FIGLIE DELLA CHIESA, #LectioDivina "Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo (Lc 18,9-14) "

XXX Domenica del Tempo Ordinario
Antifona d'ingresso
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore.

Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto. (Sal 104,3-4)

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.

Oppure:
O Dio, tu non fai preferenze di persone
e ci dai la certezza
che la preghiera dell’umile penetra le nubi;
guarda anche a noi come al pubblicano pentito,
e fa’ che ci apriamo
alla confidenza nella tua misericordia
per essere giustificati nel tuo nome.

PRIMA LETTURA (Sir 35,15-17.20-22)
La preghiera del povero attraversa le nubi.
Dal libro del Siràcide

Il Signore è giudice
e per lui non c’è preferenza di persone.
Non è parziale a danno del povero
e ascolta la preghiera dell’oppresso.
Non trascura la supplica dell’orfano,
né la vedova, quando si sfoga nel lamento.
Chi la soccorre è accolto con benevolenza,
la sua preghiera arriva fino alle nubi.
La preghiera del povero attraversa le nubi
né si quieta finché non sia arrivata;
non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto
e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 33)
Rit: Il povero grida e il Signore lo ascolta.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino. Rit:

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce. Rit:

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia. Rit:

SECONDA LETTURA (2Tm 4,6-8.16-18)
Mi resta soltanto la corona di giustizia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo

Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Canto al Vangelo (2Cor 5,19)
Alleluia, alleluia.
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo,
affidando a noi la parola della riconciliazione.
Alleluia.

VANGELO (Lc 18,9-14)
Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Preghiera sulle offerte
Guarda, Signore, i doni che ti presentiamo:
quest’offerta,
espressione del nostro servizio sacerdotale,
salga fino a te e renda gloria al tuo nome.

Antifona di comunione
Esulteremo per la tua salvezza e gioiremo nel nome
del Signore, nostro Dio. (Sal 20,6)

Oppure:
Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso,
offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo. (Ef 5,2)

Oppure:
Il pubblicano diceva: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
E tornò a casa sua giustificato. (Lc 18,13-14)

Preghiera dopo la comunione
Signore, questo sacramento della nostra fede
compia in noi ciò che esprime
e ci ottenga il possesso delle realtà eterne,
che ora celebriamo nel mistero.

Lectio
“Benedirò il Signore in ogni tempo. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino”. La XXX Domenica del Tempo Ordinario può darci tutto lo slancio di entusiasmo che assaporiamo dalle parole del Salmista. Egli infatti benedice, si gloria ed esulta perché riconosce che l’agire di Dio è davvero incredibile e sconvolgente. È un agire che non guarda alle apparenze o alle compiacenze, ma che opera e fa venire a galla la verità. Per noi, cristiani per bene, che ci accostiamo a questa liturgia, risuona forte il richiamo ad ascoltarci e a combattere la buona battaglia del discernimento di ciò che facciamo prevalere nel nostro cuore: l’arroganza e la superiorità del fariseo o l’umile riconoscimento di quello che si è del pubblicano. Disponiamoci allora ad ascoltare in questa domenica, qual è la buona notizia che il Signore ci comunica e dove ci chiama a conversione.

v. 9: “Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Questo versetto presenta un’iniziativa di Gesù per esplicitare la domanda provocatoria che Egli stesso, poco prima, aveva formulato: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora fede sulla terra?”. Il Regno di Dio è dove ci sono persone che desiderano il Signore, lo amano e lo seguono, per cui se amiamo come lui il Padre e i fratelli, siamo nel Regno di Dio. La fede è proprio il desiderio di questa comunione nella preghiera col Signore. La parabola è dunque rivolta a chi confida in se stesso perché si sente giusto, ma il confidare in se stesso è il primo peccato fondamentale, è il presumere in se stesso, vivendo in questa logica: “Io sì, gli altri no”. Il risultato del ritenersi giusto è annullare le persone intorno a se, creando vuoto intorno e ci fa mettere sul piedestallo per farsi vedere. La caratteristica di questo atteggiamento è proprio annullare l’altro, in greco c’è: “nientificavano”. Il giusto è colui che dice: gli altri sono tutti sbagliati, io ho ragione, io sono a posto, io sono salvo!

