DON Tonino Lasconi, "C'è un Tabor anche per noi?"

C'è un Tabor anche per noi?
Trasfigurazione del Signore - Anno A - 2017
Il vangelo di questa domenica, in cui ricorre la festa della Trasfigurazione del Signore, narra
l'esperienza dei discepoli sul Tabor, che rinsalda la loro fede nell'amore di Dio Padre e li prepara alle prove della sequela di Gesù "verso Gerusalemme".

Pochi giorni prima del nostro racconto Gesù aveva cominciato "a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Pietro lo aveva preso in disparte e aveva cercato di dissuaderlo: "Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai!", guadagnandosi una durissima risposta: "Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!"; e un chiarimento senza possibilità di equivoci: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,21-24).

Lo shock era stato forte, come gli interrogativi: "Perché andare a Gerusalemme, se è questo ciò che ci aspetta?".

Ed ecco l'esperienza del "monte alto", che la tradizione cristiana identifica con il Tabor. Gesù mostra ai tre discepoli che il suo andare incontro alla morte non è un atto insensato di coraggio umano, o addirittura di testardaggine, ma una dimostrazione della totale fiducia del Figlio, "l'amato", nel Padre, che, a sua volta, dalla nube esorta i discepoli a fidarsi del Figlio: "Ascoltatelo!".

Scesi dal monte, i discepoli erano rimasti con gli stessi dubbi e interrogativi. Avrebbero capito dopo, quando anche essi si sarebbero trovati nelle stesse condizioni: fidarsi di Dio, oppure svicolare. Allora, quello che al momento era stato come un lampo che li aveva riempiti di "grande timore", si era manifestato come la fonte del loro coraggio: "Carissimi - scrive Pietro - non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza".


Cosa vuol dire per noi questa esperienza del Tabor?

Per noi, come per Gesù, come per gli apostoli, la fede è difficile. A volte sembra in contrasto con l'intelligenza e la saggezza umane. Dove trovare, in questi momenti, la forza di non svicolare dall'obbedienza a Dio e dalla fiducia in lui?

L'unica possibilità è rinnovare e rafforzare la convinzione che la nostra fede non poggia su favole artificiosamente inventate, ma su colui che ha ricevuto "onore e gloria da Dio Padre". Soltanto intravedendo la sua gloria al di là della croce, possiamo riuscire a pensare non secondo gli uomini, ma secondo Dio.

C'è un Tabor per noi?
C'è un aiutino che ci faciliti l'accettazione del modo di pensare di Dio, come lo hanno avuto i tre discepoli e lo stesso Gesù con quel lampo di gloria, momentaneo, ma comunque incoraggiante?

Dio non lascia nessuno senza Tabor. Il Risorto che ci cammina accanto e che ci comunica la sua forza è il nostro Tabor. I sacramenti, in modo particolare l'Eucaristia, sono il nostro Tabor. I fratelli e le sorelle che camminano con noi verso Gerusalemme sono il nostro Tabor. La forza misteriosa della preghiera è il nostro Tabor...

Ma perché non lo sentiamo?
Se non lo sentiamo dobbiamo domandarci se stiamo camminando o no verso Gerusalemme.
Il desiderio di avere il Tabor senza passare per Gerusalemme è stato sempre presente nel cuore degli uomini e delle donne. Ce l'aveva anche Pietro, ce l'aveva anche Gesù. Ma se Gesù e i suoi discepoli avessero svicolato, non ci sarebbe stato nessun "alto monte", ma soltanto pianura. E Pietro avrebbe potuto raccontarci soltanto favole.

Fonte:http://www.paoline.it