Don Marco Ceccarelli," La gioia della salvezza."

III Domenica di Avvento “A” – 11 Dicembre 2016
I Lettura: Is 35,1-6.8.10
II Lettura: Gc 5,7-10
Vangelo: Mt 11,2-11
- Testi di riferimento: Sal 23,4; 27,1; 33,20; 41,10; Gs 1,9; Is 25,9; 34,8; 40,3; 61,2; 62,11; 63,1.4;
Sof 3,8; Ab 2,3-4; Zc 9,9; Mal 3,1; Mt 1,23; 11,19; 12,28; 28,20; Lc 17,21; 21,22; Gv 1,14; 7,31;
10,37-38; 16,20-23; 20,20; At 18,9-10; Rm 8,25; 12,19; Eb 10,37
1. La gioia della salvezza.
- Il tema principale della terza domenica di Avvento è quello della gioia. Non una gioia qualsiasi,

ma quella causata dalla venuta del Dio che salva, a cui l’Avvento ci richiama. La gioia di cui parla
la Scrittura è quella che scaturisce dall’esperienza che Dio ci ama e perciò viene a salvarci nelle situazioni
di impotenza (vedi i testi di riferimento). Non c’è gioia più grande di quando sperimentiamo
una salvezza che appare fuori dalla nostra portata, di quando otteniamo una grazia insperata. La
gioia che porta il Salvatore non è quella gioia superficiale, quasi stupida o puerile, che consiste
nell’essere sempre allegri o con il sorriso in bocca. È piuttosto l’intima e profonda consapevolezza
di avere ricevuto da Cristo una vita così duratura, così eterna, che nessuno ci può togliere. È
quell’intima e profonda certezza – che permane anche nei momenti di sofferenza – che Cristo è in
mezzo a noi, anzi che vive in noi, e che niente ci può separare dal suo amore. La vera gioia, quella
che il mondo non ci può togliere (Gv 16,22), è dunque la presenza dell’Emmanuele, del Dio con
noi, del Cristo risorto che ha vinto la morte e che rimane sempre in mezzo ai suoi (Gv 20,20), anche
quando non lo vediamo (1Pt 1,8). Allora anche quando il sorriso può non apparire, rimane comunque
quella profonda serenità che ci permette di non disperare in qualsiasi situazione possiamo trovarci,
come fu ad esempio per il martire vietnamita citato da Benedetto XVI nella Spe Salvi (n. 37):
«Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente
sono immerso … Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno … In mezzo
a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di
gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me».
- Nella prima lettura l’invito alla gioia deriva dall’annuncio della salvezza imminente. L’invito è rivolto
a coloro che sono oppressi, ansiosi, preoccupati, agitati. L’espressione del v. 4 che nel nostro
lezionario suona “smarriti di cuore”, in realtà è, letteralmente, “coloro che hanno il cuore accelerato”,
cioè quelli che sono pieni di paura, di ansia. È l’agitazione di chi sa che non ha via di scampo,
che non è in grado di salvarsi da solo. La consapevolezza di questa incapacità è necessaria per attendere
la salvezza che viene da Dio. Ma ora questa paura viene dissipata dall’avvento della salvezza
divina che si manifesta con dei segni: la guarigione dei malati, una strada nel deserto per tornare
a Sion. L’effetto – certamente spontaneo, automatico, non frutto di una esigenza moralistica – sarà
una “allegria eterna” per i riscattati dal Signore (v. 10). La gioia duratura, eterna, può essere soltanto
quella che viene dal Signore.
- Poiché la nostra salvezza, finché siamo in questa vita, deve ancora raggiungere il suo compimento,
abbiamo bisogno di pazientare (seconda lettura) e di “farci forza” (Is 35,4; Gc 5,8) sapendo che
“nella speranza siamo stati salvati” (Rm 8,24), sapendo cioè che il Signore porterà a compimento la
sua opera in noi.