V. 10: "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano”.
La parabola comincia con “due uomini”, che fanno la stessa azione: salgono al tempio a pregare. Possiamo allora comprendere che c’è un luogo dove io posso accorgermi con che modalità mi relaziono agli altri è la relazione con Dio. È la preghiera, dove coltivo la mia relazione con Dio, che mi permette di capire come sto impostando la mia vita, in che direzione la sto orientando: verso il dono di me, o verso la custodia di tutto ciò che è mio? È interessante notare che possiamo fare anche la stessa azione buona, in questo caso pregare, in un modo distorto, o in un modo giusto. E senza dubbio questa cosa ci spiazza! Troppe volte infatti i cristiani cosiddetti praticanti pensano di aver essere per così dire apposto solo perché adempiono i precetti, ma il Signore non guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore (Samuele). Inoltre questa considerazione ci ammonisce e ci fa comprendere che posso fare anche la cosa più mondana del mondo: mangiare, bere, divertirsi nel modo più divino, come dice Paolo: Sia che mangiate, sia che beviate, qualunque cosa altra facciate, fatela per amore di Dio, nel nome del Signore. Ed è tutto buono.
L’evangelista sottolinea che uno è fariseo: fariseo, cioè “separato” e l’altro è pubblicano, con una connotazione negativa appunto perché collaboravano con gli oppressori, con i romani. Oggi diremmo che uno è un bravo cattolico, impegnato in tutti i sensi, e l’altro invece è un po’ uno che non ha niente a che vedere con la religione, che il suo desiderio è far soldi, divertirsi. Inoltre potremmo avere la tentazione di pensare: “chi maggiormente mi rappresenta? Mi sento più nei panni del fariseo o più nei panni del pubblicano?”, e in questo modo perdo di vista un aspetto importante della parabola che Gesù racconta. Infatti l’obiettivo non è identificarsi in una categoria piuttosto che un’altra, ma riconoscere che queste due figure sono presenti in ciascuno di noi, e si annidano nel nostro cuore come protagonismo o come nascondimento. Il lavoro da fare è allora scorgere dove si è annidato il protagonismo, a scapito del necessario nascondimento.

vv. 11-12: “Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo".
Alcuni traducono lo stare in piedi del fariseo con “stava ritto in piedi davanti a sé e pregava così”: è diritto davanti a sé, è diritto davanti al suo “io”, non davanti a Dio. La sua preghiera non ha come orizzonte il dialogo e la relazione con Dio, ma soltanto la sua glorificazione. Tuttavia l’apice di questa preghiera sta nel ringraziamento. Ringraziare è senza dubbio il modo più alto di preghiera, tanto che Gesù ci lascia l’Eucaristia come culmine e fonte di ogni relazione con Dio, eppure anche questa forma altissima di preghiera, perde totalmente di significato quando ha come unico scopo l’elenco delle mie, delle nostre bravure. C’è un’incredibile elenco di cose che il fariseo fa in più, che non gli spettavano secondo le indicazioni legali, eppure il fariseo le adempie in modo scrupolosissimo, anzi si impegna facendo di più e così poter allungare la lista delle cose con le quali può chiedere meriti a Dio. Ecco: il peccato sta proprio qui, nell’appropriarsi di doni che non sono nostri e farli diventare il luogo della nostra massima lontananza da Dio. Ma c’è anche un ulteriore aspetto che ci riguarda da vicino. Dietro l’elenco dei propri meriti, si nasconde un’insidia pericolosa, ossia l’immagine di un Dio che devo tener buono con le mie opere, trattenendolo dal farmi del male. È come dire: vedi? Sono stato bravo, ho fatto anche di più di quello che mi hai chiesto! Ma allora adesso sei tu che devi dare qualcosa a me…quanto la nostra relazione con Dio si nutre di questi ricatti! Quanto è forte l’idea che il Signore premia solo i buoni e allora la salvezza è qualcosa da conquistare con le proprie forze, a forza di braccia! “Questa concezione del merito, nella religione, è l’origine della idolatria, perché uno non adora Dio ma satana, il Dio cattivo; ed è anche dell’ateismo che dice: quel Dio non esiste. E ha ragione. E guardate che c’è dentro in ogni persona, addirittura anche l’ateo pensa a Dio così, tant’è vero che lo rifiuta. È la conversione tremenda che ha dovuto fare Paolo, dalla legge al Vangelo, che non è mai compiuta neanche nel cammino personale di un credente serio” (S. Fausti).

