FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio Divina "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,1-18)

Natale del Signore
Messa del giorno

Antifona d'ingresso
E' nato per noi un bambino,

un figlio ci è stato donato:
egli avrà sulle spalle il dominio,
consigliere ammirabile sarà il suo nome. (cf. Is 9,5)

Colletta
O Dio, che in modo mirabile
ci hai creati a tua immagine,
e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti,
fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio,
che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana.

PRIMA LETTURA (Is 52,7-10)
Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.
Dal libro del profeta Isaìa

Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme esultano,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore a Sion.
Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 97)
Rit: Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. Rit:

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. Rit:

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! Rit:

Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore. Rit:

SECONDA LETTURA (Eb 1,1-6)
Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio.
Dalla lettera agli Ebrei

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».

Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Un giorno santo è spuntato per noi:
venite tutti ad adorare il Signore;
oggi una splendida luce è discesa sulla terra.
Alleluia.

VANGELO (Gv 1,1-18 (forma breve Gv 1,1-5.9-14))
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Preghiera sulle offerte
Ti sia gradito, Signore,
questo sacrificio, espressione perfetta della nostra fede,
e ottenga a tutti gli uomini
il dono natalizio della pace.

PREFAZIO DI NATALE I
Cristo luce

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.
Nel mistero del Verbo incarnato
è apparsa agli occhi della nostra mente
la luce nuova del tuo fulgore,
perché conoscendo Dio visibilmente,
per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili.
E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli,
ai Troni e alle Dominazioni
e alla moltitudine dei Cori celesti,
cantiamo con voce incessante
l’inno della tua gloria: Santo...

Oppure:

PREFAZIO DI NATALE II
Nell’incarnazione Cristo reintegra l’universo

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
lodarti e ringraziarti sempre per i tuoi benefici,
Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore.
Nel mistero adorabile del Natale,
egli, Verbo invisibile,
apparve visibilmente nella nostra carne,
per assumere in sé tutto il creato
e sollevarlo dalla sua caduta.
Generato prima dei secoli,
cominciò ad esistere nel tempo,
per reintegrare l’universo nel tuo disegno, o Padre,
e ricondurre a te l’umanità dispersa.
Per questo dono della tua benevolenza,
uniti a tutti gli angeli,
cantiamo esultanti la tua lode: Santo...

Oppure:

PREFAZIO DI NATALE III
Il misterioso scambio che ci ha redenti

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo nostro Signore.
In lui oggi risplende in piena luce
il misterioso scambio che ci ha redenti:
la nostra debolezza è assunta dal Verbo,
l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne
e noi, uniti a te in comunione mirabile,
condividiamo la tua vita immortale.
Per questo mistero di salvezza, uniti a tutti gli angeli,
proclamiamo esultanti la tua lode: Santo...

Nel Canone Romano, si dice il Communicantes proprio.
Nelle Preghiere eucaristiche II e III si fa il ricordo proprio.
Antifona di comunione
Tutti i popoli hanno veduto
la salvezza del nostro Dio. (Sal 98,3)

Oppure:
Il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo
visto la sua gloria. (Gv 1,14)

Preghiera dopo la comunione
Padre santo e misericordioso,
il Salvatore del mondo, che oggi è nato
e ci ha rigenerati come tuoi figli,
ci comunichi il dono della sua vita immortale.


Lectio
Alcuni anni fa lo scrittore ebreo Andre Neher ci parlava in un suo libro de “l’esilio della Parola”, introducendo il nostro sguardo nello spazio del “silenzio di Dio”, un silenzio che parla.
Vorrei muovermi in questo spazio di silenzio per potermi accostare insieme a voi a questo mistero dell’Incarnazione che ci ha sorpreso ancora una volta e poter trovare di fronte a questo bambino non solo la risposta alle nostre domande, ma innanzitutto la sovversione delle nostre domande.
Certamente la liturgia odierna ci fa sperimentare il “silenzio prossimo” del Figlio di Dio che l’evangelista Giovanni ci invita a contemplare con sommo amore facendoci scorgere in lui “l’esegeta del Padre” (v.18).

