MONASTERO DI RUVIANO"La preghiera è un luogo rivelativo."

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
La preghiera è un luogo rivelativo.
Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4, 6-8.16-18; Lc 18,9-14
            La parabola del fariseo e del pubblicano al Tempio mette in scena una situazione in cui le vite dei due protagonisti sono a pieno rivelate dalla loro preghiera.

            Prima di correggere la preghiera è necessario correggere la vita. Se il fariseo prega sbagliando è perché vive in modo distorto la sua vita di fede e dunque la sua relazione con Dio e, di conseguenza, con gli altri uomini.

            Nelle mani degli evangelisti il personaggio “fariseo” è una sorta di simbolo in cui si assommano le storture della vita nei credenti; è soprattutto un’icona dell’ “uomo religioso” contro cui Gesù lancia con forza i suoi strali. Storicamente non tutti i farisei meritavano questi duri rimprovere che gli evangelisti mettono sulle labbra di Gesù; infatti il movimento farisaico era un movimento complesso ed è ingiusto compiere una identificazione di tutti i farisei con le storture che gli evangelisti stigmatizzano. Possiamo, anzi, certamente dire che i farisei, storicamente, ai tempi di gesù, erano una parte buona della comunità credente di Israele; erano gli “impegnati”, quellic he non marginalizzavano la dimenssione della fede rispetto alla vita, alle scelte, allo scorrere dei giorni. Possiamo dire che corrispondono, nell’oggi della Chiesa, a quei tanti fedeli che nella loro vita cristiana hanno fatto un salto di qualità vivendo l’impegno ecclesiale nei tanti Movimenti che sono una benedizione per la vita e la vivacità della Chiesa. Ora, che gli evangelisti abbiano fatto quest’operazione un po’ ingiusta identificando il fariseo tout-court con delle vie perverse di “religione” non sorprende. La loro è un’operazione pedagogica e diremmo oggi “pastorale”, lo scopo degli evangelisti è, infatti, costringere il lettore (un cristiano!) a capire che “il fariseo” è un personaggio attuale, uno che somiglia proprio a noi, a noi che leggiamo l’evangelo perché cristiani; la parabola serve a Luca a suggerire alla sua Chiesa di leggersi bene, onestamente, a scoprire dentro di sé le tracce di quegli atteggiamenti che il fariseo della parabola mette in atto; insomma Luca ci dice di vigilare perché il fariseismo è dentro di noi. Continuamente ci tenta.

            Badiamo bene subito ad una cosa: questo fariseo della parabola non è un ipocrita; un ipocrita, infatti, è uno che finge, uno che dice e non fa; quest’uomo, invece, “fa” ed è anche uno che ha molto spirito di sacrificio per essere fedele alla torah. Fa molto di più anche rispetto a quanto la legge prescrive: per esempio digiuna due volte alla settimana e non una volta come chiedeva la Torah (mi pare di vedere certi cristiani devoti che da qualche anno digiunano anche il mercoledì perché così “dice” una certa “apparizione”!), paga le decime anche di ciò che acquista e non solo di quel che vende (come prescrive la Torah) … il problema di questo fariseo non è dunque l’ipocrisia. Assolutamete no: quel che dice lo fa.

            Il suo problema è la fiducia folle nella sua “giustizia”; è grave perché un simile atteggiamento diviene subito una diga dinanzi alla grazia ed alla tenerezza di Dio. Per il fariseo, quello della parabola, ma quello di sempre e qnche quello che si annida in noi, la salvezza non è un dono dell’amore misericordioso del Signore ma è un premio che Dio doverosamente è tenuto a dargli per la sua irreprensibile “giustizia”.

            Certo, all’inizio più per forma che per convinzione, dice: Dio ti ringrazio … e pare così che faccia risalire a Dio le sue buone azioni ma questa pseudo-consapevolezza iniziale si perde durante il cammino. Questo è chiaro in quanto la sua preghiera non si dipana come una lode; la sua preghiera non è accesa di gratitudine per le misericordie ottenute e quindi non guarda a Dio e dunque non prega; a Dio non chiede nulla, è solo pieno di sé e delle sue azioni; è tutto ripiegato su se stesso, quasi “commosso” dalla propria giustizia e bontà; gli altri non ci sono e, se entrano, entrano nelle sue parole per essere giudicati.

            Quello che lui intende come preghiera, in realtà, non è preghiera.

            Poi c’è il pubblicano; il suo atteggiamento è all’opposto di quello del fariseo. Sa solo battersi il petto a distanza, sta col capo chino e dice: O Dio, pietà di me, il peccatore. Notiamo che, in greco, c’è l’articolo determinativo: si considera il peccatore per eccellenza … non uno dei tanti ma il peccatore!

            Anche quest’uomo dice la verità, come il fariseo la diceva; è certamente in una condizione di peccato spregevole ma ne è consapevole e sis ente bisognoso di cambiamento e sa che da Dio può solo ricevere; non ha nulla da vantare e tutto da chiedere.

            Qual è l’umiltà di cui dice la parabola? E’ che questo pubblicano conta su Dio e non conta su se stesso.

            È questo ciò che Gesù loda. Non loda certo la sua vita di peccato come non condanna le opere giuste del fariseo.

            La parabola così ci ha condotti ad una chiara conclusione: c’è un solo modo per mettersi dinanzi a Dio e questo non solo nella preghiera ma principalmente nella vita. Questo modo è il sentirsi sempre bisognosi di perdono, bisognosi del suo amore. Le opere buone scaturiscono da questo atteggiamento e dalla grazia di Dio che si riversa su chi la chiede nella verità. Il confronto con i peccati degli altri anche quando sono grandi e veri  – ammonisce ancora la parabola – non cil avvicina al Signore. Da quel confronto si esce sempre perdenti e per quanto grandi e, a volte anche terribili, i peccati degli altri uomini; si esce perdenti perché avanzando le proprie “giustizie” ci si isola dagli altri uomini con i quali, in verità, abbiamo una grande solidarietà e proprio nel peccato. Chi si isola dagli altri giudicandoli e sentendosi buono si isola da Dio e si pone verso di Lui come creditori gonfi di sé. Terribile! 

Fonte:http://www.monasterodiruviano.it/