vv. 13-14: “Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato".
Il pubblicano, al contrario, neppure osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto, si sgonfia, è colui che poi riesce a passare per la porta stretta, perché non si vanta e accoglie la sua verità, la verità di se stesso che ha visto di fronte a Dio. Questo è un aspetto senza dubbio innegabile: chi conosce se stesso non giudica nessuno, è umile (ossia humus, “uomo”, “umano”) e può conoscere anche Dio. Il volto di Dio davanti al quale il pubblicano si prostra è un Dio che fa grazia, che è amore, che è misericordia, che non è uno che va guadagnato, che ha compassione di me. Ma allo stesso tempo egli comprende anche la sua identità: è il peccatore.

Come abbiamo sottolineato, è davanti a Dio che sale dal nostro cuore la modalità con cui ci relazioniamo a Lui e ci rivela che volto di Lui abbiamo. La domanda allora che la liturgia oggi ci fa porre è: da che spirito è mossa la mia preghiera? È la preghiera, il dialogo con Dio che mette a nudo la verità del mio rapporto con il Signore e con la via che Egli mi indica per amarlo.  La buona notizia che oggi risuona per me, per te che stai leggendo sta nella possibilità di smascherare quella parte di me che pensa di poter guadagnare l’amore di Dio, ma allo stesso tempo mi chiede di riconoscere e accogliere la parte più fragile di me, la parte che sento più lontana da Lui, perché Egli possa guarirla.
Che non ci accada di cadere in un doppio peccato: quello di formulare così la nostra preghiera: “O Dio, ti ringrazio che non sono come questo fariseo…”!

Appendice
L`umiltà ottiene il perdono
Poiché la fede non è dei superbi, ma degli umili, "disse per alcuni che credevano di essere giusti e disprezzavano gli altri, questa parabola. Due uomini andarono al tempio a pregare; un fariseo e un pubblicano. Il fariseo diceva: Ti ringrazio, Dio, che non sono come tutti gli altri uomini" (Lc 18,9s). Avesse detto almeno: come molti uomini. Che cosa dice questo "tutti gli altri", se non tutti, eccetto lui? Io, afferma, sono giusto; gli altri son tutti peccatori. "Non sono come tutti gli altri uomini, ingiusti, ladri, adulteri". Ed eccoti dalla vicinanza del pubblicano un motivo di orgogliosa esaltazione. Dice, infatti: "Come questo pubblicano". Io sono solo, dice; questo è uno come tutti gli altri. Non sono come costui, per la mia giustizia, per cui non posso essere un cattivo, io. "Digiuno due volte la settimana, pago le decime su tutte le mie cose". Cerca nelle sue parole, che cosa abbia chiesto. Non trovi niente. Andò per pregare; ma non pregò Dio, lodò se stesso. Non gli bastò non pregare, lodò se stesso; e poi insultò quello che pregava davvero. "Il pubblicano se ne stava invece lontano"; ma si avvicinava a Dio. Il suo rimorso lo allontanava, ma la pietà lo avvicinava. "Il pubblicano se ne stava lontano; ma il Signore lo aspettava da vicino. Il Signore sta in alto", ma guarda gli umili. Gli alti, come il fariseo, li guarda da lontano; li guarda da lontano, ma non li perdona. Senti meglio l`umiltà del pubblicano. Non gli basta di tenersi lontano; "neanche alzava gli occhi al cielo". Per essere guardato, non guardava. Non osava alzare gli occhi; il rimorso lo abbassava, la speranza lo sollevava. Senti ancora: "Si percoteva il petto". Voleva espiare il peccato, perciò il Signore lo perdonava: "Si percuoteva il petto, dicendo: Signore, abbi compassione di me peccatore". Questa è preghiera. Che meraviglia che Dio lo perdoni, quando lui si riconosce peccatore? Hai sentito il contrasto tra il fariseo e il pubblicano, senti ora la sentenza; hai sentito il superbo accusatore, il reo umile, eccoti il giudice. "In verità vi dico". E` la Verità, Dio, il Giudice che parla. "In verità vi dico, quel pubblicano uscì dal tempio giustificato a differenza di quel fariseo". Dicci, Signore, il perché. Chiedi il perché? Eccotelo. "Perché chi si esalta, sarà umiliato, e chi si umilia, sarà esaltato". Hai sentito la sentenza, guardati dal motivo; hai sentito la sentenza, guardati dalla superbia.
(Agostino, Sermo 115, 2)

