Battista Borsato, "Pregare: assumere lo sguardo di Dio!"

XVII°   DOMENICA  del T. O.  
Pregare: assumere lo sguardo di Dio!

“In quel tempo Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”. Poi disse loro: “Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”
(Lc 11,1-13)

Come sappiamo, quest’anno la liturgia domenicale ci fa camminare alla ricerca del pensiero e della vita di Gesù leggendo il Vangelo di Luca. Sono due gli sguardi fondamentali di questo Vangelo: la misericordia e la preghiera. È il Vangelo della misericordia nei riguardi dei peccatori e dei poveri.  Le parabole ne sono il segno (Lc 15) e la preghiera. E’ l’evangelista più attento a sottolineare la vita di Gesù intessuta di preghiera. Egli è rappresentato come il grande orante. Prega nel momento del suo battesimo (Lc 3,21), dopo la guarigione del lebbroso (Lc 5,12-16), si ritira nel deserto a pregare, prima della scelta dei discepoli passa la notte in preghiera (Lc 6,12-16). Inoltre nei capitoli 11 e 18 tratta espressamente della preghiera. Essa è il respiro nella vita di Gesù e dovrebbe essere anche il nostro respiro. L’impegno e la prassi dovrebbero gorgogliare dalla preghiera. Non è una preghiera fine a se stessa, ma è l’energia per lottare, è lo sguardo con cui guardare la realtà.
Ermes Ronchi si domanda: “Perché pregare?”. È come chiedere: perché respirare? Tutto prega nell’universo, fiumi, foreste, prati e colline. Ma donne e uomini di preghiera non si nasce, si diventa, si impara: “Signore, insegnaci a pregare”.
Cercheremo di cogliere, anche se approssimativamente, il senso della preghiera secondo Gesù esaminando alcune espressioni di questo brano del Vangelo.

“Signore insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”.
Questa espressione evidenzia che Gesù non aveva insegnato ai suoi discepoli a pregare. Gesù era occupato a pregare lui stesso e non preoccupato che gli altri pregassero. Gesù non era impegnato a convertire gli altri, ma a convertire se stesso, per rispondere responsabilmente al progetto del Padre. E la preghiera non era tanto dire preghiere, ma era lo spazio per ascoltare il Padre, quello che  Egli voleva da Lui e per cogliere il suo progetto. E questo progetto cercava di scrutarlo interpretando le voci degli uomini e delle donne attraverso cui Dio si manifesta.
Gesù, quindi, non pensava tanto agli altri, pensava a convertire il proprio cuore per rispondere con fedeltà al Padre. La sua preghiera era un “sintonizzarsi” con il pensiero del Padre sapendo modificare il proprio, perché inquinato dalla sua educazione religiosa e culturale.
Gesù non era ossessionato dalle risposte che gli altri potevano dare, prima di tutto gli interessava comprendere la sua risposta. I genitori non dovrebbero tanto preoccuparsi di insegnare ai figli a pregare, ma pregare loro stessi. Come i preti o i vescovi non dovrebbero essere ossessionati se gli altri credono e se pregano o no, ma essere impegnati loro stessi a vivere la fede ed essere uomini di preghiera.
Il fatto che Gesù vada da solo a pregare, senza coinvolgere i discepoli può anche essere metafora di un alto insegnamento, di sapore educativo: Egli non intende forzare le coscienze. Compie azioni, opera scelte per rispondere lui ai bisogni dell’uomo e al progetto del Padre. Se gli altri, i discepoli, lo interrogano e gli chiedono il perché, dà una risposta: se poi lo desiderano, cerca anche di inserirli in queste scelte e di trasmettere loro questa sua spiritualità. Ma lascia sempre che siano loro a desiderare e a chiedere.

“Non mi importunare, la porta è già chiusa”.
Una seconda caratteristica della preghiera in Luca è il “saper importunare”. Dio non ama la propria privacy, non desidera essere lasciato in pace, vuol partecipare alle nostre avventure e disavventure. Essere importuni verso Dio diventa dunque una virtù. Egli chiede un trattamento da amico, e l’amico, quando è vero, è contento di essere importunato. Se abbiamo paura di importunare, probabilmente è perché manca un rapporto di amicizia profonda: l’amore supera le regole del buonsenso, e spesso anche quelle dell’opportunità.
L’essere “indiscreti” nei riguardi di Dio è qualcosa di misterioso e di sacro: si tratta quasi di una virtù teologale, perché Dio è Amore che desidera essere disturbato.
È il segno della massima amicizia tra l’uomo e Dio.

“Ebbene vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.
Diciamo che Dio ama che l’uomo preghi. E tuttavia: perché Dio ama l’insistenza della preghiera? Certamente, non in quanto forma di omaggio a Sé, ma piuttosto perché grazie a essa l’uomo si educa a guardare e desiderare nel modo giusto. L’insistenza non ha lo scopo di convincere Dio a essere buono con noi, o di interessarlo per forza alle nostre vicende: sotto questo profilo, la preghiera non può cambiare Dio. Ma può cambiare noi. Il tempo della preghiera serve a Dio per indurci a uno sguardo più calmo, per farci notare quanto siano faticose e inutili certe ambizioni, quanto siano superflue e dannose certe “necessità” e, soprattutto, quanto sia ridicola la nostra affannosa ricerca di onori, di gloria, del voler innalzare il nostro piccolo io. La preghiera non ha lo scopo di ottenerci qualcosa, ma di avvicinarci a Dio, ai suoi pensieri. La preghiera è un contatto diretto con Dio, che ci trasforma in Lui, fino a farci assumere i suoi desideri, le sue vedute, il suo amore: ritroveremo un cuore occupato non più da ciò che volevamo da Lui, ma dall’urgenza di vedere ogni cosa come la vede Lui. La preghiera non è andare a Dio per piegarlo alla nostra volontà, ma è un apprendere a piegare la nostra volontà all’orizzonte più vero e più ampio di Dio.

Due piccoli impegni:

- Non essere preoccupati di trasmettere la fede ma di viverla noi.
- La preghiera non è ottenere qualcosa, ma convertire il nostro sguardo a quello di Dio.

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