Don Marco Ceccarelli," È l’incontro con Cristo risorto il fondamento della fede"

II Domenica di Pasqua “A” – 23 Aprile 2017
I lettura: At 2,42-47
II lettura: 1Pt 1,3-9
Vangelo: Gv 20,19-31
- Testi di riferimento: Gen 2,7; Sap 15,11; 16,13-14; Ez 37,9; Mt 14,33; 18,18; 28,18-20; Lc 1,45;
24,25.36.39-41.47-49.52; Gv 3,15-16; 7,13.39; 14,16.27; 15,26; 16,5-7.19-22.33; 19,34.38; At
1,3.8; 2,38; 10,40-41; 1Cor 5,4-5; 2Cor 5,7.16; 2Tm 2,2; 1Gv 1,1-3; 5,6.13; 1Pt 3,19; 4,6; Ap 1,10
1. Il tempo delle apparizioni. Il tempo di Pasqua iniziato con la domenica di Risurrezione dura fino

a Pentecoste. Ma in questo periodo di cinquanta giorni ve ne sono quaranta che sottolineano il tempo
delle apparizioni di Gesù ai discepoli. Le apparizioni sono importanti in riferimento alla testimonianza
che gli apostoli dovranno rendere. Non si tratta però della testimonianza di qualcosa di esterno
a loro. Gesù non appare a tutti «ma a testimoni prescelti da Dio» (At 10,40-41). Perché Gesù non
appare a Pilato e ai sommi sacerdoti? – si chiede Celso, un intellettuale del secondo secolo, schernendo
la fede nella risurrezione. Di fatto Gesù non ha voluto apparire a tutti. Anche se può sembrare
strano non è vedere un miracolo, nemmeno uno così straordinario come un morto risuscitato, che
cambia la vita di una persona (Lc 16,31). Quando Gesù ha risuscitato Lazzaro il sinedrio decide di
far morire Gesù. Non è aver visto Gesù risorto che ha cambiato la vita degli apostoli. Ciascuno di
loro è tornato “alle sue cose” (Gv 16,31). Quello che ha cambiato la vita dei discepoli è stato partecipare
di quella risurrezione, ricevere in loro la risurrezione di Cristo attraverso lo Spirito Santo. Per
questo essi devono “ricevere potere con la venuta dello Spirito Santo ed essere testimoni” (At 1,8).
Solo dopo la Pentecoste possono essere testimoni (anche se già da tempo avevano visto Gesù risorto).
Essere testimoni di Cristo significa testimoniare che Cristo risorto vive in loro; e la prova sta nel
fatto che la loro vita è stata trasformata. Per questo non c’è alcun vantaggio per chi ha visto Cristo
nella carne rispetto alle generazioni future (2Cor 5,16), perché tutti possiamo ricevere Cristo risorto
in noi attraverso l’effusione dello Spirito. E come si riceve lo Spirito? Attraverso la fede nella predicazione.
Beati quelli che non avendo visto crederanno (Gv 20,29). Quando Pietro annuncia la
buona notizia alla famiglia di Cornelio lo Spirito Santo scende sopra di loro (At 10,44).
2. Il Vangelo, primo episodio (vv. 19-23).
- Il primo giorno della settimana. L’apparizione di Gesù risorto avviene nel primo giorno della settimana,
lo stesso giorno in cui Gesù non è stato ritrovato nel sepolcro ed è apparso a Maria di Magdala
(Gv 20,1ss.). Gesù appare in questo giorno e riapparirà nello stesso giorno dopo una settimana
(v. 24). Qui abbiamo il fondamento dell’importanza della domenica. Gli ebrei, e quindi anche i discepoli
di Gesù, celebravano il settimo giorno della settimana. Ma da questo momento, da questa
esperienza che gli apostoli fanno dell’apparizione di Gesù risorto in mezzo a loro, cominceranno a
riunirsi nel primo giorno della settimana, che sarà chiamato domenica, giorno del Signore. «Nella
Chiesa nascente è successo qualcosa di inaudito: al posto del Sabato, del settimo giorno, subentra il
primo giorno. Come giorno dell’assemblea liturgica, esso è il giorno dell’incontro con Dio mediante
Gesù Cristo, il quale nel primo giorno, la Domenica, ha incontrato i suoi come Risorto dopo che essi
avevano trovato vuoto il sepolcro ... Questo incontro avviene sempre nuovamente nella celebrazione
dell’Eucaristia, in cui il Signore entra di nuovo in mezzo ai suoi e si dona a loro, si lascia, per
così dire, toccare da loro, si mette a tavola con loro … Questo processo rivoluzionario, che si è verificato
subito all’inizio dello sviluppo della Chiesa, è spiegabile soltanto col fatto che in tale giorno
era successo qualcosa di inaudito» (Benedetto XVI, omelia della Veglia pasquale 2011).
- Il farsi presente di Gesù in persona (v. 19) è il fattore decisivo. Gesù si mostra vivo, dopo essere
morto. Questo farsi presente è qualcosa di veramente reale. Non possiamo intenderlo come una specie
di evocazione, di ricordo. Se così fosse non ci sarebbe alcuna gioia perché si accentuerebbe ulteriormente
la realtà della assenza. Il fatto è che Gesù è veramente presente, anche nel momento in
cui non fosse visibile con gli occhi. E questa “visione” di Cristo è il fattore determinante della nostra
fede. Noi possiamo pensare che dobbiamo credere che Gesù è vivo per il fatto che egli è risorto.
