fr. Massimo Rossi, "TUTTI I SANTI "


TUTTI I SANTI - 1 novembre 2013
Ap 7,2-4.9-14; Sal 23/24; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a
Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la
gloria di tutti I santi, concedi a noi, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli e sorelle, l’abbondanza della tua misericordia.
“Quando si sarà manifestato, noi saremo simili a Cristo, perché lo vedremo così come egli è.”
Beati i poveri in spirito, beati quelli che sono nel pianto, i miti, gli affamati di giustizia, gli operatori di pace, i perseguitati(…). Beati voi.”
Dalla finestra della mia stanza vedo il corso Unione Sovietica, e la fermata del tram che conduce in stazione.  Me ne stavo davanti al computer, “incatenato” alla sedia, a scrivere l’omelia di oggi…
Sapete che cos’è la ‘sindrome da pagina bianca’? ne soffro ogni volta che devo scrivere l’omelia…  dura circa tre quarti d’ora, i primi tre quarti d’ora…  non passano mai!  Poi, finalmente, mi sblocco.
Quella mattina, lo sguardo fu improvvisamente attratto da una fila di bambini assiepati con le loro maestre alla fermata del tram:  tutti vestiti uguale, con il loro bel grembiulino color verde acido – de gustibus!... –…  un serpentone umano che si agitava e urlava…
Ho pensato che i Santi in Cielo sono un po’ così:  spensierati, rilassati, soprattutto felici; basta dolori, basta problemi, basta fatiche, basta angosce, basta paura del futuro…
È tutto passato!  “It’s all fine!”, va tutto bene, come dicono gli Americani…
Non resta che godersi l’abbandono totale e definitivo tra le braccia del Padre.
I Santi sono in Dio, contemplano il suo volto in eterno, del tutto appagati, senza più bisogni…       E senza più desideri.  Il desiderio di Dio contiene tutti gli altri desideri e li supera;  ora, almeno per loro, per i Santi che stanno in Cielo, anche questo desiderio è realizzato.
La santità è lo stato di pienezza assoluta.  E quando si dice pienezza, significa dire che non manca nulla e nessuno …almeno a loro.  I latini, notoriamente campioni di sintesi verbali, avevano coniato questo detto facile facile:  “Qui omne dicit, nihil excepit”, che, tradotto liberamente significa:  chi dice tutto, non ha altro da aggiungere.
In un passato non molto remoto la riflessione sulla santità si fermava più o meno qui:  non c’era molto da dire, in verità, per raccontare come si sta in Paradiso; era, è piuttosto un ragionare secondo le categorie metafisiche prestate alla teologia, immaginando, ipotizzando la condizione della beatitudine sempiterna. Qualcuno, invece, lasciava vagare la fantasia, utilizzando l’arte invece che  la metafisica: i capolavori dei pittori, degli scultori, che raffigurano i Santi con l’aureola, vestiti sontuosamente…  qualcuno reca nelle mani la palma del martirio, altri il giglio della purezza, il libro sacro della sapienza, o un vassoio con un paio d’occhi,…  Sono i simboli di una santità conquistata a prezzo di indicibili sofferenze, oppure con lo studio, o ancora realizzando opere esemplari, come rendimento di grazie a Dio…
Senonché, la santità presentata in questi termini, rischia di lasciare un po’ – troppo! – sullo sfondo ciò che si era prima.  C’è come uno scollamento tra l’esperienza terrena e la beatitudine eterna.  Sono, erano i cosiddetti santi da santino, da immaginetta, buoni per stare in mezzo a un libro di preghiere, o dentro un album di figurine…  Nel variegato e pazzo mondo dei collezionisti, ci sono anche quelli di immaginette dei Santi:  certe collezioni valgono una fortuna!
Un po’ imbalsamati,  a due dimensioni,…  sono questi i Santi?
E se dicessi che i santi siamo noi?  qualcuno vive una condizione più fortunata, qualcuno meno.  Ricordo la confessione di un vecchio Vescovo, il quale, guardando alcune figure di grandi peccatori, dichiarò che, se lui non si era macchiato di colpe altrettanto infami, era solo perché era stato più fortunato e non si era trovato nella stessa sventurata situazione.  Senza nulla togliere alla responsabilità personale di chi materialmente commette peccato, il Card.Martini parlava di strutture sociali di peccato.
La povertà, l’indigenza, il pianto, le accuse calunniose, gli insulti richiamati dal Vangelo esasperano a tal punto, che si può arrivare a commettere gesti sconsiderati.  Poi ce ne pentiamo.  Ma è troppo tardi.   Non resta che alzare gli occhi e le mani al cielo per implorare perdono.
La beatitudine comincia qui!  Il dono della misericordia celeste è il segreto della (nostra) santità! Non abbiamo alcun merito, se non quello di aver chiesto sinceramente perdono.
Molte storie di Santi, praticamente tutte, attestano che la vita umana è il luogo della manifestazione della bontà misericordiosa del Padre!  Provate a cercare un santo che non abbia testimoniato di essere stato graziato da Dio… Non lo troverete.
Del resto, la misericordia scaturisce sempre dall’incontro col Cristo, al quale il peccatore si arrende, e in questa resa totale ritrova se stesso e conosce Dio.
“Figliolo – disse Gesù – ti sono rimessi i tuoi peccati.  (…) Alcuni scribi pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia!  Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?  Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro:  Perché pensate così nei vostri cuori?  Che cosa è più facile:  dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire:  Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?  Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.” (Mc 2, 5-11).
Questo breve passo del Vangelo costituisce la parola definitiva sulla santità degli uomini, frutto della potenza guaritrice del Signore.  Per chi fosse ancora convinto che i miracoli sono la prova dell’onnipotenza di Dio, e li cerca…  l’evangelista Marco ricorda che il vero miracolo è il perdono:  e questo miracolo, Dio lo fa a tutti! Non è il caso di fare novene, devozioni particolari, né pellegrinaggi nell’ultimo santuario mariano…  Basta varcare la porta di un confessionale;  e ne usciremo ricostituiti giusti, come insegna san Paolo.  Giustizia personale e santità, nel Nuovo Testamento, sono sinonimi;  lo si deduce facilmente anche dal Vangelo di oggi, che dedica ben due beatitudini – la quarta e la settima – alla giustizia.
E come l’essere giusti è sinonimo di santità e di perfezione cristiana, peccare contro la giustizia costituisce l’errore più grave, il peccato peggiore.  Non sarà superfluo ricordarcelo.
Preghiamo per noi, che stiamo costruendo in terra la nostra santità in cielo.
E mentre ringraziamo il Buon Dio che ci ha dato la possibilità di collaborare efficacemente alla nostra personale santificazione, invochiamo la Sua misericordia, senza la quale nessuna santificazione è possibile.

Fonte:http://www.paroledicarne.it/