Don Marco Ceccarelli,"La fede"

XXIX Domenica Tempo Ordinario “C” – 16 Ottobre 2016
I Lettura: Es 17,8-13
II Lettura: 2Tm 3,14-4,2
Vangelo: Lc 18,1-8
- Testi di riferimento: Dt 32,35-36; Sal 11,2-3; 58,12; 73,13-14; 94,1-2; 125,3; 141,5; Sir 35,17-23;
Ger 12,1-2; 15,15; 20,11-12; Mal 3,14-15.17-19; Mt 16,27; Lc 12,40.46; Rm 1,18; 2,6-11; 3,21-26;
12,12.19-20; 16,20; Ef 6,10-13; 2Ts 2,7-8; Gc 1,5-8; 1Pt 3,13-17; 5,8-10; 2Pt 3,13; Ap 2,16; 3,11;
6,10-11; 16,15; 22,7.12
1. La giustizia di Dio. La parabola del brano di Vangelo odierno presenta almeno tre temi importanti.

Cominciamo da quello della giustizia divina. Si tratta di un argomento che non sembra essere uno
dei preferiti nella predicazione; soprattutto se si tratta di parlare di un Dio che “fa giustizia”, come
affermato nei vv. 7-8. Tra l’altro l’espressione originale in greco ha un tono alquanto sinistro, portando
anche il senso di “fare vendetta” contro qualcuno che ha fatto del male. Eppure, nonostante la
reticenza che noi oggi possiamo avere nel parlare di questo argomento, esso è molto frequente
nell’Antico Testamento. E certamente non giova appellarsi al fatto che esso rispecchi un’idea di Dio
superata dal Nuovo Testamento. In realtà è proprio la questione della giustizia di Dio ciò che più
mette in crisi il credente, il pio. Infatti, si dà il caso che spesso chi fa il male, chi non si cura né di
Dio né degli altri, ha la meglio, e tutto gli va bene. Gli esempi biblici non mancano (vedi testi di riferimento);
uno per tutti, Ger 12,1-2: «Tu sei giusto Signore (ironico, ndr.) … però … perché la via
dei malvagi prospera?». Perché domina chi adotta come stile di vita la prepotenza? Si tratta di un
problema reale e molto serio. Se Dio c’è ed è giusto perché non fa giustizia, soprattutto nei riguardi
dei suoi fedeli che soffrono? Qualcuno risponde: Perché Dio ha pazienza; Dio “è lento all’ira”, si
dice spesso nella Bibbia. Ma è proprio questa lentezza all’ira, questa lentezza a fare giustizia che va
a scapito di quelli che soffrono (Ger 15,15). Perciò anche questa supposta pazienza di Dio non sembra
testimoniare molto a favore della sua giustizia. La parabola dunque, affermando invece che Dio
fa sì giustizia, vuole insegnare come il cristiano debba comportarsi in mezzo alle ingiustizie umane.
2.
La fede.
- La parabola vuole così rispondere a questa implicita domanda: cosa deve fare il cristiano, il giusto,
colui che vuole fare la volontà di Dio, quando è oppresso da una ingiustizia, quando si trova davanti
ad un nemico che non ha pietà? Il giusto davanti all’ingiustizia è apparentemente impotente, perché
se rispondesse con le stesse armi passerebbe anch’egli dalla parte degli ingiusti. La parabola non
vuole insegnare che il cristiano non deve farsi giustizia da solo; questo viene dato per scontato. Nella
figura della vedova si presuppone già che il cristiano non si fa giustizia da solo, perché ha rimesso
la sua giustizia in Dio (Rm 12,19). E tuttavia, poiché Dio «ha pazienza con loro» (v. 7), cioè tarda
a fare giustizia, c’è il rischio che il cristiano sia indotto a farsi giustizia da solo. Cosa fare quando
risulta che Dio non interviene a difenderci, quando la prepotenza dei nemici, di quelli che ci odiano,
di coloro con i quali è impossibile dialogare e trovare un accordo ragionevole, finisce per distruggerci?
Cosa fare quando appare che l’unica possibilità di difesa sia impugnare le stesse armi del
nemico e rispondere alla violenza con la violenza? Se un cristiano dovesse cominciare a farsi giustizia
da solo significherebbe che ha perso la fede nella giustizia divina. Quello che deve fare invece il
cristiano in mezzo alle ingiustizie è perseverare e conservare la fede. Questo è il punto centrale della
parabola.
- “Farà giustizia prontamente (en tachei)” (v. 8). L’espressione “en tachei” è tipica nel Nuovo Testamento
per indicare la seconda venuta di Cristo (vedi testi di riferimento; tra l’altro i versetti precedenti
la nostra parabola trattano proprio di questo argomento). La giustizia di Dio – quella definitiva,
totale, evidente – si compirà soltanto alla fine dei tempi con la venuta del Signore (At 17,31). È
il “figlio dell’uomo” che nella sua seconda venuta realizzerà la giustizia di Dio, perché già l’ha realizzata
con la sua prima venuta, attraverso il suo mistero pasquale, offrendo a tutti la possibilità di

