MONASTERO DI RUVIANO,PRIMA DOMENICA D’AVVENTO

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO
Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13, 11-14a; Mt 24, 37-44

            Inizia un nuovo anno, un nuovo cammino nella ricerca appassionata di Dio … l’anno liturgico
che finisce e rinizia ci rimette in marcia verso Lui e nella passione per Lui … Solo così ha senso la ripresa del cammino in un nuovo anno liturgico che ci farà ripercorrere tutti i misteri della nostra fede, tutte quelle azioni di Dio con cui Lui ci ha cercati e salvati, tutte quelle azioni di Lui che culminano nell’invio del Figlio suo Gesù nella nostra carne di uomini e nel suo amore fino all’estremo narrato nell’ora della Croce in una morte che non resta morte ma si spalanca alla vita senza fine del Risorto ed in quell’amore ci raduna in quella casa comune che è la Chiesa che, con la forza di Cristo, lotta per permettere alla storia di essere trasfigurata dallo stesso amore del Padre, del Figlio e dello Spirito.

            Camminiamo in questo anno liturgico con passione per l’Evangelo, con passione per la Chiesa, con passione per la lotta per la nostra santità. Mettiamo passione a partire da questo inizio dell’anno, in questo Avvento dell’anno di grazia 2016!

            Non stiamo qui a celebrare una preparazione al Natale…no! Avvento è tempo di attesa di un compimento che, nel Natale, ha una sua rassicurazione. Dio è sempre fedele alle sue promesse e fu fedele alle promesse fatte ad Israele e superò, con la sua venuta nella carne ogni più audace speranza.

Chi, infatti, avrebbe mai potuto solo ipotizzare l’incarnazione? Chi avrebbe potuto pensare che la promessa dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14) sarebbe giunta ad un “con noi” tanto radicale e sconvolgente?

Quel che a Natale contempliamo a Betlemme ci riempie ancora di stupore ma vuole soprattutto gridarci che ci si può fidare di dio e delle sue promesse. Esse sempre si compiono e si compiono anche e soprattutto al di là delle nostre capacità di immaginarne l’ampiezza e la profondità.

            L’Avvento è tempo di sguardi che devono andare lontano, devono penetrare nel profondo il futuro di Dio, quello che appartiene solo a Lui e che Lui ha promesso. Quel futuro di Dio che è il ritorno di Gesù Signore e Messia. I cristiani non sono gente che si crogiola di un apssato glorioso e che fa sforzi morali in un presente che cerca di rendere migliore! No! E’ poco! I cristiani sono gli uomini dell’attesa di un ritorno che sarà un futuro di bellezza, di giustizia, e di pace (l’ha detto con il suo linguaggio l’oracolo del Libro di Isaia che oggi si legge quale prima lettura); non però le bellezze che noi sappiamo plasmare, non la giustizia che sappiamo realizzare noi che, come dice la sapienza biblica, è sempre “un panno immondo” (cfr Is 64,5), non la pace mondana che è, nella migliore delle ipotesi, solo assenza di guerra …

            L’Avvento ci pone in un stato di vigilanza dell’opera di compimento che Dio farà nella nostra storia attraverso Gesù Cristo e la sua signoria sulla storia, quella signoria conquistata a “caro prezzo” nel suo sacrificio d’amore. “Se è risorto tornerà – cantiamo in un inno pasquale – e allora ogni creatura il volto suo conoscerà”! Sì, tornerà. L’Avvento è tempo in cui la Chiesa è chiamata a scuotersi dalla tentazione del “presente”; dalla tentazione, cioè, di rinchiudersi in un presente in cui tutto si risolva divenendo orizzonte dei propri orizzonti. La liturgia della Parola di questo Anno A (in cui ci sarà guida l’Evangelo di Matteo) si apre con le parole del Libro di Isaia: “Alla fine dei giorni” … è necessario puntare lo sguardo al compimento per sentirne tutto il peso di salvezza per il presente, affondando le radici della fiducia nel passato in Dio ha sempre trasceso inimmaginabilmente le sue promesse adempiendole.

