fr. Massimo Rossi,"Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino.".


II Domenica di Avvento - 4 dicembre 2016
Is 11,1-10 ,  Sl 71/72;  Rm 15,4-9;  Mt 3.1-12
"Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Spirito
sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l'incarnazione del tuo Verbo ha fastto germogliare sulla nostra terra."
"Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse.  Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.".
"Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino.".

"Noi abbiamo Abramo per padre!":  i farisei e i sadducei, due fazioni religiose, ma anche due antagonisti politici, che si avvicendavano alla guida spirituale del popolo, entrambi vantavano la discendenza da Abramo e, con essa, il diritto di ereditare il Regno dei Cieli.  Anche gli altri evangelisti riportano questa affermazione, nel contesto della polemica tra i sommi sacerdoti e Gesù.  Evidentemente la discendenza da Abramo costituiva per i partiti che controllavano il Tempio un punto di forza nelle dispute con ebrei dissidenti del calibro di Giovanni Battista e Gesù.
L'ossequio alla Tradizione si incontra-scontra con una certa presa di distanza dalla Tradizione, espressa dai profeti:  un vero profeta è sempre schierato dalla parte del progresso, annuncia il tempo a venire, e dichiara: "Così non si può andare avanti!  così avanti non si va!".
La categoria del progresso è una dinamica importante della Rivelazione; lo ha dichiarato il Concilio:  la si può misurare non solo nel rapporto tra l'Antico e il Nuovo Testamento:  anche all'interno del Vecchio Testamento, si riconoscono scuole di pensiero diverse, che in epoche successive hanno riscritto i libri ispirati, a testimonianza del cammino di evoluzione nella comprensione della verità di Dio, dei relativi concetti di relazione con Dio e di Salvezza.
Attenzione, però, non vorrei ingenerare equivoci:  tradizione e progresso non sono incompatibili a priori.   Ma lo possono diventare quando la tradizione si arrocca su posizioni consolidate, rifiutandosi di progredire, appunto, nel cammino della fede:  quasi che possedesse già la verità tutta intera, e si facesse forte di questa presunzione.  Una Chiesa così è una chiesa in crisi, consapevole di esserlo, la quale si illude di poter ancora reggersi facendo valere le glorie passate.
Una Chiesa così condanna se stessa all'oblio, da parte delle giovani generazioni.
La questione del rapporto tra Vecchio e Nuovo emerge fin dal primo secolo, a proposito dei possibili orientamenti apostolici, in ordine all'annuncio del Vangelo:  in breve, nella chiesa nascente si erano subito manifestate due tendenza:  la prima, rappresentata da Pietro, sosteneva che destinatari della salvezza dovessero essere i Giudei, coloro che avevano ricevuto la Legge di Mosè, le profezie...  il popolo dei circoncisi. In ossequio a questo privilegio, i pagani che si fossero convertiti al Vangelo di Cristo, avrebbero dovuto passare prima attraverso la circoncisione, diventando israeliti, per poter successivamente accedere al battesimo di Gesù.
San Paolo, invece, rappresenta coloro i quali ritenevano l'annuncio del Vangelo un diritto di tutti, Giudei e pagani: secondo questa convinzione, chi aderiva alla fede nel Risorto, non era costretto alla circoncisione e poteva direttamente accedere alla comunione con Cristo.  Pietro e Paolo si incontrarono per affrontare la questione: si diedero la mano destra in segno di comunione, ma poi Paolo si rivolse ai pagani, mentre Pietro continuò la sua missione tra le fila dei Giudeo-cristiani.
Tornando al Vangelo di questa domenica, la Storia della salvezza inciampa spesso nel conflitto plurisecolare tra la casta sacerdotale e i profeti;  un conflitto che si coagula intorno alla questione del culto.  Non a caso il battesimo amministrato da Giovanni, ha come contesto le desolate steppe della Giudea, le sorgenti del Giordano, parecchio lontane in senso geografico, ma soprattutto spirituale, dal Tempio, luogo tradizionale dell'incontro con Dio.
Dal culto emerge la percezione che la chiesa ha di sé; potremmo formulare lo slogan: "Dimmi come celebri e ti dirò chi sei!".
Ogni volta che la liturgia del Tempio e della sinagoga perdeva il contatto fecondo con il vissuto della gente, il culto si isteriliva in una pratica esteriore, del tutto priva di efficacia salvifica.
I profeti suscitati di volta in volta da Dio, denunciavano la complicità dei sacri ministri con il  potere, le derive ritualistiche della liturgia del Tempio, la sua inutilità, peggio, il pericolo che la liturgia si ritorcesse come un boomerang contro i ministri e i fedeli.  E, visto che il culto costituiva una cospicua fonte di lucro per il partito sacerdotale al potere, le invettive dei profeti, Giovanni Battista compreso, non erano certo ben tollerate nelle stanze del Tempio...
Quanti martiri!...  Quante vittime immolate sull'altare della conservazione e delle lobby di curia...
Sto parlando del Tempio di Gerusalemme, mica della Chiesa cattolica!...
Giovanni il precursore conosceva la prepotenza e l'ipocrisia dei farisei e dei sadducei:  intuiva che la loro presenza sulle rive del Giordano non era segno di un autentico desiderio di conversione...  Giovanni li apostrofa con l'epiteto "razza di vipere", alludendo alla vicenda dei serpenti velenosi che mordevano gli israeliti nel deserto e li facevano morire.
Dopo l'uscita dall'Egitto, inseguiti dall'esercito del faraone, gli israeliti avevano trovato la salvezza attraversando il Mar Rosso.  Il potente sovrano degli Egiziani era diventato il simbolo del male, colui che aveva teso la mano sul popolo di Dio e lo aveva ridotto in schiavitù.  Quasi automatica l'identificazione del serpente con il principio del male, dal momento che il serpente, precisamente il cobra, compariva sul diadema regale del faraone...
Potete intuire la gravità dell'accusa mossa dal Precursore a carico delle autorità del Tempio, con quell'apostrofe: razza i vipere.  Nella sapienza ispirata di Giovanni, farisei e sadducei rappresentavano il colmo della perversione:  i capi religiosi del popolo, ministri sacri, rappresentanti di Dio, erano in realtà i peggiori nemici di Dio, nemici del popolo e corruttori della fede.
SUl finire del suo ministero, anche Gesù, in forma più discreta, ma non meno esplicita, aveva usato contro i farisei espressioni altrettanto dure:  "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.  (...)  Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci..." (cfr. Mt 23,1-14).
Pregate per i preti, pregato tanto, pregate forte!  Affinché siamo strumenti docili e illuminati nelle mani di Dio.  Come ebbe a dire Papa Francesco, i pastori del gregge di Cristo, si sentano addosso l'odore delle pecore, segno che sono vicini alle pecore, alle sofferenze dei fedeli.  Dai fedeli siamo stati tratti e possiamo essere ministri, solo se condividiamo l'esperienza dei fedeli.

Fonte:http://www.paroledicarne.it/

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