essere oggetto non della vendetta di Dio, ma del perdono gratuito dei peccati per chi lo vuole ricevere
tramite la fede (Rm 3,21-26).
- “Ma il figlio dell’uomo venendo troverà la fede sulla terra?”. Quel “ma” del v. 8 è straordinariamente
significativo della dimensione della fede. Il dubbio non è se Dio farà o no giustizia. Ci piaccia
o non ci piaccia, disturbi o meno la nostra idea di Dio, ci sarà una giustizia divina. Su questo
non c’è dubbio. Il dubbio è piuttosto se ci sarà ancora la fede in tale giustizia. La fede può perdersi.
E questo sarebbe catastrofico, perché se si perde la fede non resta altra strada da percorrere che
quella di farsi giustizia da se stessi, finendo per porsi sullo stesso piano degli ingiusti. E in tal caso
rischieremmo, al momento della venuta del figlio dell’uomo, di trovarci dalla parte sbagliata. Per
questo occorre perseverare ed avere pazienza, perché solo «con la vostra pazienza salverete le vostre
anime» (Lc 21,19). E in questo gioca un ruolo essenziale la preghiera. Per non perdere la fede
occorre pregare senza stancarsi (18,1).
3. La preghiera.
- Il combattimento fra Israele e Amalek descritto nella prima lettura può essere definito paradigmatico
a motivo della scena di Mosè che prega. Tale preghiera è così decisiva per il buon esito della
battaglia che Mosè si fa aiutare. Al v. 12 abbiamo l’affermazione capitale: «Le sue mani rimasero
salde (emunah)». Le mani alzate di Mosè erano il segno che egli stava pregando. Finché esse resistono
salde Israele vince, perché chi lotta in realtà è Dio stesso. La preghiera fa scendere in campo
Dio. O meglio: la preghiera è l’unione fra l’uomo e Dio e in quanto permane questa unione Dio è
con l’uomo in ogni sua situazione. Per questo è essenziale il termine emunah, che significa saldo,
ma significa allo stesso tempo “fedele”, uno che ha fede. La preghiera è l’attitudine dell’uomo di
fede, che mantiene un’unione profonda e salda con Dio. Dove c’è questo non c’è nulla da temere
perché Dio è con lui.
- L’unica vera preoccupazione dei cristiani, degli eletti, deve essere quella relativa alla perdita della
fede. Qualsiasi altra tribolazione non deve preoccuparli, perché l’ultima parola sarà comunque di
Dio. Dio sta sopra a tutto, anche al male e alle ingiustizie. E anche se le vie di Dio possono rimanere
misteriose, per la fede sappiamo che Egli non può permettere il nostro male e che quindi ci sarà
un senso in tutto, che nulla veramente ci può danneggiare se non l’essere separati da Lui. Qualsiasi
tribolazione, ingiustizia, persecuzione passerà; ma Dio no. La nostra vita va verso la comunione
piena e definitiva con Dio, e tutto sta nel non separarsene mai, resistendo a tutte le tentazioni che
mirano a farcela perdere. Niente ha futuro se non Dio e ciò che è in Dio. C’è una “fine” che tocca a
tutti, ma essa è diversa per i giusti e per gli empi. Il giusto ha la sua fine in Dio. Non è vero che la
fine del giusto è quella di scomparire sotto le ingiustizie dell’empio. Niente può separare il giusto
dall’amore di Dio, tranne il cadere nella tentazione di porsi al livello dell’empio. Alla fine di tutto
rimarrà soltanto Dio e ciò che è in Dio. Per questo gli eletti devono preoccuparsi soltanto di non
perdere la loro unione con Dio, tramite quel privilegio di potersi rapportare con Lui chiamandolo
“Padre” (Lc 11,2). Dopo aver accolto il Vangelo, dopo aver creduto in Cristo, dopo essere entrati a
far parte degli eletti, tutto ciò che ormai è richiesto ai cristiani è la pazienza, la perseveranza nella
fede. La fede non solo in quanto fiducia nell’intervento di Dio, ma anche come fedeltà
nell’obbedienza a Cristo, anche a costo della vita (Ap 2,10; 2,25; 3,11). Perciò «siate lieti nella speranza,
pazienti nella tribolazione, assidui nella preghiera» (Rm 12,12).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/