MONASTERO MARANGO, "Amore universale "

7° Domenica del Tempo Ordinario (anno A)
Letture: Lv 19,1-2.17-18; 1Cor 316-23; Mt 5,38-48
Amore universale 
1)Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.
C’è, nel libro del Levitico, un corpo di leggi e di esortazioni che gli esegeti concordano nel
considerare come un tutto unico. L’esortazione alla santità viene ripetuta più volte e serve da fondamento a tutti i comandamenti: perciò viene dato a questi capitoli il titolo di «legge di santità» (Lv 17-26).
Alla base di questa insistenza sulla santità ci sarebbe un interesse dominante per il culto, dato che la santità di JHWH presente nel tempio di Gerusalemme è il fondamento di tutte le esigenze, sia rituali che morali.
Un’altra pista ci porta dentro l’esperienza drammatica dell’esilio, dove il popolo ha potuto sperimentare, nella mancanza di tutto, cosa volesse dire: «Io sono il Signore, Dio vostro». C’è dunque uno stretto legame tra alleanza e storia, tra culto nel tempio e scoperta della vicinanza di Dio nelle trame oscure delle vicende umane. Ogni seria opera di riforma, nell’antico popolo di Dio e nella Chiesa di oggi, è un ritorno alle sorgenti, e le sorgenti perenni sono il Sinai e l’Esodo, un’alleanza sigillata nel sangue e un cammino di liberazione tra i deserti e le tentazioni del mondo.

Il termine “santo” comporta una certa idea di separazione. Dire che il Signore è santo, significa esprimere, per quanto sta nelle possibilità dell’uomo, ciò che vi è in lui di più profondo, di più strettamente personale, di inalienabile. Ma questo Dio santo e trascendente è il medesimo Dio che intrattiene relazioni specialissime, per mezzo della storia e dell’alleanza, con un singolo popolo. Lontano, «altro», eppure vicinissimo. La formula «Io sono il Signore Dio vostro» include tutta la storia delle liberazioni passate. JHWH si è liberamente manifestato come il Dio di Israele, salvandolo. Santo, Israele lo è già, perché Dio lo ha scelto, separandolo dagli altri popoli. Quello che egli è, deve diventarlo sempre più. Allora, la chiamata alla santità non consiste, prima di tutto, in un invito alla perfezione morale individuale, in una particolare forma di aristocrazia spirituale, ma è un invito rivolto all’insieme dei figli di Israele. Dio richiede loro di vivere in mezzo agli altri popoli “altrimenti”, facendo della legge dell’amore il loro particolare distintivo: «Non coverai odio verso il tuo fratello; non ti vendicherai; amerai il tuo prossimo come te stesso». La legge della santità è la legge dell’amore.

Occhio per occhio, dente per dente.
Il diritto tradizionale, in uso nell’Oriente antico, prevedeva che la punizione del colpevole fosse uguale alla mancanza compiuta. Era la “legge del taglione” e, pur concedendo il diritto alla vendetta, si proponeva di essere un freno nella repressione dei crimini. Nella nuova legge, Gesù esige che si rinunci in maniera assoluta a questo diritto alla vendetta e comanda di «non opporsi al malvagio». Non è la rinuncia a vivere secondo norme di giustizia, che aprirebbe la strada al libero sfogo della violenza e del sopruso, ma si vuole affermare, con un linguaggio forte, che il Regno annunciato da Gesù deve essere il Regno del perdono e dell’amore. Di un di più di amore.
Questo principio generale viene illustrato, in questa pagina del vangelo, da tre applicazioni concrete.

Porgi l’altra guancia.
L’esempio scelto, come quelli che seguono, è ingrandito a bella posta e appartiene al genere paradossale, come l’occhio che si deve strappare e la mano che si deve tagliare. Penso piuttosto che si debba riconoscere in questa immagine la figura del «servo di JHWH» che non ha opposto resistenza a quelli che lo schernivano: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50,6). Sappiamo come questa figura affiori in tutti i racconti della passione e come il discepolo sia chiamato a imitare in tutto il suo maestro e Signore. Solo la forza della nonviolenza può sradicare la forza devastante della violenza.

Lascia anche il mantello.
Questo secondo esempio ci presenta il malvagio che intenta un processo contro una persona perbene per portargli via tutto. Anche questo esempio, come il precedente, ha profonde radici bibliche. Leggiamo infatti: «Se prendi in prestito il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso» (Es 22,25-26). Dobbiamo comprendere questo: Dio si trova sempre dalla parte del povero, corre in aiuto dell’oppresso perché, come egli stesso dice: «ha compassione». I discepoli di Gesù devono sapere che, se vengono spogliati di tutto, non hanno perso nulla, perché vengono rivestiti della misericordia di Dio. Ho potuto io stesso verificare come questo sia vero visitando i campi profughi dei cristiani in Iraq: «Abbiamo perso tutto – mi dicevano – ma non abbiamo perso la fede».

Se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
C’è un personaggio, nel Vangelo, che è stato costretto ad accompagnare un condannato a morte sulla via del Calvario, ed è Simone di Cirene. E’ diventato il simbolo del vero discepolo, che porta la croce di Gesù. A volte, essere “costretti” a portare certi pesi, ad assumerci incarichi faticosi, a percorrere vie che non avremmo desiderato percorrere, accanto agli umiliati, agli oppressi , ai perduti, può essere una grande occasione di salvezza. E’ meglio abbondare, tenerci larghi. Due miglia al posto di uno.

Amate i vostri nemici.
Gesù ci propone un amore universale, che abbatte barriere razziali, religiose, culturali, sociali. Non limita l’orizzonte ai buoni e ai giusti, ma dilata lo sguardo fino a comprendere i nemici e i persecutori, i malvagi e gli ingiusti, i pubblicani e i pagani. «Siamo cristiani, come possiamo odiare?» mi dicevano i miei amici dell’Iraq.
Su quale base si fonda questo amore universale? In passato l’amore del prossimo si fondava sulla comunione della carne e del sangue. Ora Gesù la fonda sulla comunione dei fedeli con il Padre, «affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli».
L’amore dei cristiani è un amore che imita e manifesta quello del Padre, amore universale, privo di frontiere.

In un tempo in cui si moltiplicano i muri fra gli Stati e aumenta l’ostilità, la paura e l’indifferenza in molti di noi, occorre accettare questa nuova sfida che viene dal Vangelo.


Giorgio Scatto
Fonte:MONASTERO MARANGO, Caorle (VE)

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