            Gesù, nella pagina di oggi di Matteo, inizia il suo discorso riferendosi ai tempi di Noè; lì il racconto del Genesi si riferisce subito alla malvagità degli uomini, a quella malvagità che sta per “sommergere” tutta la storia; qui però Gesù non fa riferimento alla malvagità dell’uomo ma al fatto che spesso l’uomo vive superficialmente e “senza sospetto”. Come ai tempi di Noè c’è rischio – dice Gesù – che si viva preoccupandosi poco (o niente!) del fondamentale che è la relazione con Dio e dunque del senso, e ci si preoccupi invece molto (o solo!) del cosiddetto maledetto “pratico” … il rischio è farsi “affogare” dalle preoccupazioni quotidiane che non sono Dio ed a cui, invece, si dà un culto che è vera offerta della vita. Incredibile! Si ricusa di dare la vita a Dio che puntualmente  ce la restituisce carica di senso e di bellezza e la si offre in olocausto alle cose, agli affanni della vita …

            Il rischio – ci dice Gesù all’inizio di questo nuovo Tempo d’Avvento – è vivere ignari del “giudizio” di Dio e tranquilli nelle nostre tranquillità sepolcrali!

            Il ritorno del Signore, infatti, ci avverte l’Evangelo, sarà una cernita tra coloro che hanno vigilato e coloro che non si sono accorti di nulla. Ecco allora il richiamo alla vigilanza! Vigilante è chi sta di continuo in uno stato di “all’erta”! E’ la condizione di chi è attento; il vigilante è, chiaramente, all’opposto, di chi non si accorge di nulla e vive “dormendo”. Paolo esorta i cristiani di Roma ad uscire dal pericoloso sonno dell’incoscienza che facilmente diviene abito di tenebra! La vigilanza, ci suggerisce sempre Paolo, è un atteggiamento sobrio, un atteggiamento di chi non siperde nel non essenziale, di chi non anestetizza il proprio profondo, al propria coscienza umana e cristiana. Luca, in un suo passo parallelo circa la vigilanza (siamo in altro contesto) richiama non a Noè ma alla moglie di Lot: “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà e chi invece la perde la salverà” (cfr Lc 17, 25-33). Luca lì ci suggerisce – e Paolo nel suo testo di questa domenica lo dice con forza – che la vigilanza è la via della croce perché è un rivestirsi di Cristo che tutto si è offerto perdendo se stesso per amore del mondo e del Padre.

            Lo sguardo allora deve essere puntato su Colui che attendiamo e sul suo stile … su Colui che verrà come un ladro; la sua venuta imprevedibile ed improvvisa ci deve far vivere ogni giorno colmo della sua santa attesa.

            Il testo evangelico di quest’inizio dell’Avvento ha certo una sua durezza; Gesù qui condanna senza appello la cultura dell’indifferenza, della confusione tra bene e male, della stolta miopia che fa del presente l’unico orizzonte di cui tener conto … Se ci viene da pensare che la misericordia copra tutto, anche le nostre irresponsabilità, tendiamo l’orecchio a questa parola di gesù di oggi che ci vuole porre in una santa inquietudine, che ci dice che la vita è cosa seria perché “passa presto e noi ci dileguiamo” (cfr Sal 90,10). L’Avvento ci dice che la vigilanza è questione di direzione: verso l’incontro con il Veniente, il Figlio dell’Uomo che è venuto e verrà! Sulla “barca” della nostra vita non conta solo remare e faticare, occorre anche dare la giusta direzione.

            Mentre si dice maranathà si punti anche, con la vita e non solo con le parole, verso di Lui, verso il Cristo Veniente … verso Lui che ci prende sul serio!

 Fonte:www.monasterodiruviano.it/

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