dom Luigi Gioia "Otto giorni dopo venne Gesù"

II Domenica di Pasqua (Anno B) (12/04/2015)
Vangelo: Gv 20,19-31
Due volte il vangelo di oggi sottolinea il fatto che i discepoli si trovavano dietro delle porte chiuse. Queste porte erano chiuse - ci viene detto - per timore dei Giudei, ma in realtà erano chiuse alla speranza. Se i discepoli avessero atteso
qualcuno, se i discepoli avessero atteso Gesù, avrebbero lasciato almeno uno spiraglio aperto; avrebbero lasciato almeno una persona fuori a sorvegliare, a vedere se Gesù arrivasse. Ma Gesù non lo aspettavano più, non aspettavano più nulla, avevano perso la speranza. Le porte chiuse dietro le quali si erano rintanati i discepoli sono il simbolo del senso di fallimento che li opprimeva. Sono - come ce lo dice il Vangelo - un sintomo della paura che avevano: paura nei confronti dei Giudei, ma paura anche nei confronti di tutto quello che poteva succedere loro. E' un fenomeno ricorrente in coloro che sono traumatizzati, coloro che hanno vissuto qualcosa che li ha profondamente scossi: tendono a rinchiudersi in sé stessi per poter leccare le proprie ferite, come si suol dire. Ma c'è forse anche un altro sentimento che doveva opprimere il cuore dei discepoli, un sentimento di colpevolezza. Erano pienamente coscienti del fatto che nel momento in cui Gesù aveva avuto bisogno di loro si erano dileguati, avevano avuto paura. E addirittura, malgrado le promesse reiterate di fedeltà, lo stesso Pietro aveva rinnegato Gesù per tre volte e aveva amaramente pianto questa defezione. Quindi le porte chiuse esprimono la perdita della speranza, il senso di fallimento, il timore, la paura, la colpevolezza. Queste porte chiuse simboleggiano tutto quello che nella nostra rappresentazione di Dio, nella nostra relazione con Dio, può separarci da lui. Quanto spesso ci sentiamo separati da Dio? Separati da Dio prima di tutto perché lo dimentichiamo, presi, indaffarati nelle mille attività della nostra giornata. Ci sentiamo separati da lui, quando commettiamo dei peccati che ai nostri occhi diminuiscono la stima che abbiamo di noi stessi; che ai nostri occhi noi stessi non ci perdoneremmo - non fosse che per orgoglio - pensando allora per questo che ci separino da Dio. Altre porte chiuse che possono separarci da Dio sono la delusione nei confronti di Dio, quando Dio non è intervenuto nella nostra vita, quando Dio non ha agito, quando abbiamo l'impressione che non abbia risposto alle nostre preghiere. O, più semplicemente, le nostre porte chiuse sono quelle del nostro egoismo. Sono quelle dietro le quali ci difendiamo, considerandoci agnostici: non ci pronunciamo sull'esistenza di Dio, siamo indifferenti, a Dio perché vogliamo condurre la nostra vita in modo autonomo. Non vogliamo rendere conto a nessuno. Soprattutto non vogliamo tener conto della responsabilità che implicherebbe per la nostra vita il riconoscerci creati, amati, salvati da Dio. Le nostre porte chiuse. Dovremmo riflettere, ciascuno di noi dovrebbe riflettere e chiedersi: quali sono le porte chiuse che io oppongo al Signore? Ma la buona novella del vangelo di oggi è che, quali che siano le nostre "porte chiuse", queste porte non sono chiuse per il Risorto. Risorto, io sono con te! Risorto, Cristo passa attraverso i muri, passa attraverso tutti i sistemi, tutte le porte blindate dietro le quali cerchiamo di proteggerci, il più delle volte non dagli altri, ma da Dio stesso. Dio passa attraverso tutte queste porte. Là dove siamo, ci raggiunge, e quello che ci porta non è il rimprovero, quello che ci porta non la delusione per la nostra defezione, per la nostra colpevolezza. lo vediamo nel vangelo di oggi, Gesù non rimprovera i suoi discepoli neanche per un istante. No, Gesù viene a raggiungerci dietro le porte dietro le quali ci siano nascosti e rinchiusi, per portarci prima di tutto la pace. Pace a voi! E la pace, da un punto di vista teologico, è la relazione con lui, è la riconciliazione, è Dio che viene a dirci: adesso non c'è più nessun ostacolo nella relazione tra voi e me, perché io ho vinto il peccato. Però questa pace ha bisogno di diventare personale, di diventare pace del cuore. Ha bisogno di diventare questa capacità di trovare la serenità nella sicurezza che Gesù vuole essere con noi; che Gesù non è deluso da nessuna delle nostre defezioni, non è offeso da nessuno dei nostri peccati, non è amareggiato per nessuna delle nostre indifferenze. Anzi, più ci ostiniamo ad allontanarci e a volerci nascondere da lui, più lui - con la misteriosa, potente, assidua, ostinata insistenza del suo amore - ovunque ci raggiunge, ovunque viene a portarci, quali che siano le tenebre nelle quali ci siamo rifugiati, la sua luce, viene a portarci la sua pace. Viene anche a portarci il suo perdono. Ricevete lo Spirito Santo. Ricevete il mio Spirito. Questo spirito è prima di tutto spirito che unisce, che ri-unisce a Dio, che riconcilia l'uomo a Dio; che fa vivere l'uomo della vita stessa di Dio; che ristabilisce il circuito, ristabilisce la relazione, perché lo Spirito è colui che unisce il Figlio al Padre. Coloro ai quali rimetterete i peccati, coloro ai quali perdonerete i peccati, saranno perdonati, e a coloro cui non perdonerete, non saranno perdonati. E' il momento nel quale non solo perdona, ma ci rende strumenti del suo perdono. Certo, in un senso particolare, alcune persone nella chiesa diventano ministri di questo perdono. Ma il perdono più profondamente è dato e ricevuto attraverso l'amore fraterno, attraverso il perdono dei nemici, attraverso il perdono che è situato nel cuore della preghiera quotidiana: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ebbene, la buona notizia che Gesù viene a portarci è questa: i nostri debiti sono rimessi, il nostro peccato ci è perdonato. E ci è data, per questo motivo, facendo ogni giorno l'esperienza della misericordia di Dio - ci viene data la possibilità a nostra volta di perdonare. Il messaggio più importante della resurrezione è dunque questo perdono. Continuiamo allora insistentemente a chiederci se viviamo questo perdono senza il quale non siamo cristiani. E' inevitabile che ognuno di noi porti nel cuore amarezza, risentimenti o anche solo delusione nei confronti di coloro che, se non ci hanno tradito, comunque ci hanno delusi - verso coloro che volendolo, o magari non volendolo, ci hanno fatto del male. Verifichiamo i nostri sentimenti nei confronti di queste persone, perché di fronte al Risorto che viene e ci porta il dono della sua pace e ci perdona, non possiamo non renderci a nostra volta testimoni della vita nuova che ci è data e agenti, attori di questo stesso perdono intorno a noi. La terapia quindi che il Signore utilizza per guarire la nostra chiusura, la nostra colpevolezza, il nostro timore, la nostra paura, il nostro senso di fallimento, è la pace, è il perdono. Ma soprattutto è il fatto di stimolare, risvegliare, la nostra fede.
