Paolo Curtaz, "Re. Ma de che? "


Commento al Vangelo di domenica 20 novembre 2016 - Paolo Curtaz
Re. Ma de che? 
Allora cosa possiamo fare?
Se riusciamo a conservare la fede, con tenacia, nonostante i sismi di sorella terra e quelli interiori,
altrettanto devastanti in un mondo in dissoluzione, cosa dobbiamo fare? Come restare cristiani?
Gli eventi che stanno mettendo a dura prova la nostra fragile nazione, le case distrutte, secoli di storia, e che storia!, rasi al suolo, ci costringono a spingerci oltre, ad osare.
Dicevamo, domenica scorsa, che forse ci siamo sbagliati.
Che forse Dio è davvero una carogna vendicativa. E ci sta bastonando.
Alcuni lo pensano. E lo scrivono, persino.
Così tutto diventa una punizione, un ammonimento, un grido irritato della divinità. Sciocchi noi ad avere pensato al Dio misericordioso. Eretici e sciocchi, papa in testa.
Alcuni lo pensano. E lo scrivono. E alcuni, addirittura, leggono tali scempiaggini.
Poi c’è la Parola. Quella condivisa dai fratelli luterani (auguri!), quella che ricuce gli strappi. Che svela i misteri, che illumina i percorsi.
Alla fine siamo chiamati a guardare il fine della storia, non la sua fine.
E l’ultima domenica dell’anno liturgico esplode come un botto.
Astenersi anime impressionabili.

Senza fine
Tutta la Bibbia si può sintetizzare in un unico concetto, semplice-
Inizia con un sei amato e conclude con un amerai.
Fra questi due poli di tensione, di attrazione, di pienezza, si gioca la storia.
Quella zoppicante degli uomini che fanno a gara per rovinarsi la vita, la propria e quella altrui.
Quella suicida delle guerre, delle battaglie, degli egoismi assurti a sistema.
Quella che non impara dai propri errori, quasi mai.
E quella di Dio. Intessuta nelle trame degli eventi, che passa dai cuori, dalle anime, che non viene scritta quasi mai. La storia di una salvezza, di un sogno d’amore concreto e fattivo, ispirato e animico, che Dio sta costruendo dentro e attraverso di noi.
Oggi ci diciamo e proclamiamo al mondo che la storia non sta precipitando nel caos, ma nelle braccia di Dio. E che più della tenebra, quella personale e quella collettiva, trionfa la luce, quella divina che in noi si riflette.
Oggi è la festa in cui le comunità guardano avanti, al di là e al di dentro dei nostri limiti e dei nostri sforzi perché, sempre, il metro di giudizio del nostro essere Chiesa è la realizzazione del Regno.
E di questo Regno d’amore Gesù è il re.
Ma de che?

Un re bislacco
Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato.
Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.
Una sconfitta che, per Lui, è un evidente gesto d’amore, un impressionante dono di sé.
Un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettatamente – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.
Dio non è nascosto, misterioso: è evidente, provocatoriamente evidente; appeso ad una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la durezza dell’uomo.

Salva te stesso
La chiave di lettura del vangelo di oggi è tutta in quell’inquietante affermazione della folla a Gesù: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Frase che Luca fa dire anche ai sacerdoti e ai soldati pagani: tutti concordano nel ritenere un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.
Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva se stesso, può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.
Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato lui! Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù deve mostrarsi egoista perché, nel nostro mondo piccino, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato nella sua perfetta solitudine. Dio diventa la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, è ciò che ammiriamo nell’uomo politico riuscito, ricco e sicuro, allora cerchiamo di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo.
No, il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me.
Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi.

Ladri e ladroni
I due ladroni sono la sintesi del diventare discepoli. Il primo sfida Dio, lo mette alla prova: se esisti fa che accada questo, liberami da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me. Concepisce Dio come un re di cui essere suddito.
Ma a certe condizioni, ottenendo in cambio ciò che desidera: una redenzione in extremis. Non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita, tenta il colpo. Non è amorevole la sua richiesta: trasuda piccineria ed egoismo. Come - spesso – la nostra fede. Cosa ci guadagno se credo?
L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura quella di Dio. Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uomo è il Figlio di Dio.

Lo vogliamo davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che vorremmo? Di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi?
Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.

Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/