Pensa a te stesso
Mi verrebbe meno il giorno, se volessi elencare gli studi di quelli che s`interessano del Vangelo e quanto esso si adatti a tutti. Pensa a te stesso; sii sobrio, ascolta i consigli, controlla il presente, prevedi il futuro. Non trascurare, per indolenza, il presente e non t`illudere d`aver già in mano cose future, che ancora non sono e forse non si avvereranno mai. Non è questa la malattia propria dei giovani, che per leggerezza di mente credono di avere già le cose che sperano? Infatti in un momento di riposo o nella pace della notte costruiscono delle immagini di cose inesistenti e si ripromettono splendore di vita, illustri matrimoni, figli fortunati, lunga vecchiaia, tributi di onore. Poi, incapaci come sono di fermarsi a una qualsiasi speranza si lasciano trasportare dall`ardore del loro animo alle cose più grandi della terra. Comprano case belle e grandi e le riempiono di preziosa e vaga suppellettile; e aggiungono tutto quanto è fuori del mondo. Aggiungono greggi, folle di servi, magistrature civili, principati, comandi militari, guerre, trofei, regno. Passate queste cose in rassegna, per eccesso di stoltezza, credono presenti queste cose sperate e se le vedono già innanzi ai piedi. E` la malattia dell`ignavo, veder nella veglia gli oggetti d`un sogno. Per reprimere questa sfrenatezza di mente, la Scrittura enunzia il sapiente precetto: "Pensa a te stesso" e non promette mai ciò che non esiste e dirige le cose presenti alla tua utilità. Penso che il legislatore si sia servito di questo monito, per eliminare un tal vizio dalle abitudini degli uomini. Perché a noi è più facile curiosare nelle cose altrui, che pesare le proprie cose. Perciò finiscila di andare a scovare nei mali altrui, guardati dal frugare nelle malattie altrui, volgi gli occhi e scruta te stesso. Non son pochi coloro che, secondo la parola del Signore (Mt 7,3), vedono la pagliuzza nell`occhio del fratello e non s`accorgono della trave che è nel loro occhio. Non cessar mai di esaminarti se la tua vita si attiene al precetto; ciò che è intorno a te, non lo guardare, perché non ti si presenti l`occasione di imitare quel fariseo, che giustificava se stesso e disprezzava il pubblicano (Lc 18,11). Chiediti sempre se hai peccato in pensieri, se la lingua sia stata troppo facile, se la mano sia stata temeraria. E se troverai che hai peccato molto (e lo troverai, perché sei uomo), usa le parole del pubblicano: "Dio, abbi pietà di me peccatore" (Lc 18,13). Bada a te stesso. Questa parola ti starà bene nel felice successo, quando la tua nave è portata dalla corrente, e ti gioverà nei momenti difficili, in modo che non diventi orgoglioso nel fasto e non disperi nell`avversità. Ti senti grande perché sei ricco? T`inorgoglisci per la nobiltà dei tuoi antenati? Ti glori della tua nazione, bellezza, onori ricevuti? Pensa a te stesso: Sei mortale; vieni dalla terra e tornerai nella terra (Gen 3,19)
(Basilio di Cesarea, Hom. «Attende tibi ipsi», 5)