Chiediamo dunque non solo lo sguardo acuto e amoroso dell’evangelista, la “montagna” come lo chiama Agostino nel Commento al suo evangelo, ma anche un po’ di quella letizia e giocondità caratteristica di Francesco che a Greccio contemplò il Verbo fatto carne tra le sue braccia.
Ci soffermeremo soprattutto sul Prologo cominciando da alcune note esegetiche.

All’inizio di quella che Ireneo di Lione chiamava “la grande sinfonia della salvezza” e che Giovanni compone con il suo evangelo nel genere letterario del racconto, il Prologo ne anticipa in forma di inno personaggi, temi, eventi ed esiti: drammatici per alcuni, esaltanti per altri.
Chiediamoci chi sono intanto i personaggi di questa Ouverture.
Da una parte: la Parola di Dio preesistente alla creazione, che diventa uomo in Gesù Cristo; Iddio, che è il Padre del Figlio Unigenito incarnato; il testimone Giovanni; Mosè.
Dall’altra: ogni cosa, ogni uomo, il mondo, i suoi (quelli nella cui casa è venuta la Parola), i figli di Dio, “noi”, “noi tutti”.
Vediamo adesso quali sono i temi che risultano dalla lettura del Prologo. Sono: la vita, la luce, la gloria, la grazia, la verità.
“Valori” che il lettore percepisce come importanti, affascinanti che in qualche modo comprende ma che restano al tempo stesso misteriosi e risvegliano la sua attenzione e il suo interesse e stimolano alla domanda che è essenziale per comprendere ancor più profondamente il mistero annunciato.
Cosa significa veramente la via, la luce, la verità…?
SI’, perché tutti questi “temi-valori” sono legati in maniera indissolubile al protagonista che è “la Parola” e alla sua avventura tra gli uomini.

Inoltrandoci nella lettura ci troviamo subito davanti all’antitesi luce-tenebre, che si risolve in modo drammatico: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta, ma neppure l’hanno sopraffatta” (secondo il doppio significato del verbo katélaben di 1,5).
“La luce quella vera veniva nel mondo… e il mondo non l’ha riconosciuta” (1,10) “essa venne nella sua casa, e i suoi non l’hanno accolta” (1,11).
Ci troviamo di fronte ad un dramma. Nella Parola scaturita dal seno del Padre noi potremmo intuire tre movimenti che approfondiremo più avanti, per adesso dobbiamo fissare lo sguardo sulla Parola preesistente alla creazione, ma è importante farlo con grande umiltà, con povertà di spirito sapendo che Dio rivela i suoi segreti ai piccoli e ai poveri (Lc 10,21-22).
Per Giovanni “in principio la Parola esisteva già” (1,1).
Come possiamo vedere il riferimento all’inizio della Genesi è d’obbligo ma con una differenza: invece di leggere il verbo al passato (“In principio Dio creò” o “Dio disse” Gn 1,1;3) noi troviamo qui una affermazione di una “esistenza” che precede (o presiede) questo principio.
La Parola non è l’inizio di ciò che è apparso nel mondo, non è la prima delle creature, ma questa Parola sconfina al di là del tempo e della storia nella stessa eternità di Dio.
Allora potremmo completare la lettura di Gn 1,1: “In principio Iddio creò il cielo e la terra” con Gv 1,1: “In principio la Parola esisteva già”, essa aveva una sua sussistenza prima ancora di modellare di se stessa l’intera creazione.
Come lettori siamo avvisati.
Nella Parola che diventò carne-uomo in Gesù Cristo e nella sua storia che l’evangelo si appresta a raccontare, noi andiamo ad incontrare uno che viene da lontano, dal “seno del Padre” (1,18), uno che porta in sé tutta la corporeità e la storia dell’uomo, ma le cui origini non sono nel tempo, in questo nostro mondo.
Il Natale di Gesù Cristo in Luca e Matteo corre da Nazareth a Betlemme; ma in Giovanni il Natale della Parola, fatta carne in Gesù Cristo è paradossalmente un non-Natale. “In principio la Parola esisteva già”.

