ERMETE TESSORE SDB"MIO SIGNORE E MIO DIO"

23 aprile 2017 | 2a Domenica di Pasqua - A | Omelia

"MIO SIGNORE E MIO DIO"
La liturgia della Parola di questa seconda domenica di Pasqua ci presenta, nelle letture, una sintesi
esistenziale della nostra fede in Cristo morto e risorto, accompagnandola, nel brano evangelico, dalla testimonianza concreta dell'apostolo Tommaso.

La celebrazione della Pasqua avrebbe dovuto fare sbocciare in noi un genuino desiderio di conversione accompagnato da un serio impegno di rinnovo della nostra esistenza. La Risurrezione, infatti, non può essere relegata nell'asfittico recinto della semplice celebrazione cultuale, ma deve permeare la condotta di tutti i giorni. E' necessario ritrovare la freschezza fontale del nostro battesimo che ci ha immerso completamente nella realtà salvifica della Pasqua.

Gli Atti degli Apostoli testimoniano che i primi cristiani della comunità di Gerusalemme avevano ben capito questo ed agivano di conseguenza. Per loro essere battezzati comportava la perseveranza nell'insegnamento degli Apostoli; il vivere concretamente in comunione vicendevole; nello spezzare il pane non in solitudine, ma insieme; nel pregare comunitariamente; nel praticare la solidarietà non a chiacchiere, ma in concreto; nel vivere francescanamente in letizia e semplicità di cuore; nel lodare Dio con la vita, e nell'essere apprezzati da tutti per coerenza e serietà di condotta.

Non male davvero! Si tratta di un modo di essere cristiani che, anche oggi, sarebbe auspicabile. Per fortuna che questa "razza" di credenti non si è ancora estinta, ma, nel silenzio e nell'anonimato, continua a testimoniare soprattutto là dove la chiesa non è adulata e privilegiata in modo pacchiano.

E' il caso del ministro pachistano Bahti, assassinato (2014) a motivo della sua fede in Gesù, che ha lasciato un testamento spirituale che ha nulla da invidiare alle testimonianze dei primi martiri cristiani. Egli, non a parole, ha vissuto sulla sua pelle l'amore per Cristo risorto che, come scrive san Pietro nella seconda lettura, è alimentato da una speranza viva, frutto di una fede che non si corrode, non si macchia e non marcisce.

Per intenderci, si tratta della stessa fede che professa quel bel tipo dell'apostolo Tommaso. In mezzo a quei fifoni dei suoi colleghi, lui brilla per il suo indomito coraggio. Gesù lo conosce bene e l'apprezza. Infatti è l'unico che si dichiara disposto a "morire con lui" (Gv 11,16).
L'aria impregnata da una spiritualità fifona, quale è quella che si respira nel Cenacolo nei giorni immediatamente successivi ai fatti della Pasqua, non gli si addice. Mentre tutti si arroccano in difesa, come fanno troppi credenti anche oggi, lui scavalla per le strade di Gerusalemme. La sua personalità non passa inosservata.

Giovanni lo nomina per ben sette volte nel suo vangelo. Gli apocrifi lo ammirano riconoscendolo "fratello gemello di Cristo" (Atti Tommaso 39) e "idoneo secondo" (Fram copto 2,6,2) del collegio apostolico. Al suo coraggio ed alla sua franchezza dobbiamo la bellissima professione di fede:"Mio Signore e mio Dio" (Gv 20,28), in cui per la prima volta nel Vangelo Gesù viene riconosciuto come Dio.

Questa semplice frase dovrebbe risuonare nei nostri cuori soprattutto oggi, giorno in cui a san Pietro verrà beatificato, al termine di un autentico sprint, Giovanni Paolo II. Come uomo i suoi limiti furono notevoli; come papa non tutti gli episodi che avvennero sotto il suo papato furono cristallini; come credente la sua testimonianza fu grande. Aggrappato al suo pastorale sormontato dal Crocifisso testimoniò, al di fuori di ogni discussione, la sua fede tanto da meravigliare e da spiazzare, col suo tragico attaccamento al Cristo, il cinico egoismo individualista dell'uomo moderno.

"Mio Signore e mio Dio"
è anche la sintesi del nostro credere
e la molla del nostro agire nella vita di ogni giorno?

Ermete TESSORE SDB
Fonte:  www.donbosco-torino.it