don Michele Cerutti"Trasfigurazione del Signore" (Anno A)


Commento su Matteo 17,1-9
don Michele Cerutti
Trasfigurazione del Signore (Anno A) (06/08/2017)
  Visualizza Mt 17,1-9
Gesù ha appena annunciato il disegno del Padre che prevede la morte di croce per poi risorgere. Gli
apostoli non capiscono e iniziano a interrogarsi. Pietro non accetta e si espone, ma Gesù lo respinge. Allora ecco il progetto di Gesù condurre i suoi fidelissimi sul monte Tabor per svelare loro a quale realtà Egli intende condurci.
Pietro, Giacomo e Giovanni toccano con mano il fatto che Gesù è straordinariamente luminoso. Il volto di Gesù divena splendente come sole e le vesti appaiono candide come neve così bianche che Marco precisa che: nessuno sulla terra saprà mai renderle così bianche. I tre hanno lo sguardo fisso ed estatico. Gesù così trasfigurato domina sul monte; ed ecco che ai suoi lati si avvicinano due figure che intraprendono con il Maestro una misteriosa conversazione. Si tratta - i discepoli non esitano a riconoscerli per segni esterni o parole ascoltate - di Mosè e di Elia. Mosè richiama alla Legge Antica; Elia richiama i tristissimi anni, durante i quali il grande Profeta aveva cercato di rianimare il senso religioso e la tradizione in chi si era lasciato influire dalle dottrine pagane e aveva perduto la nota dominante del proprio costume.
Mosè ed Elia: l'Antico Testamento che converge intorno a Gesù, il Salvatore del mondo! Pietro che poco prima non accettava un Maestro perdente ora prorompe in un grido: Come è bello rimanere qui, per sempre!, e aggiunge: Se vuoi, o Signore, facciamo qui tre capanne: una per Te, una per Mosè, l'altra per Elia: per rimanervi in permanente beatitudine.
Ora si è circondata da una visione di gloria e una voce esclama: Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo. I Discepoli si prostrano per terra ed ascendono la faccia senza osare più nemmeno soffermare gli occhi sulla visione. Ad un tratto si sentono toccare: è Gesù, solo, tornato al suo consueto aspetto di sempre. Forse stava albeggiando. La voce del Maestro ordina: Scendiamo, ormai: e nulla direte di quanto avete visto, fino al giorno in cui il Figlio dell'Uomo - l'espressione usata da Gesù per indicare Se stesso - non sarà risuscitato dai morti.
Parole allora incomprensibili per i tre Discepoli: i quali, però, giammai avrebbero dimenticato quel prodigio. San Pietro, molto più tardi, forse trent'anni dopo, lo rievoca quale uno «degli spettacoli della grandezza di Lui», in quella sua seconda Lettera, che sembra proprio scritta da Roma. Ed aggiunge: «Egli (Gesù) infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, essendo discesa a Lui dalla maestosa gloria quella voce: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. E questa voce procedente dal Cielo noi la udimmo, mentre eravamo con Lui sul monte santo».
Ci domandiamo: perché la Chiesa ripropone, un quadro così sfavillante della gloria del Signore?
Gesù intende dare un saggio di ciò che Egli è; vuole impressionare i suoi Discepoli perché poco prima ha parlato della sua Passione e ne riparlerà anche in seguito. Sono gli ultimi giorni della sua missione in Galilea. Gesù sta per trasferirsi nella Giudea, ove accadrà il grande dramma della fine del Vangelo, della vita temporale del Signore. Gesù sarà crocifisso. E perché i Discepoli, questi tre specialmente, non siano scandalizzati, stupiti, anzi esterrefatti dalla fine tristissima del Maestro, ma conservino la fede, Gesù decide di imprimere nelle loro anime questa meraviglia.
Ora la Chiesa la ripresenta anche a noi per ricordarci che vedremo il Redentore crocifisso provando una sorta di sgomento per il suo Sangue sparso, per la sua sofferenza, nel contemplarlo come schiacciato dai suoi nemici; e affinché non ci scandalizziamo, e non abbiamo a tradirlo o lasciarlo, in quell'ora grande ed amara, consideriamo, ora, chi Egli è e quanto può. A noi il compito di metterci in ascolto stimolati da quell'invito che prorompe dal cielo; "Questi è il mio Figlio prediletto ascoltatelo".
Ma prima di tutto abbiamo a soddisfare un bisogno nascosto che c'è in tutti quanti il bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Quale grande occasione come l'estate e il tempo del meritato riposo.
Dice Papa Francesco: "Questo - di salire la montagna - lo facciamo nella preghiera. Non possiamo sempre rimanere lì! Attenzione l'incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale e a questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell'esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo con loro la grazia ricevuta. E questo è curioso. Quando noi sentiamo la Parola di Gesù, ascoltiamo la Parola di Gesù e l'abbiamo nel cuore, quella Parola cresce. E sapete come cresce? Dandola all'altro! La Parola di Cristo in noi cresce quando noi la proclamiamo, quando noi la diamo agli altri! ".
Il Papa mette in evidenza come il vivere una intensa spiritualità porta inevitabilmente non all'estranearsi e a costruirsi un tesoro per sè, ma per essere di aiuto ai fratelli. L'esperienza di vita cristiana è questo: entrare in relazione con Dio per mettersi a disposizione dei fratelli. In disparte riusciamo a cogliere il messaggio di Gesù non perché questo non ci viene donata tutti i giorni, ma perché nel silenzio lo si sa ascoltare. Per poi cogliere il suo messaggio nella vita tutti i giorni non potendo vivere spazi prolungati di pace occorre leggere il Vangelo e farci interpellare dalla forza della Scrittura. Il Vangelo deve diventare il nostro compagno di viaggio.
Fonte:http://www.qumran2.net

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