Il contesto in cui vive l’esordio del Prologo di Gv 1,1-2 è un contesto dialogico e di comunicazione, non un contesto di azione e neppure azione creatrice di cui si parla soltanto dal versetto 3.
Giovanni afferma che in principio prima ancora dell’atto creativo, era la Parola, c’era la Parola, ovvero c’era la comunicazione.
Commenta X.Leon-Dufour: “Giovanni 1,1 modifica radicalmente la concezione che sovente si ha di Dio. Se la Parola appartiene alla sfera di Dio, se è il proprio di Dio, ciò significa che Dio non è una individualità (per quanto sovrana e trascendente) chiusa su se stessa, ma un essere che è potenza di espressione di sé, dualità nell’unico e come tale, sorgente di relazione, un essere rivolto verso un vìs-a-vìs che egli si è dato”.

Del resto, dire UOMO significa dire PAROLA, poiché “la facoltà del parlare, non è nell’uomo soltanto una capacità che si ponga accanto alle altre. È per contro La facoltà che fa dell’uomo un uomo”. (M. Heidegger)
Dire “parola” significa dire innanzitutto relazione, comunicazione, dialogo interpersonale e amicale.
Già il Dio del Primo Testamento non era solo, non amava la solitudine, aveva la passione per l’alleanza che è volontà di comunione, di compromissione, di incontro sponsale.
Egli è l’Emmanuele, il Dio-con noi.
Questo lo sapevamo e non è poco, ma non basta.
Il Prologo ci dice che Dio è Parola, è relazione, comunicazione e incontro all’interno del suo essere e della sua vita personale, prima ancora che all’esterno con il mondo degli uomini.

Riconduciamo il nostro sguardo al rapporto del Verbo con il Padre.
Questa Parola preesistente alla creazione è in un atteggiamento di profonda confidenza verso il Padre: “en pros ton Theon” possiamo tradurre: “rivolta verso Iddio”.
È importante il “pros” (presso) perché ci illumina sulla qualità e sulla modalità della relazione della Parola con Iddio.

Il “pros” ha tre significati:
1) Valenza dinamica:
“Essere verso…” significa avere un rapporto dinamico. La relazione è “movimento” in Dio. Movimento che ha come “motore” l’amore.

2) Valenza statica:
il “pros” ha anche una valenza statica. Forse sembra contraddire quanto detto sopra. Cosa significa? Che in Dio la relazione è “stabile”.
Staticità, allora in Dio non è immobilismo ma radicamento fedele.
È questa stabilità a fondere una comunione di vita, tanto che l’essere in diviene essere con ed essere per l’amore.

3) Comunione nella differenza.
Giovanni afferma che “il Verbo era rivolto verso Dio” (ton Theon).
Quando vi è l’articolo davanti al nome di Dio è sempre in riferimento al Padre. Questa sfumatura evidenzia come il rapporto vive nella diversità.
L’amore nella relazione trinitaria non tende alla fusione ma all’accoglienza della diversità, nella quale vive a sua volta la koinonia.

Questa relazione in Dio ha un triplice movimento.

1) movimento estatico.
Il “pros” lo manifesta chiaramente.
Cos’è l’estasi (ekstasis)?
È l’uscita da sé, un esodo.
È un movimento che parte dall’io per raggiungere il tu e far nascere l’incontro. Questo movimento estatico comporta l’oblatività come dono di sé e preesige la gratuità dell’amore.
È importante la gratuità dell’amore estatico perché nel dono di sé all’altro, al tu amato, non si deve cercare nulla al di fuori di ciò che è l’altro, il tu.
Agostino diceva: “Premium dilectionis, ipse dilctus”. In Dio questo movimento dell’amore è esterno e incessante.

2) movimento kenotico.
La kenosis è l’apertura in sé all’altro, è un autolimitarsi perché l’altro sia e sia automamente.
Secondo la teoria ebraica dello tzim-tzum l’autolimitazione di Dio ha reso possibile la creazione. La kenosis non è solo ristretta al mistero della Incarnazione del Verbo, alla sua passione e morte, ma è un modo d’essere della Trinità.

3) movimento estetico.
Ekstasis e kenosis fanno risplendere il sole del Regno, la sua bellezza irradiante. Dire estetica significa dire: armonia, ordine, stupore, bellezza. Pietro esorta i credenti ad avere una vita santa e una condotta bella (1 Pt 1,15-16; 2,12).
La condotta bella contrasta con la bruttura dell’egoismo. La vita cristiana della vita trinitaria è filocalica.