Vediamo questi discepoli che si stringono intorno a lui e vediamo che Gesù, mostra loro i segni del suo fallimento, i segni che mostrano che è stato ucciso, è stato eliminato; i segni che mostrano che non è stato accettato da quegli uomini ai quali era stato mandato per cambiare il loro cuore, per ricondurli a Dio. Non dimentichiamo mai che la croce, tra le tante umiliazioni che rappresenta, per Gesù è anche il simbolo del suo fallimento - di un fallimento però non subito ma accettato, accettato perché Gesù aveva deciso di salvarci non con la forza, non per mezzo della saggezza di questo mondo, ma dandoci fino in fondo la prova suprema, inimmaginabile, dell'amore di Dio. Gesù sapeva infatti che solo questo amore sarebbe stato capace di toccare i nostri cuori. Quindi Gesù mostra le sue ferite, i segni del suo fallimento, che però diventano segni della sua vittoria, a partire dal momento nel quale sono stati rivelati per quello che sono davvero: i segni del suo amore. E anche a Tommaso, questo Tommaso incredulo, questo Tommaso ostinato, questo Tommaso che in fondo è il simbolo di noi tutti, che pur credendo, pur pensando di credere, in realtà continuiamo a resistere, continuiamo a dubitare - ebbene, quanto è grande la pazienza, quanto è grande la benevolenza di Gesù nei confronti di questo Tommaso. Gesù lo viene a trovare e lo invita a mettere la sua mano addirittura nelle sue piaghe, nelle sue ferite, nel suo costato, fino a condurlo a questa meravigliosa professione di fede: Mio Signore e mio Dio. E lì Gesù proclama la beatitudine della fede: Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto. La nostra beatitudine, la nostra felicità risiede in questo: non abbiamo bisogno di vedere per credere. Il miracolo della fede è questa capacità nella quale ci scopriamo capaci di sperare contro ogni speranza, di volgere il nostro sguardo al crocefisso e riconoscervi il segno dell'amore di Dio; questa capacità che ci è data di riconoscere la presenza del Risorto nelle nostre vite, pur nella loro apparente monotonia e nella loro apparente assurdità. La fede è una grandissima grazia, un grandissimo dono. Ma è un dono che va costantemente ravvivato, che va costantemente rinnovato. E' rinnovato e ravvivato nel contatto con la Parola che ci è data, come ci dice Giovanni alla fine del vangelo di oggi: Questi segni sono stati scritti perché crediate. Abbiamo bisogno di ritornare a queste scritture; abbiamo bisogno di sentirci raccontare, di leggere di nuovo il racconto e la testimonianza di questi eventi, per poter rinnovare la nostra fede. La nostra fede è quella che spalancherà le porte dietro le quali ci siamo rinchiusi, come dice la prima lettera di san Giovanni apostolo: Chiunque è stato generato da Dio, vince il mondo. Dio ci genera con la sua visita come Risorto. Dio ci genera con l'acqua e il sangue che sgorgano dal suo costato, cioè con il perdono che ci da quando soffia su di noi il suo alito e riceviamo lo Spirito Santo. Chiunque è stato generato da Dio, vince il mondo. La nostra vittoria, la vittoria che vince il mondo è questa: la nostra fede. Certo, abbiamo spesso l'impressione di avere una fede ben piccola, ben fragile. Una fede esitante, una fede che non percepiamo, non sentiamo. E a volte siamo tentati di credere che non ci sia. In realtà, fratelli e sorelle, il miracolo della fede sta proprio in questa sua penombra. Il miracolo della fede è proprio nel fatto che non la sentiamo, ma la scopriamo soltanto quando vediamo l'impatto che ha sulla nostra vita; soltanto quando vediamo che essa ci conduce a fare delle cose che non avremmo mai fatto se non fossimo stati credenti. La nostra fede è ciò che ha vinto il mondo. Per questa fede dobbiamo costantemente ringraziare il Signore. Ma questa fede, dobbiamo chiedere costantemente al Signore, di Gesù è con noi: questa è la buona novella della resurrezione. Proclamiamolo nella fede, esclamiamo incessantemente, ripetutamente nella nostra preghiera, insieme a Tommaso: Mio Signore e mio Dio!

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