fr. Massimo Rossi, III Domenica di Avvento (Anno B) - Gaudete

Commento su Giovanni 1,6-8.19-28
fr. Massimo Rossi  
III Domenica di Avvento (Anno B) - Gaudete (17/12/2017)

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Come Marco, anche il quarto evangelista, l'amico del Signore, alza il sipario del suo Vangelo sulla
scena di Giovanni Battista che battezza presso il fiume Giordano. La precisione quasi maniacale con la quale riferisce la dichiarazione del Precursore, “Io non sono il Cristo...”, ha l'intento di smentire le voci secondo cui l'uomo vestito di peli di cammello, che mangiava locuste e miele selvatico, fosse il Messia. Sappiamo per certo che intorno al Battista si era formata una comunità, gli Joanniti, il cui segno distintivo era appunto il gesto penitenziale del battesimo con acqua; negli Atti degli Apostoli, al cap.19, si racconta del viaggio di Paolo a Efeso: “qui trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo». Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. Disse allora Paolo: «Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù.». Dopo avere udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo...” (vv.1-6). Ai tempi di Paolo, il sacramento era impartito nel nome di Gesù, non ancora (nel nome) della Trinità. Il sacramento così come lo conosciamo oggi, è frutto di una lunga riflessione teologica e liturgica.
Del presunto tirocinio di Gesù, tra le file dei discepoli del Battista, abbiamo già accennato le scorse domeniche. Sulla parentela tra Gesù e Giovanni, in particolare sul fatto che si conoscessero già, prima dell'incontro al Giordano, i pareri non sono concordi: subito dopo la pagina (del Vangelo) che avete or ora ascoltato, l'evangelista riporta un'altra dichiarazione del Battista: “Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele. Io ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.” (1,31 ss.).
Non appena il Maestro di Nazareth divenne consapevole della sua identità e della sua missione, verosimilmente dopo aver ricevuto il battesimo, inaugurò la sua vita pubblica, chiamando alcuni discepoli: secondo la redazione del quarto evangelista, quando il Signore comparve ai guadi del Giordano, il Battista, vedutolo, disse ai suoi discepoli: “«Ecco l'agnello di Dio!». Due di loro, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù, allora, si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbi (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono da lui.”. Uno dei due (discepoli) era Andrea, fratello Pietro. (cfr. 1,35-40).
La profezia di Isaia sull'avvento del Messia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, contiene le parole che lo stesso Gesù citò, riferite a sé, in risposta ai discepoli del Battista, inviati ad interrogarlo se fosse lui il Messia. Come annunciato nel prologo del Vangelo, non era Giovanni la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Mi sono chiesto il senso di questa insistenza sul ministero di Giovanni Battista e sul fatto del battesimo di Gesù. Evidentemente il battesimo è un punto cruciale, non solo per la nostra fede ma, ancor prima, per la fede e la missione del Signore.
Non credo di dire un'eresia, se definisco la presa di coscienza di Gesù circa la propria identità e la (propria) missione, come l'incontro decisivo tra la natura umana dell'Uomo di Nazareth e la natura divina: un incontro che segnò in modo indelebile la sua vicenda terrena.
Mai, Gesù dimenticò di essere al tempo stesso uomo e Dio, figlio dell'uomo e figlio di Dio.
Tutto ciò che disse come uomo lo diceva come Dio; tutto ciò che visse come uomo, lo visse anche come Dio. Con buona pace dei teologi, i quali sezionano col bisturi della dogmatica la persona del Cristo, distinguono ciò che era dell'uomo da ciò che era di Dio, e complicano ancor più un mistero - presenza in Gesù di due nature, umana e divina, e di una persona, divina - (mistero) che è già abbastanza complicato di suo; dal momento in cui lo Spirito Santo si posò sul figlio di Maria, Dio cominciò a conoscere la fatica del vivere umano, le tentazioni, il dolore morale e fisico, il rifiuto degli uomini, il tradimento, la violenza ingiusta e gratuita, l'abbandono di Dio e degli amici, infine la morte.
Siamo a una settimana da Natale, e questa riflessione ha tutto il sapore della Domenica delle Palme... Ma se ci pensate, i dolori della passione hanno accompagnato il cammino del Signore, fin dall'inizio. “Non c'era posto per loro nell'albergo” ci riferisce san Luca (2,6): questa notazione, passa pressoché inosservata agli orecchi di un ascoltatore poco avveduto e forse un po' romantico... Gli artisti si sono sbizzarriti a dipingere, o modellare grotte, stalle, mangiatoie e altre simili amenità, così pure i costruttori di presepi... La verità è molto meno romantica: ve la esprimo con le parole di Giovanni: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto.” (1,11).
Non oso pensare se e come lo accoglieremmo, se nascesse ai nostri giorni...

Fonte:www.qumran2.net

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