Dio non preferisce il peccatore a chi non ha peccato
Dato che egli aggiunge: «Perché dunque questa preferenza accordata ai peccatori?» e cita opinioni analoghe, per rispondere dirò: il peccatore non è assolutamente preferito a chi non ha peccato. Capita che un peccatore che ha preso coscienza della sua colpa, e per tal motivo progredisce sulla via della conversione umiliandosi per i suoi peccati, venga preferito ad un altro che si riguarda come meno peccatore, e che, lungi dal credersi peccatore, si gonfia di orgoglio per certe qualità superiori che crede di possedere. E` quel che rivela a chi legge lealmente il vangelo la parabola del pubblicano che dice: "Abbi pietà di me peccatore", mentre il fariseo, con sufficienza perversa, si gloriava dicendo: "Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano". Gesù, infatti, conclude il suo discorso sui due uomini: "Il pubblicano scese a casa sua giustificato, al contrario dell`altro, poiché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,13; 1,14).
Siamo ben lontani, perciò, «dal bestemmiare Dio e dal mentire», insegnando ad ogni uomo, chiunque esso sia, a prendere coscienza della propria umana piccolezza in rapporto alla grandezza di Dio, e a chiedere incessantemente ciò che manca alla nostra natura a colui che solo può colmare le nostre insufficienze.
(Origine, Contra Celsum, 3, 64)

Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-14)
Il fariseo della Legge,
Nella sua preghiera al Tempio,
In mostra metteva il ben compiuto
Agli occhi tuoi che tutto scrutano.

S`inorgoglisce l`anima insensata,
Se stessa comparando all`uman genere
Lontano, ed al vicino pubblicano,
Che, nello stesso istante, supplicava.

Non sol non ebbe quel che domandava
Per il magniloquente suo linguaggio,
Ma le antecedenti opre di giustizia,
Perse per il suo dire vanitoso.

Ma allora che farò io alla mia anima,
Affezionata al vizio totalmente,
Del tutto disattenta al buon oprare,
E attenta ad ammassar cattive azioni?

Le buone azioni, in effetti, io non compio
Di cui si gloriava il fariseo;
Eppure di gran lunga io lo supero
Nel vezzo del vanto e dell`orgoglio.

Del pubblicano dona bensì la voce
Capo di pubblicani, all`anima guarita,
Per gridare di sua propria voce:
«Mio Dio, perdona i miei peccati!».

Con lui, Signor, giustificami,
Con un sol verbo come facesti a lui;
Lo spirito mio umilia dal di dentro,
Perché dalla tua grazia sia esaltato.
(Nerses Snorhalí, Jesus, 659-665)