Ma è piuttosto il contrario. Noi crediamo che Cristo è risorto perché lo abbiamo visto vivo, benché
fosse morto. Nessuno ha visto Gesù risuscitare, nemmeno gli apostoli. Ma essi lo hanno visto vivo –
realmente vivo, non un fantasma – dopo la sua morte. Questa è la prova che egli è risorto. E non solo.
Il fatto che egli continui a farsi presente nel corso del tempo, significa che ormai la morte non ha
più potere su di lui. È questa presenza di Cristo in mezzo a noi il fondamento della nostra fede.
- “Pace a voi”. Ovviamente non è soltanto un saluto. Quello che Gesù dà è lo shalom messianico.
Shalom indica la totalità del bene. È la pienezza, la totalità dei beni messianici che viene offerto agli
apostoli. E il bene per l’uomo è innanzitutto la possibilità di essere liberato dai propri peccati. Gesù
offre il perdono dei peccati che ha ottenuto con la sua morte in croce e di cui i primi beneficiari sono
quelle stesse persone che lo avevano abbandonato. Gesù ricomincia con gli stessi, ed essi ricominciano
con l’esperienza del perdono. Questo perdono dovranno poi portarlo agli uomini. La pace
che Gesù dà non è la pace del mondo (14,27), perché la pace del mondo non dura. Il benessere, la
gioia che offre il mondo è assolutamente effimera, inconsistente. La pace di Cristo è quella gioia
che nessuno può togliere (Gv 16,22), quella pace profonda che rimane in mezzo a qualsiasi tribolazione.
- Gesù mostra le mani e il costato. Questo gesto è importantissimo perché lega indissolubilmente la
risurrezione con l’evento della croce. Innanzitutto egli è veramente il Gesù che quegli uomini hanno
seguito dalla Galilea e che hanno visto morire in croce, non qualcun altro. In secondo luogo quelle
piaghe, sono un marchio indelebile di quello che lui ha compiuto. Il Gesù che appare non è soltanto
il Risorto, ma il morto-e-risorto. Questo può sembrare bizzarro, ma è essenziale. Gesù porta in eterno
i segni del suo sacrificio in croce, della sua morte per i nostri peccati, dell’agnello sgozzato che
si è caricato del peccato del mondo. In ogni eucarestia celebriamo questo sacrificio e “ogni volta
che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice noi annunciamo la sua morte” (1Cor
11,26). Quel Cristo che è in mezzo a noi ogni volta che celebriamo l’eucarestia continua, in forma
sacramentale, ad offrirsi sul calvario per la nostra salvezza. Quelle piaghe sono il segno dell’amore
eterno che Dio ha avuto per noi. In terzo luogo quei segni rimandano all’annuncio dell’effusione
dello Spirito prefigurato nel colpo di lancia sulla croce. Mentre Luca dice che Gesù mostrò le mani
e i piedi, Gv dice “mani e costato”. Il costato è quello trafitto dalla lancia e da cui erano usciti sangue
ed acqua (Gv 19,34). Grazie al dono della vita di Cristo ci è dato accesso allo Spirito Santo e al
perdono dei peccati. Ora i discepoli possono riceverlo e con Esso rimettere i peccati degli uomini.
3. Il Vangelo, secondo episodio (vv. 24-29). “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione
etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un
nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Benedetto XVI, Deus caritas est 1). È l’incontro
con Cristo risorto il fondamento della fede e quindi della vita eterna che con essa si riceve. È proprio
perché si tratta di un incontro con una persona che allora alla fede corrisponde l’amore per tale
persona (seconda lettura). A tale incontro si giunge attraverso l’annuncio della Chiesa. Anche se i
primi testimoni della Risurrezione di Gesù hanno potuto vederlo fisicamente in seguito non sarà più
così. Ma ciò non significa che Cristo non continui a farsi veramente presente e a donare la sua vita
attraverso il suo Spirito a quelli che credono in lui. Così l’episodio di Tommaso ci dice cosa sarà la
Chiesa del dopo Pentecoste. Tommaso rappresenta tutti i discepoli che da ora in poi sono chiamati a
toccare Cristo, cioè ad avere una esperienza di lui, non attraverso la visione diretta ma attraverso la
fede. Nei due versetti conclusivi (30-31) l’evangelista afferma che i segni da lui narrati sono il mezzo
per condurre alla fede, con la quale si ha la vita. Alla fine della missione di Gesù, il segno ultimo
e definitivo che rimarrà sempre in mezzo agli uomini affinché possano credere e ricevere la vita in
Cristo è la comunità dei discepoli, è la Chiesa. Cristo rimane vivo e presente nella Chiesa e gli uomini
potranno conoscerlo e incontrarlo e ricevere lo stesso Spirito e la vita eterna riconoscendo e
credendo alla testimonianza di coloro che hanno udito, visto, contemplato e toccato con mano (Gv
19,35; 1Gv 1,1ss.).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it