don Enzo Pacini,"Il linguaggio del perdono"

Commento al Vangelo stampa
Il linguaggio del perdono
Domenica 23 ottobre - 30ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - «Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo»
Anche questa settimana è possibile cogliere una relazione tra le letture di oggi e il tema di Dio giusto
giudice che opera a salvezza dell’uomo  delineato la scorsa domenica. Nella prima lettura è ribadita l’imparzialità di Dio e la sua propensione ad accogliere l’invocazione del povero (Sir 35, 15-22). Tutto ciò è abbastanza comprensibile e quasi scontato, nonostante a volte vi siano difficoltà a percepire questa azione nella realtà concreta della vita. Invece il Vangelo scombina totalmente questo quadro perché questa imparzialità di Dio è sbilanciata non solo a favore del povero (cosa ancora abbastanza comprensibile) ma a favore del peccatore (Lc 18, 9-14). Certo si tratta di un peccatore che si riconosce tale, ma perché quel giudizio severo nei confronti dell’altro che non torna a casa giustificato, nonostante le opere compiute?

A volte potremmo pensare che venga, per così dire «punita» la sua vanità, o forse perché non era del tutto vero quanto affermava. Daremmo così una lettura moralistica del brano: perché pensare che ciò che dice il fariseo non sia vero? E del resto se è vero uno deve mostrarsi per forza indegno facendo sfoggio di un’umiltà ipocrita? Potremmo qui aprire il capitolo del lungo dibattito, già presente in Paolo, sul ruolo delle opere nella giustificazione dell’uomo, ma forse non è il caso. Di sicuro il rapporto del fariseo con Dio è sintomatico di un atteggiamento che Gesù stigmatizza in un altro passo evangelico: «guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi»(Mt 23,25).  Il proselitismo, del quale qui si parla, è facile squalificarlo, specialmente se viene dipinto con le caratteristiche di insistenza, di fanatismo che lo rendono ridicolo, inumano.

Ma non deve essere una realtà così astrusa visto che anche nei rapporti fra Chiese cristiane questa accusa, reciproca o meno, di proselitismo, ogni tanto salta fuori. E allora che fare dei progetti, dei percorsi catechistici, delle scuole di formazione, dei piani pastorali? Tutta paglia che alimenta il fuoco del proprio egocentrismo, magari della competizione con altre comunità per accaparrarsi più «clienti»? Credo, e lo spero vivamente, che non sia così. Ma occorre ricordare che il rischio ci può anche essere. Tutto dipende da cosa queste azioni, o queste opere, veicolano. L’opera più grande per il discepolo, dice Gesù,  è credere, in colui che Dio ha mandato (cf. Gv 6, 29). E l’ opera più grande di Cristo è la sua discesa che lo porta a spogliarsi di tutto, svuotando se stesso  perfino della sua divinità, dell’oggettiva alterità che lo separava dalle creature (cf. Fil 2,7). E allora possiamo fare opere, programmare azioni, impiantare piani e strategie purché facciano nascere in noi una maggior lode di Dio per le sue azioni a favore degli uomini, i peccatori per i quali il Figlio è venuto e accanto ai quali occorre stare per sperare di incontrare il Redentore in questo abbraccio. Prendere la distanza dal peccatore, invocare la propria diversità significa diventare alieni agli occhi di Dio. Come fare, infatti, a comprendere il linguaggio dell’invito, del perdono, dell’incontro, parlando il linguaggio dell’esclusione, del giudizio, della sazietà?

*Cappellano del carcere di Prato

Fonte:http://www.toscanaoggi.it/