Le Letture di questa domenica ci invitano a meditare su alcune caratteristiche fondamentali della famiglia cristiana.
1. La prima: la famiglia che prega. Il brano del Vangelo mette in evidenza due modi di pregare, uno falso – quello del fariseo – e l’altro autentico – quello del pubblicano. Il fariseo incarna un atteggiamento che non esprime il rendimento di grazie a Dio per i suoi benefici e la sua misericordia, ma piuttosto soddisfazione di sé. Il fariseo si sente giusto, si sente a posto, si pavoneggia di questo e giudica gli altri dall’alto del suo piedestallo. Il pubblicano, al contrario, non moltiplica le parole. La sua preghiera è umile, sobria, pervasa dalla consapevolezza della propria indegnità, delle proprie miserie: quest’uomo davvero si riconosce bisognoso del perdono di Dio, della misericordia di Dio.
Quella del pubblicano è la preghiera del povero, è la preghiera gradita a Dio che, come dice la prima Lettura, «arriva fino alle nubi» (Sir 35,20), mentre quella del fariseo è appesantita dalla zavorra della vanità.
Alla luce di questa Parola, vorrei chiedere a voi, care famiglie: pregate qualche volta in famiglia? Qualcuno sì, lo so. Ma tanti mi dicono: ma come si fa? Ma, si fa come il pubblicano, è chiaro: umilmente, davanti a Dio. Ognuno con umiltà si lascia guardare dal Signore e chiede la sua bontà, che venga a noi. Ma, in famiglia, come si fa? Perché sembra che la preghiera sia una cosa personale, e poi non c’è mai un momento adatto, tranquillo, in famiglia … Sì, è vero, ma è anche questione di umiltà, di riconoscere che abbiamo bisogno di Dio, come il pubblicano! E tutte le famiglie, abbiamo bisogno di Dio: tutti, tutti! Bisogno del suo aiuto, della sua forza, della sua benedizione, della sua misericordia, del suo perdono. E ci vuole semplicità: per pregare in famiglia, ci vuole semplicità! Pregare insieme il “Padre nostro”, intorno alla tavola, non è una cosa straordinaria: è facile. E pregare insieme il Rosario, in famiglia, è molto bello, dà tanta forza! E anche pregare l’uno per l’altro: il marito per la moglie, la moglie per il marito, ambedue per i figli, i figli per i genitori, per i nonni … Pregare l’uno per l’altro. Questo è pregare in famiglia, e questo fa forte la famiglia: la preghiera.
2. La seconda Lettura ci suggerisce un altro spunto: la famiglia custodisce la fede. L’apostolo Paolo, al tramonto della sua vita, fa un bilancio fondamentale, e dice: «Ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Ma come l’ha conservata? Non in una cassaforte! Non l’ha nascosta sottoterra, come quel servo un po’ pigro. San Paolo paragona la sua vita a una battaglia e a una corsa. Ha conservato la fede perché non si è limitato a difenderla, ma l’ha annunciata, irradiata, l’ha portata lontano. Si è opposto decisamente a quanti volevano conservare, “imbalsamare” il messaggio di Cristo nei confini della Palestina. Per questo ha fatto scelte coraggiose, è andato in territori ostili, si è lasciato provocare dai lontani, da culture diverse, ha parlato francamente senza paura. San Paolo ha conservato la fede perché, come l’aveva ricevuta, l’ha donata, spingendosi nelle periferie, senza arroccarsi su posizioni difensive.
Anche qui, possiamo chiedere: in che modo noi, in famiglia, custodiamo la nostra fede? La teniamo per noi, nella nostra famiglia, come un bene privato, come un conto in banca, o sappiamo condividerla con la testimonianza, con l’accoglienza, con l’apertura agli altri? Tutti sappiamo che le famiglie, specialmente quelle giovani, sono spesso “di corsa”, molto affaccendate; ma qualche volta ci pensate che questa “corsa” può essere anche la corsa della fede? Le famiglie cristiane sono famiglie missionarie. Ma, ieri abbiamo sentito, qui in piazza, la testimonianza di famiglie missionarie. Sono missionarie anche nella vita di ogni giorno, facendo le cose di tutti i giorni, mettendo in tutto il sale e il lievito della fede! Conservare la fede in famiglia e mettere il sale e il lievito della fede nelle cose di tutti i giorni.
3. E un ultimo aspetto ricaviamo dalla Parola di Dio: la famiglia che vive la gioia. Nel Salmo responsoriale si trova questa espressione: «i poveri ascoltino e si rallegrino» (33/34,3). Tutto questo Salmo è un inno al Signore, sorgente di gioia e di pace. E qual è il motivo di questo rallegrarsi? E’ questo: il Signore è vicino, ascolta il grido degli umili e li libera dal male. Lo scriveva ancora san Paolo: «Siate sempre lieti … il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). Eh … a me piacerebbe fare una domanda, oggi. Ma, ognuno la porta nel suo cuore, a casa sua, eh?, come un compito da fare. E si risponde da solo. Come va la gioia, a casa tua? Come va la gioia nella tua famiglia? Eh, date voi la risposta.
Care famiglie, voi lo sapete bene: la gioia vera che si gusta nella famiglia non è qualcosa di superficiale, non viene dalle cose, dalle circostanze favorevoli… La gioia vera viene da un’armonia profonda tra le persone, che tutti sentono nel cuore, e che ci fa sentire la bellezza di essere insieme, di sostenerci a vicenda nel cammino della vita. Ma alla base di questo sentimento di gioia profonda c’è la presenza di Dio, la presenza di Dio nella famiglia, c’è il suo amore accogliente, misericordioso, rispettoso verso tutti. E soprattutto, un amore paziente: la pazienza è una virtù di Dio e ci insegna, in famiglia, ad avere questo amore paziente, l’uno con l’altro. Avere pazienza tra di noi. Amore paziente.  Solo Dio sa creare l’armonia delle differenze. Se manca l’amore di Dio, anche la famiglia perde l’armonia, prevalgono gli individualismi, e si spegne la gioia. Invece la famiglia che vive la gioia della fede la comunica spontaneamente, è sale della terra e luce del mondo, è lievito per tutta la società. (Papa Francesco, Omelia del 27 ottobre 2013)

Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/

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