Don Marco Ceccarelli, “Essere salvati”

XXI Domenica Tempo Ordinario “C” – 21 Agosto 2016
I Lettura: Is 66,18-21
II Lettura: Eb 12,5-7.11-13
Vangelo: Lc 13,22-30
- Testi di riferimento: Sal 6,9; Is 25,6-8; 43,6; 54,3; Mt 7,13-14; 11,12; 22,14; 24,22; 25,26; Lc
14,15.26-30; 16,8-10; 18,26-27; 22,28-30; Gv 10,9; 14,6; At 2,47; 14,22; 1Cor 9,24-27; Ef 2,8-9;
Fil 2,12-13; Col 1,29; 1Tm 1,18-19; 6,12; 2Tm 4,7; Eb 4,11; 10,34; 12,1.4; 2Pt 1,10-11
1. Di cosa si sta parlando? Il brano di Vangelo odierno ruota intorno alla domanda «sono pochi

quelli che sono salvati?» (v. 23); una questione che ha certamente ha suscitato e continua a suscitare
l’interesse di tanti, teologi o non. L’espressione “essere salvati” ci offre la possibilità di capire meglio
quello che si sta dicendo già da diverse domeniche. Siamo sempre nell’ottica di quel “ereditare
la vita eterna” (Lc 10,25) che, come dicevamo, ha a che fare innanzitutto con questa vita, la vita attuale,
terrena. Si entra in possesso della vita, quella vera, quella eterna qualitativamente, nel momento
in cui si comincia a far parte del regno di Dio. Quella casa per entrare nella quale si deve attraversare
una porta stretta è il regno di Dio, come esplicitato nel v. 29. Essere salvati significa essere
entrati nel regno di Dio; e ci si entra ora, in questa vita, nel momento in cui si entra a far parte
della comunità cristiana: «Il Signore aggiungeva ogni giorno ad essa [la comunità cristiana] coloro
che erano salvati» (At 2,47). Si è salvati, si è pervenuti al possesso della vita, nel momento in cui si
è accolto il regno di Dio che si è fatto presente nella persona di Cristo.
2. A chi sta parlando Gesù? Va notato che la domanda rivolta a Gesù si riferisce ad un generico “…
quelli che sono salvati”; e tuttavia Gesù risponde con un discorso rivolto a “voi”. E a questi “voi”
non viene certamente prospettato un futuro molto roseo. Ci si può chiedere a chi Gesù si stia rivolgendo.
La questione mi sembra importante in funzione di una giusta interpretazione. Dal contesto si
potrebbe facilmente intendere che il discorso sia rivolto agli ebrei del suo tempo in contrasto con i
gentili che verranno dai quattro punti cardinali (v. 29). Gesù è cosciente del rifiuto che riceverà a
Gerusalemme, dove si sta dirigendo, come lui stesso manifesta pochi versetti più avanti (Lc 13,34).
Però il contrasto potrebbe essere anche quello fra i giudei che abitando nella terra di Israele sono
stati testimoni oculari di Cristo, e non gli hanno creduto, e i giudei della diaspora che invece, pur
senza avere visto, entreranno nel regno (cfr. Is 43,6; 54,3; 60,20; At 17,4.11-12). Attraverso questa
discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe sparsa ai quattro angoli della terra (Is 11,12) anche le
nazioni pagane saranno benedette (Gen 28,14; vedi prima lettura). Chi entrerà nel regno sarà il nuovo
Israele, la Chiesa, che ha accolto Cristo come salvatore. In ogni caso il fattore discriminante non
è tanto l’appartenere ad Israele o al mondo pagano, quanto il “lottare” (v. 24).
3. La porta stretta (v. 24).
- Il termine “lottate” (agonizesthe, e quindi non “sforzatevi”, come appare nella traduzione CEI) è
preso dall’ambiente sportivo, agonistico. In 1Cor 9,25 il verbo viene usato per indicare la preparazione
degli atleti in vista di una competizione. La “lotta”, l’allenamento non è fine a se stesso, ma è
indirizzato ad una meta (1Cor 9,26). Si capisce allora perché chi non “lotta”, cioè non si esercita a
fondo prima di una gara importante, poi non sarà in grado di affrontarla; cioè “non ne avranno le
forze”, “non saranno in grado” (ouk iskysousin). Si tratta di “fare esercizio fisico” per essere in grado
al momento opportuno di superare la prova. La mancanza di un obiettivo fa venir meno l’esercizio
fisico; e d’altro lato se viene meno l’esercizio fisico non si consegue l’obiettivo. La difficoltà di
entrare per la porta stretta induce molti a rinunciare. L’immagine evoca la situazione d’Israele incapace
di entrare nella terra promessa. Il deserto era il tempo dell’allenamento, in cui si doveva imparare
la fede per affrontare l’ingresso nella terra. Ma al momento decisivo non hanno avuto la forza
di farlo.

