MONASTERO DI RUVIANO, "SANTISSIMA TRINITÀ"

SANTISSIMA TRINITÀ
Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20



Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia …

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando … il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa …

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

“Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

La Chiesa conosce questa destinazione perché sperimenta la presenza di questo Dio che davvero è l’Emmanuele!

Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.



P. Fabrizio Cristarella Orestano

Fonte:www.monasterodiruviano.it/

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