Il veniente
“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (v. 9).
Il Verbo di Dio è presentato sempre nell’atto del venire: viene nella creazione, viene nella storia, viene nella carne. Eppure non riconosciuto non è accolto.
Il verbo “riconoscere” (cfr.Rm 1,20-21) indica che il Verbo può essere riconosciuto nella creazione attraverso le sue opere. Le opere rimandano al Creatore. Eppure, nonostante questo riconoscimento fosse possibile il mondo non ha voluto riconoscerlo. L’insuccesso è ancora maggiore tra il suo popolo, che non l’accoglie.
Ma il Verbo nonostante questa resistenza, viene nel mondo. Anzi, dice Giovanni “si fa carne”. Da “presso il Padre” a “con gli uomini”, uno di loro, solidale con loro (è il senso di sarx). Entra nella precarietà umana (la tenda). Questa venuta è contemplata dalla comunità credente (“e noi vedemmo”). Cosa intende Gv per gloria contemplata? La fedeltà e l’amore di Dio resi visibili in Cristo. Contemplare la gloria significa sperimentare l’amore fedele di Dio. Questa è la condizione della fede (Gv 2,11).

“E la Parola divenne carne… piena di Grazia e Verità”
L’associazione di “Grazia e Verità” (charis e aletheia) evoca l’associazione frequente nel Primo Testamento di CHEESED che esprime la bontà di Dio e si china sull’umanità per salvarla e ‘EMET, che indica la fedeltà di Dio alle promesse dell’alleanza, come pure la verità di Dio sull’uomo e sul mondo.
Viene spontaneo qui citare in parallelo, il Natale della lettera a Tito: “E’ apparsa infatti la grazia (charis) di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini… quando è apparsa la bontà (chrèstotès)e l’amore (philantropia) di Dio nostro Salvatore” (Tt 2,11;3,4).
La sublime amabile benevolenza di Dio, e insieme la sempre bramata e mai totalmente afferrata verità verità su di noi e sulla vita, sono apparse nel volto umano di Gesù. E’ lui, e lui soltanto la compiuta epifania di Dio,la perfetta icona di Dio.

Questa testimonianza è una testimonianza “gridata” dal ruolo permanente di Giovanni Battista. Il testimone il quale si riduce ad “io non sono” (1,20) per far totalmente spazio a colui “che esisteva prima di me” (v.15). Una testimonianza che viene offerta anche all’uomo di oggi che vuole cercare, scoprire e testimoniare onestamente la verità conosciuta.
Ma a ben riflettere questa verità era già inscritta da qualche parte, ci preesiste, ci precede. Come l’ispirazione, anche la scoperta della verità nasce dall’incontro dello spirito umano con l’altro mondo, l’altra sponda.
Commentava M.Buber: “Colui che conosce il soffio dello spirito commette peccato se vuol farsene signore, o se si vuole verificarne la qualità. Ma attribuirsene il merito, sarebbe anche un segno di slealtà”. (Il principio dialogico)

Il Dio che nessuno ha mai visto
“Nessuno ha mai visto Dio…” (v.18)
Dio è il Santo, il Tutt’Altro, il Terribile, è colui di cui gli uomini fossero anche un Mosè o un Isaia cfr. Es 32,22-23 _ Is 6,15) non possono “vedere la faccia” senza morire.
“L’Unigenito Dio, quello che è rivolto verso il seno del Padre, egli stesso lo ha raccontato”.
Gesù Cristo, parola fatta carne è l’unico esegeta del Padre.
Giovanni proclama solennemente questa verità contro ogni pretesa umana di giungere autonomamente alla conoscenza perfetta di Dio per via diretta, impiegando la ragione o l’esercizio mistico, attraverso l’iniziazione di una qualsiasi “gnosi”.
Il Prologo di Giovanni risponde all’interrogativo che sottende l’antico sogno dell’uomo, la mai sopita nostalgia umana di raggiungere Dio, di vederlo.
L’Unigenito Dio, la Parola fatta carne, ha raccontato Dio con un lungo racconto che parte da molto lontano perché questa Parola è la Parola creatrice che “illumina ogni uomo”.

