura, anche se è pericoloso, anche se è drammatico. Perché la cosa peggiore è sopravvivere per paura di prendere in mano ciò che c'è da prendere in mano. Allora non siamo più noi a dare una forma alla nostra vita ma la subiamo.
In Mc 16,18 Gesù dà agli apostoli il potere di prendere in mano i serpenti. Abbiamo tutte le possibilità di farlo. Anche i discepoli hanno dovuto incontrare il fantasma anche se avevano paura o erano terrorizzati. Ad un certo punto Pietro ha dovuto affrontare il mare anche se ne era terrorizzato.
Ci sono delle questioni che ad un certo punto non si possono più rimandare, demandare, posticipare: bisogna affrontarle, anche se si ha paura, anche se si farebbe di tutto pur di non incontrarle.
Un ragazzo durante un'uscita si è tagliato. Non voleva che il medico gli mettesse i punti. Prima il medico lo ha rassicurato ed è andato "con le buone". Ma siccome il ragazzo non voleva saperne gli ha detto: "Adesso ti metto i punti e non si discute più. Anche se hai paura. Bisogna farlo, quindi si fa".
C'era un papà che giocava con la figlia piccola. Lei era sul davanzale della casa, al pian terreno, e lui un po' più sotto fuori in giardino. "Salta", le diceva, e lei fidandosi si lanciava. Chi ci garantirà che tutto andrà bene? Chi ci garantirà che non sbaglieremo mai? Nessuno! Ma ad un certo punto dobbiamo fidarci e provarci. Dobbiamo smettere di voler controllare tutto e tutti; dobbiamo smettere di voler sapere in anticipo cosa ci accadrà; dobbiamo smettere di voler conoscere la fine. Dobbiamo imparare a fidarci, a lanciarci e con-fidare che qualcuno ci prenderà.
Ad un certo punto dobbiamo fare ciò che c'è da fare.
Le persone dicono: "Ma è difficile; è impossibile; io non ce la faccio". E veramente in certe situazioni sembra impossibile farcela o venirne fuori. Cos'è che ci salva?
Dio ci risolve le questioni? No. Dio non ti risolve le questioni ma ti dà la forza per risolverle. Nella tempesta Lui dice: "Coraggio, sono io, non aver paura" (14,27).
Quella frase: "Sono io (ego eimi, in greco)" rimanda a Es 3,14: "Io sono colui che sono", che indica un presente ma anche un passato: "Io sono colui che è stato" e un futuro: "Io sono colui che sarà". Cioè: Lui è sempre presente e sempre con noi, in ogni tempesta.
Ma Pietro non crede che "quel fantasma" sia il Signore: "Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque" (14,28). E Gesù gli dice: "Vieni" (14,29). Ed ecco il miracolo: Pietro riesce a camminare sopra la tempesta. Ciò che prima sembra inaffrontabile, distruttivo, adesso invece si può affrontare e addomesticare. E' la fede. La fede non ti toglie le difficoltà ma ti dà la forza di affrontarle, perché Lui è con te.
Ma cosa succede? Nel momento esatto in cui Pietro distoglie lo sguardo da Gesù e guarda al pericolo, affonda. Nel momento in cui pone l'attenzione più che su Gesù, sulla forza del vento e del mare, va a picco (14,29-30).
Ad una donna le hanno diagnosticato un tumore particolarmente aggressivo. Trent'anni e due figli: dramma! Se tu guardi al pericolo, affondi: "Oddio e adesso? Muoio? E i miei figli? Ce la farò?". Ma se tu guardi a Lui, allora si può fare: "Ci sono io, non aver paura. Affrontiamo tutto, affidati a me".
Un figlio, legatissimo al padre, lo deve accompagnare verso la morte. Si sente perso. Se tu guardi al dramma dici: "Non ce la faccio! E' troppo per me! Non ho le forze". Ma se tu guardi a Lui e senti la sua voce: "Tranquillo, ci sono io, non aver paura. Ti sostengo io, lascialo andare per la sua strada", allora si può fare.
Un ragazzo di quindici anni deve subire la separazione dei suoi genitori. Se tu guardi al dramma, dici: "E' troppo doloroso! No, non voglio! Mi sento morire!". Ma se tu puoi sentire la sua voce: "Ci sono io, tranquillo, non aver paura. Sfogati con me; a me puoi dire tutta la tua rabbia e mostrare tutto il tuo dolore. Ti accompagnerò io in questo viaggio difficile", allora si può fare.
Ogni mattina mi alzo e faccio il segno della croce. Non lo faccio perché sono abituato, perché è tradizione farlo. Lo traccio su di me con un senso profondo. Quando mi faccio il segno di croce, so che mi dico: "Non so cosa affronterò oggi ma so che tu sei con me". E' come se sentissi la sua voce: "Tranquillo, qualunque cosa oggi succede, io ci sono, non aver paura. Io sono al tuo fianco". Non è una magia che previene i problemi; ma è una forza che me li fa affrontare. E poiché Lui è con me, allora io so che sono capace di affrontare (e di accogliere) tutto.
Nella vita non ci sono tante possibilità: o ti conduce la paura o ti conduce la fiducia. Con la paura non si va da nessuna parte: si affonda perché la paura vede nemici dappertutto, pericoli in ogni dove, mette i dubbi nelle persone, insinua nemici, e ti fa credere di non valere.
Tuo figlio finisce le superiori e deve iscriversi all'università. La paura: "Fa' quello che vuoi tanto il lavoro non si trova". La fiducia: "Fa' quello che ti piace, segui il tuo cuore e troverai il lavoro che ti piace":
Ti succede una disavventura (ad es. ti rubano il portafoglio). La paura dice: "E ti pareva! Non poteva che succedere proprio a me". La fiducia dice: "Pazienza, non è la fine del mondo!".
Quando una cosa va male, la paura dice: "Lo sapevo!". La fiducia, invece: "Va beh, pazienza!".
Tuo figlio doveva tornare mezz'ora fa e non è ancora tornato. La paura dice: "Chissà cosa gli sarà successo? Chissà cosa si sarà fatto!". La fiducia dice: "Chissà quanto si starà divertendo".
Quando c'è un problema, la paura dice: "Oddio, che dramma! Che grave! Non ce la fai! E adesso!". La fiducia: "Adesso lo affrontiamo; non so come ma troveremo una soluzione; non è la fine del mondo!".
Bussarono alla porta. La paura andò ad aprire e fu divorata.
Bussarono alla porta. La fede andò ad aprire: non c'era nessuno.
Pensiero della Settimana
"Il vostro tempo è limitato,
per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro.
Non fatevi intrappolare dal dogma, che significa vivere
seguendo il risultato del pensiero di altre persone.
Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui
offuschi la vostra voce interiore.
Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione:
in qualche modo loro sanno cosa volete realmente diventare".
(Steve Jobs)
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