Juan J. BARTOLOME sdb #LectioDivina "'Fammi giustizia contro il mio avversario'"

16 ottobre 2016 | 29a Domenica T. Ordinario - Anno C | Lectio Divina

Lectio Divina su: LC Lc 18,1-8
Bisogna riconoscerlo: non ci risulta facile pregare. Nella nostra formazione cristiana quello che
maggiormente abbiamo imparato è stata una serie di preghiere a memoria, che ripetiamo con frequenza, ma con le quali non possiamo metterci in autentica comunicazione con Dio. Sappiamo molte orazioni, ma ci costa molto pregare. Ci mancano non solo le parole, ma anche i sentimenti, con cui ci rivolgiamo a Dio. Ma non pensiamo che sia un buon motivo che ci porta a coltivare una preghiera frequente. E qualche scusa ci sembra sufficiente ed anche una buona ragione per lasciare la preghiera: poche volte pensiamo che Dio ascolti le nostre necessità e non ci sentiamo obbligati a ripresentargliele. Se la nostra supplica risulta inefficace, ed è inutile continuare perdendo tempo e illusioni, merita la pena di continuare a chiedere se troviamo fondate speranze di essere ascoltati. Questa obiezione tanto logica è comune tra i discepoli di Gesù. Oggi il Vangelo ci ha ricordato che Gesù dovette animare i suoi discepoli a pregare di più e a pregare sempre. Ci sembra che noi discepoli di Gesù, tanto ieri come oggi, ci distinguano per il nostro entusiasmo alla preghiera?
In quel tempo, 1Gesù, per spiegare ai suoi discepoli come dovevano pregare sempre, senza stancarsi, disse loro questa parabola:
2"C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non si preoccupava degli uomini. 3Nella stessa città c'era anche una vedova, che andava a dirgli: 'Fammi giustizia contro il mio avversario'. 4Per un po' di tempo si rifiutò, ma poi disse: "Anche se non temo Dio e non ho a cuore gli uomini, 5siccome questa vedova mi infastidisce, gli farò giustizia, perché non venga ad importunarmi più"".
6 E il Signore disse:
"Guardate quello che dice il giudice disonesto; e Dio, 7non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?, certo, 8vi dico che gli farà giustizia senza indugio. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra"?
1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il testo evangelico è, alla base, una parabola e la sua applicazione. Però Luca l'ha introdotto con una precisa indicazione: con questa parabola Gesù insegnava ai suoi discepoli (Lc 18,1). Siamo in un atto di magistero indicato per coloro che lo seguono. Quello che dice Gesù è una lezione ristretta ad alcuni a lui intimi. Il contenuto di questi insegnamenti non era quello di dover pregare, ma il modo di pregare senza smettere.
Gesù racconta la parabola del giudice ingiusto -quale contraddizione!- per insegnare ai suoi discepoli, non a pregare (che già lo 'sapevano', perché egli aveva insegnato loro a pregare: Lc 11,1-13), ma come saper pregare sempre, senza mai disaffezionarsi. Questo è, o almeno, quello che annota Luca. E con questo ci sta dando la chiave per interpretare la parabola.
Ma non lo fa del tutto bene. Perché nella narrazione della parabola mette un'applicazione finale che va oltre ad una mera applicazione della preghiera continua (Lc 18,6-7). Appaiono due elementi nuovi e sorprendenti, se si guardano bene, nel commentario conclusivo di Gesù. Primo: Dio fa giustizia a chi lo prega, ascoltandoli. Soccorrere i suoi eletti è un atto di giustizia divina. Secondo, l'orante che persiste nella sua preghiera, fa, più di una petizione, un vero atto di fede. Pregare molto, pregare sempre è credere.
Nell'ultimo commento Gesù sottolinea una nota di grande avvertenza, tanto seria come insperata (Lc 18,8). Ci sorprende, in effetti, che lo stesso Gesù si domanda -perché non è molto sicuro- se incontrerà sulla terra questa fede, fatta di continua preghiera, il giorno del suo ritorno... In realtà la risposta affermativa la possono dare solamente i discepoli che pregano sempre, senza stancarsi; ma Gesù quando si domandava ciò, non li teneva tutti con se.
2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Per inculcare la preghiera permanente nei suoi discepoli Gesù narra la parabola dell'ingiusto giudice e della vedova impertinente. Già aveva insegnato loro a pregare. Adesso insegna che pregare non deve essere un'occupazione occasionale, ma un esercizio continuo....e gioioso.