- Per passare attraverso una porta stretta bisogna essere stretti, perdere i chili superflui, e soprattutto
non avere delle protesi aggiuntive che allargano le proprie dimensioni. In altre parole, se si cerca di
passare per una porta stretta portando con sé tante cose non si riuscirà ad entrare. In Lc 14,26ss. Gesù
dice che per essere suoi discepoli occorre rinunciare a tutto, spiegando che chi non lo fa sarà come
chi inizia a costruire una torre, ma “non avrà le forze” (ouk iskysen) per completarla (14,30); occorreva
infatti “calcolare” prima, cioè prepararsi prima. Rinunciare a tutto perché, comunque, tutto
ci sarà tolto (Lc 12,20), mentre l’unica cosa necessaria, che non ci viene tolta, è Cristo (Lc 10,42).
Così di cristiani a cui si rivolge Eb 10,34 si dice che «hanno accettato con gioia di essere spogliati
delle loro proprietà, sapendo di possedere una proprietà migliore e duratura». Rinunciare a tutto per
Cristo, e farlo subito (perché ci sarà un momento in cui sarà troppo tardi per farlo), è la cosa giusta
da fare. La cosa sbagliata sarebbe pensare di salvarsi semplicemente per avere condiviso una certa
familiarità con Cristo. Egli non può essere una delle tante cose presenti nella nostra esistenza dalle
quali cerchiamo la salvezza, la vita, la felicità. Egli è l’unico salvatore, perché è l’unico che libera
dalla vera causa della nostra infelicità che è il peccato. Pensare che ci si salva, per esempio, soltanto
perché si appartiene al popolo eletto e quindi, siccome «il Signore è in mezzo a noi, non ci coglierà
alcun male» (Mi 3,11), sarebbe una iniquità. La frase «non so da dove siete» (v. 25) indica che a
Cristo non interessa la provenienza genealogica, ma caso mai la provenienza da Dio (cfr. Lc 20,4-
7).
- Lo stesso vale per i cristiani, per chi pone la sua sicurezza nel proprio battesimo. È vero che per il
battesimo veniamo liberati dai nostri peccati e entriamo a far parte del regno. Ma questa condizione
si può perdere:
Capita spesso che alcuni pur battezzati in piena salute diano nuovamente inizio al peccato: torna
allora a squassarli lo spirito immondo. Si mostra chiaro, in conclusione, che il diavolo nel
battesimo è scacciato dalla fede del credente; se la fede successivamente dovesse venire meno,
egli torna (S. Cipriano, Ep. 69,XVI,1).
Perciò anche dopo il battesimo occorre continuare a “lottare per entrare per la porta stretta”, attraverso
il buon combattimento della fede (1Tm 6,12), perché il demonio cacciato può sempre ritornare
(Lc 11,24-26). Il cristiano nell’attesa di entrare nel banchetto di nozze al ritorno dello sposo non
ha altro compito che stare con i fianchi cinti (Lc 12,35), lottando per conservare la fede, l’unica cosa
indispensabile, per salvare la quale occorre essere disposti a sacrificare tutto il resto. Infatti, «Il
figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).
4. Gli operatori di iniquità (v. 27) sono dunque quelli che “fanno la cosa sbagliata”. Visto che essi
hanno mangiato e bevuto con Cristo, che hanno ascoltato il suo insegnamento (v. 26), avrebbero
dovuto capire che la salvezza viene solo da lui. Ma in realtà non si vuole capire, perché non si vuole
rinunciare a nulla, pur sapendo benissimo che tutte le realtà umane non procurano la salvezza. Nella
parabola di Lc 16,1-8 l’amministratore iniquo è disposto a rinunciare ai suoi privilegi, ai suoi beni,
alla sua faccia, pur di salvarsi prima che sia troppo tardi; e viene lodato dal padrone (Lc 16,8-9).
Dunque la salvezza è possibile anche per gli operatori iniqui; ma occorre fare, almeno per una volta,
e senza perdere ulteriore tempo, la cosa giusta.
5. Molti o pochi? Innanzitutto va mantenuta ferma la consapevolezza che Dio «vuole che tutti gli
uomini si salvino» (1Tm 2,4); ma ovviamente, “Dio che ci ha creati senza di noi non ci salverà senza
di noi”. Alla domanda se siano molti o pochi quelli che si salvano non c’è altra risposta di quella
presentata in Eb 4. Come per gli ebrei nel deserto, anche per i cristiani esiste la possibilità di non
entrare nel regno. «Temiamo dunque che, mentre rimane in vigore la promessa di entrare nel suo
riposo, qualcuno di voi sia giudicato escluso» (v. 1). Per questo un cristiano non si addormenta sugli
allori, non perde di vista la meta del suo cammino, lotta per conservare la fede che gli permette di
obbedire ogni giorno alla volontà di Dio. «Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo perché
nessuno cada in quello stesso tipo di disobbedienza» (v. 11).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it