Commenta acutamente a proposito Enzo Bianchi:
“Gesù ha evangelizzato Dio nel senso che ha reso Dio buona notizia, ha reso Dio evangelo: narrando Dio con la propria vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le loro mani, ha giudicato tutte le proiezioni umane che sovente attribuiscono a Dio il volto di un Dio perverso… Gesù ha posto fine una volta per tutte e queste narrazioni di Dio, lo ha evangelizzato! E ciò si badi bene ha delle conseguenze determinanti: se Gesù ha sempre amato e perdonato i peccatori, Dio non li ripudia.
In una parola: ciò che di Dio Gesù non ha narrato, non è più possibile proiettarlo su Dio stesso. Ecco dunque il Dio dei cristiani: non solo il Dio di Gesù Cristo nel senso con cui noi possiamo parlare del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma di Dio che quando ha voluto mostrarsi e parlare compiutamente, senza opacità, lo ha fatto in un uomo, Gesù”.
(Quale uomo, quale Dio nel cristianesimo 2005)

Appendice
[In lui tutto è vita.]
16. Dunque, fratelli: Tutte le cose - assolutamente tutte - furono fatte per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui. Ma in che modo tutto fu fatto per mezzo di lui? Ciò che fu fatto, in lui è vita (Gv 1, 3-4). Si potrebbe dire anche: Ciò che in lui fu fatto, è vita. Seguendo questa punteggiatura, risulta che tutto ciò che esiste è vita. E in verità, quale cosa non è stata creata in lui? Egli è, infatti, la sapienza di Dio, di cui sta scritto in un salmo: Tutto hai fatto nella tua sapienza (Sal 103, 24). Se, dunque, Cristo è la sapienza di Dio, e il salmo dice: Tutto hai fatto nella tua sapienza, ogni cosa allora è stata fatta in lui, così come ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui. Se tutto, fratelli carissimi, è stato fatto in lui, e se tutto ciò che è stato fatto in lui, è vita, allora anche la terra è vita, anche il legno è vita. Sì, diciamo che il legno è vita, ma intendendo il legno della croce, dal quale abbiamo ricevuto la vita. Dunque, anche la pietra sarebbe vita? Ma è sbagliato intendere così, perché in questo modo si offrirebbe a quella sordida setta dei manichei un nuovo pretesto per dire che la pietra possiede la vita, che un muro ha l'anima, che una corda, la lana, un vestito, hanno un'anima. E' così infatti che essi usano spropositare, e, ripresi e controbattuti, rispondono appellandosi alle Scritture. Perché, dicono, è scritto: Ciò che in lui fu fatto, è vita. Se davvero tutto in lui fu fatto, tutto è vita. Ebbene, non lasciarti ingannare, segui questa punteggiatura: Ciò che fu fatto; qui pausa, e poi continua: in lui è vita. Che cosa vuol dire? La terra è stata creata, ma questa terra creata non è la vita. E' che nella sapienza stessa esiste spiritualmente una certa idea secondo cui fu fatta la terra: questa idea è vita.

17. Cercherò di farmi capire meglio che posso alla Carità vostra. Un artigiano si mette a fare un armadio. Ma prima l'armadio egli ce l'ha nella mente: se egli prima di fabbricarlo non ne avesse l'idea nella mente, come potrebbe costruirlo? Naturalmente l'armadio che è nella mente dell'artigiano, non è precisamente quello che poi noi vediamo coi nostri occhi. Nella mente c'è l'opera in maniera invisibile e soltanto una volta realizzata sarà visibile. Quando l'armadio sarà costruito, cesserà forse per questo di esistere nella mente? No, l'idea è stata realizzata nell'opera, ma rimane nella mente del costruttore. L'armadio potrà anche marcire, e dall'idea che è nella mente se ne potrà fabbricare un altro. Considerate, dunque, l'armadio come idea e l'armadio come opera eseguita. L'armadio fabbricato non è vita, ma l'armadio come idea è vita, essendo viva l'anima dell'artefice nella quale esistono tutte queste cose, prima che vengano alla luce. Altrettanto si può dire, fratelli carissimi, della sapienza di Dio, per mezzo della quale sono state fatte tutte le cose: come mente creatrice, essa le possiede tutte prima ancora che siano realizzate; di conseguenza quanto è stato fatto per mezzo di quella idea creatrice, non tutto è vita, ma tutto ciò che è stato fatto è vita in lui. Guarda la terra: essa è nella mente del suo Creatore; guarda il cielo: esso è in quella mente; guarda il sole e la luna: sono anch'essi nella mente creatrice. E mentre fuori di essa sono corpi, nella mente di Dio sono vita. Cercate di capirmi, se potete. Il tema è grandioso. E questa grandezza non deriva da me o per mezzo di me che lo affronto, che evidentemente non sono grande, ma da colui che davvero è grande. Non sono io che ho detto queste cose. Io sono piccolo; ma non è piccolo colui al quale io mi rivolgo per potervele comunicare. Comprenda ciascuno come può, quanto può; e chi non può, nutra il suo cuore per arrivare a comprendere. E di che lo nutrirà? Si nutra di latte, e diventerà capace di cibo solido. Non si allontani da Cristo nato dalla carne, finché arriverà a Cristo nato dall'unico Padre, al Verbo che è Dio presso Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte: quella è infatti la vita che in lui è luce degli uomini.

