padre Gian Franco Scarpitta, "Credere, gioire e testimoniare"

Credere, gioire e testimoniare
padre Gian Franco Scarpitta  
III Domenica di Pasqua (Anno A) (30/04/2017)
Vangelo: Lc 24,13-35 
Credere, gioire e testimoniare. Sembrano queste le esortazioni che ci provengono dai brani evangelici
di questa settimana, che presentano le varie apparizioni a terzi di Gesù che è risorto. In ciascuna di queste manifestazioni infatti gli interlocutori vengono scossi, provocati e invitati ad abbandonare i loro ambiti abituali: devono uscire dall'apatia e dalla mera consuetudinarietà che li avvince e della quale sono schiavi e che preclude in loro la novità e accettare lo straordinario, l'impossibile per loro che però è possibile per Dio. Ciascuna delle apparizioni è insomma un invito a prescindere dall'ordinaria amministrazione dell'umano e ad aprirsi al dono del Risorto, che va accolto con un semplicissimo atto di fede, omettendo ogni sorta di verifica sperimentale e di esagerata razionalità. Di fronte a Gesù Risorto, che compare tale ai loro occhi, sono invitati a credere, ad accogliere e a vivere il Mistero che apporta gioia e novità. La fede esclude ogni forma di resistenza, ma vuole accoglienza e immedesimazione, accettazione immediata che si compendia nella sola esclamazione: Io credo. Il vero approccio all'evento resurrezione si da' infatti soltanto con l'assenso e con l'abbandono verso qualcosa che viene accolto come dono. Certamente la razionalità e la giustificazione empirica saranno poi di supporto perché è anche doveroso che si renda ragione del nostro Credo e perché ci si convinca noi stessi che il credere non è incompatibile con l'intelligenza, ciononostante il primo apporto verso il Mistero non è altro che il Credo, radicalmente professato e vissuto.
Ma questo non è sufficiente se la fede nel Risorto non si trasforma in occasione di gioia e di letizia da irradiare ad altri. Tutto ciò che si accoglie come dono non può che suscitare gioia e spronare alla comunicazione di questa gioia agli altri. Come quando in una famiglia è appena nato un bambino: la gioia dei genitori per il dono di un figlio si propaga immediatamente tutt'intorno e la si condivide con tutti, se ne rendono partecipi anche gli estranei e i lontani. E in un certo qual modo cambia anche la nostra vita anche perché ci invita a rivedere programmi e abitudini consolidate. L'accoglienza, nella fede, del dono del Risorto è motivo di gioia che non può restare racchiusa o gelosamente ristretta a pochi, per il semplice fatto che essa ci coinvolge e interessa la nostra vita, ragguagliandoci di essere anche noi destinati a risorgere con Cristo. Essa non può non manifestarsi a noi che in aspettative di gioia che scaturiscono immediatamente nell'alacrità della testimonianza.
La Prima Lettura evidenzia un apostolo Pietro ricolmo di coraggio e di fervore apostolico soprattutto per il dono ulteriore dello Spirito Santo ricevuto il giorno di Pentecoste, ma appunto lo Spirito lo rende gioioso testimone di una certezza non trasognata o illusoria, ma derivata da una esperienza diretta: Pietro ha incontrato il Signore Risorto, ancor prima ha creduto nella sua resurrezione correndo al sepolcro assieme all'altro discepolo che lo accompagnava (il quale "vide e credette"), è ora avvinto dal fascino e dalla gioia immensa di un evento che riguarderà per sempre la sua vita e in forza dello Spirito Santo adesso si dispone ad esserne latore a tutti. E intanto, sempre per opera della gioia e della "parresia" che ha avvinto i discepoli, la comunità ecclesiale va organizzandosi sempre di più, accogliendo sempre più nuovi membri con i quali si condivide la fraternità già esistente mettendocisi a disposizione gli uni degli altri e condividendo ciascuno i propri beni con tutti. Il Risorto ha fatto della Chiesa non un sistema burocratico e giuridico amorfo e inconcludente, ma una comunione di persone rinate nella quale tutti trovano tutto e nessuno si sente escluso o estromesso. La vita stessa dei primi discepoli è essa stessa la testimonianza della gioia che scaturisce dalla fede.
E che saranno pronti a comunicare anche i due viandanti ai quali Gesù si presenta in incognito mentre percorrono la strada verso Emmaus. Alla pari che nella Cena della sua auto consegna, dove aveva presentato se stesso nel suo Corpo e nel Suo Sangue agli apostoli, adesso gli occhi di questi discepoli vengono illuminati dall'atto con cui Gesù spezza il pane. Il che significa: dona loro tutto se stesso. Strada facendo aveva suscitato in loro una profonda arsura di cuore man mano che spiegava loro le Scritture, e al momento della frazione del pane questa diventa gioia del cuore a tutti gli effetti, per cui i due discepoli ripercorreranno il cammino poco prima svolto e cammineranno per altri chilometri ancora per recare agli altri l'annuncio della loro esperienza diretta. Diceva uno scrittore del quale mi sfugge il nome: "Il mondo è stanco di sentire argomenti sul fatto che Gesù ci ha salvati e liberati. Il mondo è ansioso di vedere le persone che Gesù ha salvato e liberato." E' quindi determinante per la nostra testimonianza che traspaia nella nostra vita la gioia di appartenere a Gesù e che questa gioia la si manifesti da parte nostra in ogni singolo atto e nel nostro comune comportamento, anche quando sia difficile vivere con coerenza la vita del Risorto. Nelle buone e nelle cattive occasioni, non possiamo omettere di far vedere a tutti che vivere in Cristo non è affatto alienante o illusorio e nulla toglie alla nostra realizzazione, ma che la scelta del Vangelo è apportatrice di forza e di conquista per chi voglia intraprenderla. Anche nelle zone d'ombra della nostra vita si dovrebbe testimoniare la fiducia in Gesù che ha vinto la morte e saper superare le prove e i dolori nell'ottica della croce e della resurrezione. Insomma credere, gioire e testimoniare.
Fonte:http://www.qumran2.net

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