don Enzo Pacini, Il mistero della morte, l’accoglienza dei «piccoli»

Il mistero della morte, l’accoglienza dei «piccoli»
Domenica 23 settembre - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Se uno vuole essere il primo, sia servo di tutti».

19/09/2018 di Enzo Pacini Cappellano del carcere di Prato

La liturgia di questa domenica ci conduce, attraverso il rinnovato annuncio della passione che incontriamo nel Vangelo (Mc 9,30-37), adombrato in qualche modo già nel brano della prima lettura (Sap 2,12-20), a toccare da vicino il mistero dell’iniquità, della malvagità umana che nella vicenda di Cristo ha il suo culmine e la manifestazione della sua pervasività, come la punta di un iceberg poggia su una massa sommersa immensamente più grande.

Se nell’ottica cristiana la croce di Cristo è circonfusa di luce, della gloria che da essa promana per il mistero della redenzione che veicola e manifesta, non può però essere utilizzata come svalutazione, tantomeno giustificazione, del dramma universale sul quale è piantata. Certo, la morte è colpita nella sua signoria proprio dalla morte di Cristo, ciò non toglie che le modalità riproduttive, i suoi tentativi di ribaltare una sorte ormai segnata dalla vittoria dell’Agnello, siano costantemente all’opera.

Nel complotto degli empi di cui parla Sapienza possiamo facilmente riconoscere strategie tuttora utilizzate: bersagliare il mite con l’arma dell’ironia, dello scherno, il bullismo del branco con la loro funebre allegria, il risolino sommesso dei pavidi che si accodano ai vari leader, le minacce gridate sui social comodamente al riparo dell’anonimato. Vi è perfino un riferimento a Dio, cooptato nella complicità: ci penserà Lui a correggere eventuali errori di valutazione. La morte si dà una parvenza di rispettabilità: per un bene maggiore, la sicurezza, l’ordine, si può imprigionare, torturare, imbavagliare i dissidenti, farli sparire, rapirne i figli, chiudere i giornali, l’importante è che cresca il PIL. La morte continua ad operare dissimulando, travestendosi da vita, illudendo di essere a servizio di essa.

La vicenda della reazione dei discepoli all’annuncio di Cristo su chi sia il più grande dà il senso di questo equivoco: non so dire se questo fosse provocato dallo scatenarsi di una lotta per la successione dopo la dipartita del Maestro o più semplicemente perché essi neppure lo hanno ascoltato, presi da tutt’altri pensieri. La chiarificazione di Cristo è essenziale: siccome Egli verrà ucciso e risusciterà, allora per incontrarlo bisognerà accogliere il più piccolo, come il fanciullo in mezzo a loro. Vi è una consequenzialità, non sono due capitoli separati; vi è una nuova ottica per giudicare la realtà, una presa di distanza da modelli consolidati e apparentemente vincenti. La centralità del debole nella comunità è il termometro da osservare, il resto è paccottiglia. Tutto questo potrebbe sembrare scontato, quante volte abbiamo letto e ascoltato della centralità del piccolo nella comunità cristiana, eppure anche questo elemento basilare può entrare in crisi. Non solo perché continuano ad emergere storie di abusi nella Chiesa compiuti proprio su coloro che dovrebbero essere al cuore della sua sollecitudine, ma anche perché proprio l’idea della centralità del piccolo, di un suo «magistero» viene messa in questione.

Anche nei confronti dei piccoli affamati, feriti, profughi è facile distogliere lo sguardo. L’idea di un’ attenzione privilegiata che renda «figli di tutti» coloro che spesso vivono come «figli di nessuno» viene liquidata come un residuato di ideologie sorpassate e un po’ ridicole. Ragazzi naufraghi nel mediterraneo o in internet, conservano comunque il segreto per comprendere il Cristo, il suo pensiero, il suo cammino, la sua identità, parola da ascoltare per non perdersi definitivamente.

Fonte:www.toscanaoggi.it

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