Qui non chiede al discepolo che sappia già pregare, ma che non finisca di farlo -in seguito- quando saprà pregare. Gesù chiede ai suoi discepoli di non perdersi d'animo quando pregano: non vuole vedere in loro disincanto. Mentre stanno parlando con Dio gli insegna come pregarlo. Dobbiamo domandarci come mai la nostra preghiera non riempie di alito e di incanto la nostra vita. Cosa ci manca? -o meglio- cosa sta impedendo alla nostra preghiera di trasformarsi in un tempo felice e in un'esperienza insuperabile. Perché se preghiamo lo facciamo con poco ardore?
L'esempio della vedova impertinente ci parla, in primo luogo, che per chiedere senza tregua bisogna sentire fino in fondo un bisogno. Se un giudice ingiusto è capace di fare giustizia, contro il suo costume: come non aiuterà il buon Dio a chi lo prega senza interruzione?, si domanda Gesù, convinto che Dio non si farà attendere da coloro che perseverano nella loro preghiera.
Bisogna soffrire di totale impotenza, come la vedova, per importunare chi non è degno di fiducia. La vedova insiste nella sua richiesta, non perché meriti fiducia un giudice che non teme Dio e che non gli importa degli uomini, ma perché non ha altra difesa. Non bisogna essere giusti per fare giustizia. Continuando a chiedere si può ottenere da un ingiusto giudice quello che non si potrebbe neppure sognare. Pur di liberarsi dal continuo fastidio e d una possibile aggressione, il giudice concede protezione ha chi ha tanto insistito. E perché la vedova non si annoiò nel chiedere giustizia e nel vedersi ascoltata, il giudice dovette alla fine dargliela.
Può essere che qui si radica in noi la ragione di una scarsa vita di preghiera: o per una poca necessità di aiuto o ci crediamo, di diritto, di essere sempre ascoltati, solamente perché lo abbiamo chiesto una volta. Se conoscessimo meglio la nostra povertà, non avremmo tanta vergogna a chiedere tanto, a importunare, a 'infastidire' Dio. Dura poco la nostra preghiera, perché è scarsa la conoscenza che abbiamo della nostra debolezza.
Gesù sembra indicarci così una delle ragioni più frequenti per la quale le nostre preghiere sono inutili sforzi per catturare l'attenzione di Dio: non insistiamo abbastanza, non perseveriamo come dovremmo. Ci disilludiamo di un Dio che pur conoscendoli, desidera che ripetiamo i nostri bisogni; non sopportiamo bene che Dio ritardi la sua risposta quando non possiamo rimanere in silenzio sui nostri desideri. Desideriamo che subito, appena lo abbiamo chiesto, Dio ci conceda ciò che chiediamo. Per il fatto di aver fatto sapere i nostri bisogni, ci crediamo con diritto di essere ascoltati. Nel comportamento della vedova impertinente e del giudice ingiusto, Gesù ci ha segnalato un metodo buono e una buona ragione per conseguire una vita di costante preghiera.
Solamente perché insistette, la vedova venne ascoltata. Non le importò sapere che al giudice non le importava niente: ella conosceva i suoi bisogni e questo le bastò per importunarlo con insistenza; supposto che non poteva da sola liberarsi del suo stato, fece sapere al giudice che non si sarebbe liberato di lei fino a quando non l'avrebbe ascoltava; non perché ella confidava in lui, ma perché non era in grado di risolvere da sola i suoi bisogni: aveva bisogno di un giudice. Accorse a lui senza importarle che non era sufficientemente buono; le doleva di più il suo malessere presente che la mala condotta del suo protettore; e non smise di molestarlo finché non le rese, andando contro al suo costume, giustizia.
Il metodo della vedova Gesù lo desiderava veder realizzato nella vita dei suoi discepoli; però mancava loro la necessità di impotenza che sentiva la donna per insistere dove non veniva ascoltata; il discepolo di Gesù, come la vedova, dovrà essere tanto cosciente della sua indigenza per ricevere la benevolenza di Dio. Basterà essere tanto cosciente della propria impotenza per importunare Dio, per non cessare di molestarlo giorno e notte, per fermarsi solamente quando Dio lo renderà soddisfatto, fino a quando Lui romperà il suo silenzio. Chi non insiste nella sua preghiera, ci avverte Gesù, è perché non conosce molto bene la gravità della sua situazione, o crede che può liberarsi di lei da solo e facilmente. Chi confida solamente in se stesso per liberarsi della sua indigenza, sta scavalcando Dio. E tale è il rischio che ci acceca, se non perseveriamo nella preghiera.