[E la vita è luce.]
18. Sono queste infatti le parole che seguono: E la vita era la luce degli uomini (Gv 1, 4). E' da questa vita che gli uomini vengono illuminati. Gli animali non vengono illuminati, perché gli animali non possiedono un'anima razionale, che consenta loro di contemplare la sapienza. L'uomo, invece, fatto a immagine di Dio, possiede un'anima razionale, capace di accogliere la sapienza. Dunque quella vita, per mezzo della quale furono fatte tutte le cose, quella vita è essa stessa luce; e non di qualsiasi essere animato, ma luce dell'uomo. E' per questo che l'evangelista fra poco dirà: Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). E' questa la luce che illuminò Giovanni Battista; come pure lo stesso Giovanni evangelista. Di questa luce era pieno colui che disse: Non sono io il Cristo; ma colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali (Gv 1, 20 27). E illuminato da questa luce era l'evangelista, quando disse: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questa vita è dunque la luce degli uomini.

19. Ma i cuori degli stolti non sono ancora in grado di accogliere questa luce, perché il peso dei peccati impedisce loro di vederla. Non pensino costoro che la luce non c'è, solo perché essi non riescono a vederla. E' che a causa dei peccati essi sono tenebre: E la luce risplende tra le tenebre, ma le tenebre non l'hanno compresa (Gv 1, 5). Immaginate, fratelli, un cieco in pieno sole: il sole è presente a lui, ma lui è assente al sole. Così è degli stolti, dei malvagi, degli iniqui: il loro cuore è cieco; la sapienza è lì presente, ma trovandosi di fronte a un cieco, per gli occhi di costui è come se essa non ci fosse; non perché la sapienza non sia presente a lui, ma è lui che è assente. Che deve fare allora quest'uomo? Purifichi l'occhio con cui potrà vedere Dio. Faccia conto di non riuscire a vedere perché ha gli occhi sporchi o malati: per la polvere, per un'infiammazione o per il fumo. Il medico gli dirà: Pulisciti gli occhi, liberandoti da tutto ciò che ti impedisce di vedere la luce. Polvere, infiammazione, fumo, sono i peccati e le iniquità. Togli via tutto, e vedrai la sapienza, che è presente, perché Dio è la sapienza. Sta scritto infatti: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt 5, 8). (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 1, 16-19)

“E’ degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.
C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche nodo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.
Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza!
Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quelle voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme” e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione.
Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del santo, il fanciullo Gesù veniva resuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente della loro memoria.
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.
Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa in onore di San Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell’anima e santificazione del corpo, la carne dell’Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi.
Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.
(Fonti Francescane)

[…] Per il clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa universale. Anche chi non si professa credente, infatti, può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è l’incontro con un neonato che vagisce in una misera grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però, le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità, dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e materialistiche, il Natale può diventare così un’occasione per accogliere, come regalo personale, il messaggio di speranza che promana dal mistero della nascita di Cristo.
Tutto questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: «Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine» (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli» (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: «Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: «Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
A Natale dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in astratto il mistero della nascita dell’uomo o in generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu emanato il decreto per il primo censimento di Cesare Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr Lc 2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata che si verificò l’evento di salvezza che Israele attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” - significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.
A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.
Cari fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità privilegiata per meditare sul senso e sul valore della nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca della felicità e di un senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva, e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita. Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità, disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio. Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati dall’impegno di una sincera conversione. (Papa Benedetto XVI, Udienza Generale del 17 dicembre 2008)

Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/