2. Il Vangelo
- Quale salvezza? Una figura chiave del tempo di Avvento è quella del Battista. Nel brano di Vangelo
odierno la domanda che Giovanni rivolge a Gesù attraverso degli inviati suona strana. Perché
lui, che ha annunciato la venuta del Messia e lo ha battezzato, dovrebbe chiedersi se Gesù è veramente
il Messia? Qualcuno ha risposto che Giovanni vuole provocare una risposta in funzione non
di se stesso ma dei suoi discepoli che invia a Gesù. Anche se questa interpretazione può sembrare
troppo accomodante ha certamente un fondo di verità. Tuttavia non è nemmeno impossibile che lo
stesso Giovanni, che aveva predicato l’arrivo del giudizio severo di Dio per mezzo del Messia, un
giudizio che nella mentalità ebraica avrebbe dovuto premiare i fedeli del Signore e punire i loro oppressori,
si stia chiedendo che razza di Messia sia questo che passa la vita a predicare a tutti e a guarire
gli ammalati. La domanda di Giovanni potrebbe dunque certamente essere rivelatrice della difficoltà
che i giudei di ieri e di oggi hanno avuto nel riconoscere in Gesù il salvatore. Ma è soprattutto
una domanda chiave che, implicitamente o esplicitamente, risuona in chiunque si voglia confrontare
seriamente con Cristo. Infatti può ben succedere che il Messia che Dio ci ha dato e la salvezza
di cui abbiamo bisogno non corrisponda a quello che ci aspettiamo noi; e questo è vero per tutti, anche
per il Battista. C’è sempre la tentazione di attendere un altro Messia, uno che risolva i problemi
in un altro modo, che ci salvi in una maniera diversa. Ma la domanda di Giovanni ci dice anche che
ad essa può rispondere soltanto Gesù stesso. Ed è da lui che dobbiamo ascoltare e credere la risposta.
- Dio con noi. Gesù compie delle opere che sono veramente le opere del Messia. Sono dunque quelle
che testimoniano la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Le sue opere testimoniano che Gesù
è “il veniente” (v. 3), il Dio che viene a salvarci; testimoniano che lui è l’Emmanuele, il Dio–con–
noi. Come ha scritto Benedetto XVI nella Spe Salvi, ciò che Cristo ha portato in un mondo che era
senza speranza e senza Dio è appunto la presenza di Dio in mezzo agli uomini (n. 3). E se Dio è con
noi non c’è altro da aspettare, perché non c’è nulla che sia più grande di Dio. I segni che Dio è in
mezzo a noi, e che ci vuole salvare, ci sono, sono evidenti per chi voglia vederli. Il problema è appunto
che tipo di salvezza ci stiamo aspettando. Anche davanti alle “opere del Cristo” molti non sono
stati convinti, perché si aspettavano un altro tipo di salvezza. Per questo, subito dopo il brano di
Vangelo odierno, Gesù afferma che gli uomini di “questa generazione” sono come dei bambini che
non accettano di giocare con la scusa che il gioco proposto dall’altro gruppo non corrisponde ai
propri desideri; “rimproverano gli altri” di essere la causa del loro non giocare (Mt 11,16-17). Chiedono
un segno (cfr. 12,38ss.; 16,1-4), ma non hanno nessuna intenzione di convertirsi. Nascondono
la loro mancanza di conversione con la giustificazione che sia Giovanni che Gesù non corrispondono
alle loro aspettative. Non sanno fare altro che stare seduti e criticare. Quando non ci si vuole
convertire non si è disposti ad accettare alcun segno. Ma alla Sapienza sarà resa giustizia da tutte le
sue opere (Mt 11,19).
- “Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (v. 11). È una affermazione sbalorditiva, soprattutto
dopo che Gesù ha detto che fra i nati di donna non c’è nessuno più grande del Battista. Ma
questa affermazione la dice lunga sulla natura della nuova realtà inaugurata da Cristo. Il più grande
– potremmo dire il migliore, il più fortunato – fra i comuni mortali (“nati di donna”) è nulla in confronto
al privilegio che possiede un figlio del regno, foss’anche il più piccolo di tutti. Il regno dei
cieli è l’ingresso della salvezza – che è Gesù stesso – nella vita di una persona, con la forza di trasformarla.
Il regno dei cieli è la grande novità iniziata con Cristo; è la possibilità per gli uomini di
non essere semplicemente dei nati di donna, ma dei figli di Dio, dei nati dallo Spirito (Giovanni
stesso aveva annunciato che il Messia avrebbe battezzato in Spirito santo e fuoco: Mt 3,11). Possiamo
comprendere dunque perché avere incontrato Cristo e avere accolto il regno dei cieli è la fonte
della vera gioia. Possiamo comprendere perché anche occupare l’ultimo posto nel regno è meglio
di qualsiasi altra cosa.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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