Gesù non teme di confrontare l'ingiusto giudice con Dio che sempre è giusto. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera non è bene smettere di pregare. Il silenzio rassegnato non è il miglior modo di richiamare all'attenzione (e di chiamargli l'attenzione): Dio non si libererà di noi, finché noi non ci liberiamo delle nostre necessità; se non smettiamo di pregare finché Lui non ci soddisfi. Se continuiamo a parlargli finché non ci ascolta, saremo buoni oratori, perché preghiamo senza arrenderci. Cos'è quello che ci manca e che fece, come sopra, la vedova: impertinenza o necessità, il coraggio di osare oppure l'impotenza? Perché non animarsi e chiedere senza tregua se Dio -alla fine- finirà per farci giustizia ascoltandoci?
Per Gesù e per qualche uditore della parabola, Dio è più giusto che l'ingiusto giudice. Anche la preghiera ininterrotta termina con la resistenza di Dio a intervenire; pregare ad alta voce, se si deve, porta, alla fine, ad essere ascoltati. Colui che chiede continuamente, convince ad avere giustizia senza ritardo. Il migliore consiglio che Gesù poteva dare era quello della preghiera continuata. Una vita di preghiera senza arrendevolezze provoca in Dio la necessità di fare giustizia. Chi lo avrebbe pensato?
Gesù ci esorta a non arrenderci dinanzi all'apparente disinteresse di Dio davanti ai nostri problemi. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera, non è meglio arrendersi. Facendo silenzio gli daremo motivo di pensare che possiamo arrangiarci senza il suo aiuto. Se ci sembra che Dio non ci ascolti, non lo riguadagneremo nuovamente con la nostra rassegnazione e il silenzio. Se noi grideremo giorno e notte che ci liberi dei nostri bisogni, otterremo di essere alla fine ascoltati. Dio esce dal suo silenzio, se noi entriamo in lui; non può per lungo tempo ignorare la nostra supplica se è continua e speranzosa. A forza di perseveranza, colui che prega guadagnerà il favore di Dio e le sue attenzioni.
Ma perché Dio faccia con noi quello che fece il giudice con la vedova che aveva bisogno, esige da noi, che ci sentiamo 'suoi eletti', la consapevolezza del nostro bisogno di Lui, disposti a invocarlo giorno e notte. Non può essere solo la necessità, come fu il caso della vedova, quello che porterà i discepoli di Gesù a pregare Dio; chi prega Dio non chiede solo giustizia, chiede a Dio non perché ha bisogno, ma perché si sa suo eletto, perché conosce il suo amore di predilezione, perché non può sbagliare. E se il fedele passa un giorno senza essere ascoltato, passerà la notte gridandogli, affinché Dio gli 'faccia giustizia senza tardare'.
Non è strano che Gesù termina la parabola domandandosi se quando tornerà incontrerà tra i suoi tanta fede; sono molti i buoni discepoli di Gesù che non sostengono un lieve ritardo di Dio, un ritardo della sua attenzione, un silenzio un poco più lungo del solito; sono molti quelli che non sanno pregare senza disperare, solo perché non ottengono immediatamente quello che chiedono. La convinzione che Dio è interessato a noi deve essere maggiore dell'interesse che noi portiamo a Lui. Se perdiamo la fiducia in Dio solo perché non da risposta senza farci attendere, abbiamo perso la fede in lui e la sicurezza di contare un giorno sulle sue attenzioni.
La vita di preghiera che provoca scoraggiamento nella vita cristiana può sorgere dalla necessità e impotenza in cui viviamo, però non nasce sicuramente dalla consapevolezza di sapersi eletti. Colui che si sente amato può gridare a Dio, giorno e notte, senza mancargli di rispetto. Solamente quando ci decidiamo a importunare Dio, solo allora avremo imparato a lasciare che risolva i nostri problemi. Questo modo di pregare che non teme di importunare Dio è il modo di credere che Gesù vorrebbe incontrare al suo ritorno. Incontreremo in noi questa fede che non dispera, anche se non ha ottenuto giustizia subito o se ritarda ad arrivare? Il Signore quando ritornerà ci troverà gioiosi e impegnati a gridare a Dio giorno e notte?

Juan J. BARTOLOME sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/