fr. Massimo Rossi, Commento V Domenica di Pasqua (Anno A)

 Commento su Giovanni 14,1-12
fr. Massimo Rossi  
V Domenica di Pasqua (Anno A) (14/05/2017)
Vangelo: Gv 14,1-12
La pagina degli Atti ci racconta come nella prima chiesa nacquero i diaconi.

Il termine greco ‘δίάκσυος' significa colui che mette in pratica il Vangelo servendo i poveri. Dunque l'incarico del diacono era di ordine pratico-sociale, e non liturgico-rituale, come al presente. L'odierna Caritas rappresenta l'evoluzione di quella ‘diaconia' istituita dagli apostoli.
Con il passare dei secoli la figura del diacono subì sensibili evoluzioni, passando appunto dalla definizione di un servizio civile cristianamente connotato, a individuare colui che affianca il vescovo nelle celebrazioni.
Oggi il diacono rappresenta il primo grado dell'Ordine del presbiterato; in via ordinaria il diacono non rimane tale per sempre, ma solo per un tempo determinato, normalmente un anno, in prospettiva di diventare prete.
Il diacono assume un'importanza determinante nelle comunità prive di sacerdote.
In alcuni paesi dell'Africa, ove, appunto, scarseggiano i preti, i diaconi sono responsabili delle parrocchie, battezzano, benedicono le nozze, celebrano i funerali e predicano il Vangelo. Anche in Italia, fino a 10 anni or sono, Paese ad alta densità di clero, oggi comincia a farsi notare in alcune parrocchie la figura del diacono, che regge la comunità come in Africa.
E sì, la fisionomia della Chiesa sta mutando... "Non tutto male vien per nuocere".
Forse la crisi di vocazioni sacerdotali ‘convertirà' la Chiesa a promuovere la vocazione battesimale dei laici... Ma convertirà anche i laici ad assumersi in modo più consapevole e coraggioso il ruolo che loro compete in seno alla comunità: non solo diritti e pretese, ma anche doveri e responsabilità, in virtù del battesimo, che abilita ad esprimere i cosiddetti tre munera: regale, profetico e sacerdotale.
Evidentemente, anche nella Chiesa del primo secolo le forze non bastavano a sovvenire alle necessità locali. Al tempo stesso, già in quegli anni si presentava la delicata questione del rapporto tra il primato dell'annuncio e l'urgenza del servizio della carità; ai nostri giorni si parla di evangelizzazione e promozione umana, o molto più semplicemente di contemplazione e di azione; ove, per contemplazione, non intendo soltanto la grazia di contemplare per sé i misteri di Dio, ma anche il dono di favorire negli altri la contemplazione degli stessi, ovvero la predicazione.
Nella sua bimillenaria storia, la Chiesa ha saputo venire incontro ai bisogni dei suoi figli, in tempo reale; lo Spirito Santo ha suscitato via via carismi diversi, capaci di interpretare questi bisogni e di rispondervi secondo la consapevolezza e le potenzialità del tempo.
Nei secoli che precedettero il Medioevo, nacquero gli Ordini monastici, i quali tentavano di coniugare l'annuncio evangelico con la promozione della carità. È stata poi la volta degli Ordini mendicanti (medievali): i Domenicani, dediti alla predicazione; i Francescani al servizio dei poveri... Nell'800 la Chiesa si arricchì di nuove famiglie religiose sensibili all'educazione dei giovani, alla cura degli anziani, al servizio sanitario: i loro fondatori e fondatrici sono conosciuti come i Santi sociali.
Tornando ai due grandi impegni della Chiesa, l'annuncio del Vangelo e la cura dei poveri, che possiamo definire le due grandi coordinate del nostro ministero pastorale, non ci può, né ci deve essere conflitto, o concorrenza. L'equilibrio è difficile, certo, ma possibile.
Del resto, anche Gesù, nella sua vita pubblica, aveva dovuto operare scelte, imparando, suo malgrado a dire dei NO. Scrive l'evangelista Marco: "Al mattino (Gesù) si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: Tutti ti cercano! Egli disse loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni." (1,35-39).
E per sottolineare il legame armonico che deve instaurarsi tra le parole e le opere, tra l'annuncio e il servizio della carità, Gesù dichiara che le sue parole sono accreditate, ricevono testimonianza di verità dalle opere che compie in nome del Padre suo: "Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse!".
Nella sua Lettera, l'apostolo Giacomo (cfr. 2,17-18) rincara la dose, affermando senza mezzi termini che la fede, senza le opere è morta. "Mostrami la tua fede, senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede".
Che cosa è più conveniente, dedicarci all'ascolto, allo studio della Parola di Dio, come Maria di Magdala, accovacciata ai piedi del Signore, oppure rimboccarci le maniche per servire i pasti in una mensa per i poveri, sull'esempio di Marta, tutta dedita al servizio?
Sembra che il Figlio del falegname abbia consigliato di scegliere ciò che Maria aveva scelto, e che (Gesù) chiama "la parte migliore" (Lc 10,42). In realtà non è vero che il Vangelo prediliga la contemplazione in senso lato sull'azione: tant'è vero che anche i contemplativi per eccellenza, i monaci benedettini, hanno come motto "Ora et labora".
Il segreto, anzi i segreti sono: il giusto equilibrio tra coltivare la Parola - tanto che la si studi, quanto che la si annunci - e il servizio dei poveri.
L'essenziale - ed è questo il secondo segreto, anzi, il primo - è che prima di ogni azione, prima di ogni servizio caritativo, vi sia stata la contemplazione della Parola di Dio, la quale dà al servizio la necessaria connotazione cristiana della carità. Il Vangelo, studiato, pregato, annunciato,... costituisce la garanzia di autenticità dell'azione caritativa.
Ma è anche vero il contrario! Servire i poveri (cfr. Mt 25), dà alla predicazione il necessario aggancio alla realtà, e la preserva dalla tentazione di ridursi a mera teoria, esercizio accademico, conversazione salottiera...
Il destino e la missione della Chiesa sono indicati negli ultimi due versetti del Vangelo di Matteo (28,19-20): fino a quando resteremo fedeli a queste parole del Risorto, resteremo fedeli anche a noi stessi e agli uomini. Il Signore porti a compimento quest'opera che Lui ha iniziato in noi e per il mondo.
Fonte:http://www.qumran2.net/

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